Eravamo popolo, oggi invece siamo cittadini del mondo e, complessivamente, non siamo mai stati meglio.
Cosa insegna la “lezione greca”, come in tanti l’hanno definita, ai tanti “di sinistra” e “populisti nostrani? Moltissimo, credo, e non solo a loro.
Tra le diverse analisi ed i diversi commenti seguiti, il più significativo per molti versi ritengo sia stato quello di Paolo Franchi sul Corriere di martedì scorso. Soprattutto perché egli è stato un interlocutore privilegiato con il quale molti di noi hanno avuto modo di confrontarsi nel corso dell’esperienza fallita della Costituente Socialista tra il 2006 ed il 2007.
Egli scrive tuttavia di un’altra “stagione”, il cui declino avrebbe avuto inizio alla fine degli anni Settanta. A quel tempo, seguendo il processo già in corso dell’“urbanizzazione”, per volere dei miei genitori, io giovane adolescente abbandonavo il paese natio, sito appena oltre il confine ebolitano tracciato da Carlo Levi: un luogo di confino, enclave dal francese, qualcosa di simile, per molto ancora, ad un piccolo mondo antico. Una “stagione” che, come tanti di sinistra, Franchi descrive viceversa “come una sorta di età dell’oro (…) in una porzione tutto sommato ristretta del mondo, l’Europa occidentale, (quando) si è vissuto seppure in parte a scapito delle generazioni future”.
E tuttavia, se pure è vero che questo è il danno certo prodotto da quella stagione, altrettanto vero è che, a confronto con l’oggi, allora non si è trattato affatto di un’età dell’oro. Tralasciando infatti, solo per un momento, un’ottica politica che fu ed è quindi di parte, suggerirei invece una diversa lettura dell’oggi, che inequivocabilmente traspare e in base alla quale possiamo viceversa affermare che, complessivamente, non siamo Mai stati meglio (L. Celi e A. Santangelo, Utet 2014). Narrazione questa, che tuttavia nel complesso vale anche per i fatti “politici” di oggi: in generale, al mondo, mai stati meglio. Ed è questo, senz’altro, il primo e più importante effetto della “globalizzazione”.
E invece, ribatte ancora Franchi: il socialismo europeo “è quello che fa più fatica a fuoriuscire dal proprio orticello nazionale”, a sostituire il vecchio progetto dell’“internazionalismo”, sì che “ha assistito impotente a una gigantesca redistribuzione della ricchezza e del potere dai meno ai più avvantaggiati”.
Ma davvero nient’affatto. Perché, in vero, la globalizzazione ha prodotto viceversa un’estesacrescita economica, su scala mondiale; pur permanendo purtroppo, ma in ambiti sempre più ristretti del globo terrestre, aree in cui ancora numerosi abitanti vivono sotto il peso politico e militare di governi e stati “nazionalisti”, talvolta di matrice ancora e persino dittatoriale.
Sempre secondo Franchi, il socialismo europeo avrebbe assistito sempre “impotente” anche “allo sconvolgimento tellurico di un consolidato sistema di valori”. Valori che, supponiamo agevolmente, tanti altri, come forse egli stesso, si auguravano di vedere realizzati (ah, quanto farebbe bene un po’ di più sano “realismo”, come peraltro Tsipras sembra in effetti avere saggiamente appreso nei giorni appena trascorsi); prima, attraverso l’egida dell’URSS comunista, promotore e portavoce dell’“internazionalismo”, e poi attraverso un’altra stagione, piuttosto breve, che fu quella seguente dell’“eurocomunismo”.
Una sequela di giudizi errati, perché tali confermati dalla Storia; altri errori di quella parte che, per un’“altra Europa con Tsipras”, si è definita qui da noi: “L’ALTRA sinistra”. Dimentica, forse (!?), di quel valore-primo della tradizione storico-politica dell’Occidente, valore appartenuto per primi agli abitanti della Grecia di Pericle, il valore indiscutibile della “democrazia”.
Eppure, ancora oggi, a distanza di circa due millenni e mezzo, il solo uso del termine “democrazia” non rischia affatto di sottrarci agli orizzonti sconfinati del “mare aperto” che appartiene al mito universale di Omero. Ma, com’è vero che quel destino sia stato così a lungo condiviso dagli uomini, ritengo che altrettanto condivisibile sia l’approdo verso il quale, nel merito dell’ultima vicenda greca, ci spinge la conclusione di Sabino Cassese: “la staffetta popolo greco-governo greco-governi europei non è una ferita, ma un arricchimento per la democrazia. Consente a una comunità politica più vasta di far sentire la propria voce in ciascuna delle collettività che ne fanno parte, di stabilire criteri e regole condivisi, di conferire e limitare il potere, che è il fine ultimo di quella che continuiamo a chiamare democrazia”.
La democrazia, che non è più dei popoli, (ma) dei cittadini che abitano quella stessa “terra” che, oggi, rappresenta l’intero mondo.

Lascia un commento