Secondo i rilevamenti dell’Ispra, cementifichiamo suolo al ritmo di 8 metri quadri al secondo. 70 ettari al giorno.
Ebbene sì, per cominciare vi darò una notizia. Questo 2015 è l’Anno Internazionale del Suolo. Quanti di voi lo sapevano? Sinceri, dai. Non sarete tantissimi. E se l’avevate sentito, o letto da qualche parte, ve ne siete subito dimenticati. Perché il suolo è talmente scontato che nessuno ci fa più caso. Ed invece è un errore. Perché la terra che calpestiamo, la crosta su cui mettiamo i nostri piedi e le nostre ruote non è un bene rinnovabile. Quando lo perdi perché ci fai una casa, una fabbrica, un centro commerciale, cioè se diventa cemento, lo perdi per sempre.
Ma si dai con le tasse, la sanità, gli immigrati e il casino delle Regioni questo oggi ci viene a parlare di suolo?!. Beh, fate voi. Ognuno è responsabile della propria salute e anche delle proprie gerarchie attentive. E magari allargare lo sguardo dall’alto al basso, oltre che girarlo da sinistra a destra, o da centro sinistra a centro destra, non farebbe male. Siamo troppo abituati, per le nostre rigidità sensitive, a dondolare la testa in linea orizzontale, qualche volta provate abasculare e smuoverla in via verticale e vedrete che dal cielo alla terra scoprirete un altro mondo. Non i soliti semafori e cartelloni pubblicitari ma pezzi di natura attorno che respirare non fa mai male. Quindi cosa facciamo in questo 2015 Anno internazionale del Suolo? Perlomeno dovremmo informarci. In queste settimane sono usciti saggi, libri e interviste illuminanti. Una “mente” da ben segnalare al riguardo è quella del professor Paolo Pileri del Politecnico di Milano che non solo studia il “problema terra” ma è anche responsabile del progetto VenTo cioè del raccordo ambientale Venezia Torino che si basa sull’utilizzo del rive del Po per un percorso cicloturistico.
Allora due-tre dati essenziali per capire quanto siamo, anche qui, molto “italiani”. Secondo i rilevamenti dell’Ispra, cementifichiamo suolo al ritmo di 8 metri quadri al secondo. 70 ettari al giorno. Fate qualche moltiplicazione e poi mi dite. Continuiamo a costruire case e palazzi quando abbiamo due milioni di alloggi sfitti e vuoti, oltre alle seconde e terze case. Continuiamo a costituire baldanzosi ed enormi capannoni sotto cui mettere ameni negozi e sfilate di carrelli, dicansi centri commerciali, quando in quasi tutto il resto dell’Occidente, Stati Uniti insegnano, si va verso una dismissione dei centri commerciali. Solo negli Usa ne sono stati chiusi 350 mila. Dati che il prof. Pileri raccoglie e diffonde con scientifica passione: per gestire le acque piovane di un suolo urbanizzato (che prima era campagna) occorrono mediamente 6.500 euro per ettaro all’anno. Anche qui se fate solo qualche moltiplicazione capite quanto costa sottrarre suolo e metterci cemento. Anche solo banalmente per gestire tubi e condotte. E poi ogni volta che c’è una frana, perdiamo un tratto di strada, si allaga un pezzo di città ci interroghiamo su che cosa abbiamo e non abbiamo fatto. Do you no erosione, bradisismo, liquefazione, smottamenti e via elencando? In Gran Bretagna c’è una legge che vieta alle amministrazioni pubbliche di concedere nuove autorizzazioni alle costruzioni se nel comune dato non hai già riciclato e recuperato il 60 per cento dell’edilizia preesistente e inutilizzata. Perché non si fa anche da noi? Troppo semplice rispondere che noi siamo italiani.

Caro Binacchi, ma non senti ritornare nell”aria la vecchia cantilena, l’inno degli speculatori e corrotti di tutte le stagioni: se il mattone tira l’economia tira! E allora di cosa stupirsi? E posso citarmi senza infamia e senza lode? Nel 1966 scrissi un racconto tutt’ora inedito che iniziava così: ” Ora sulla terra c’è una sola città, tutta diffusa e ben divisa…..”