
Non conta più tanto quello che la Fed farà o non farà. E’ già troppo tardi per evitare un’altra crisi.”
Gerardo Coco (Istituto Bruno Leoni): “Con l’accordo di Bretton Wood del 1944 il dollaro veniva trattato alla stessa stregua dell’oro ed iniziò la “dollarizzazione” delle economie. Lo scopo dell’accordo di Bretton Wood era di assicurare stabilità delle valute e quella economica mondiale.
Come tutti gli accordi per “governare” e “coordinare” portava in sé i germi della propria distruzione. L’economia, infatti si vendica sempre di chi si illude di violare le sue eterne leggi.”
Condivido la sostanza dell’articolo di Wall Street Italia ed i ragionamenti ivi rappresentati.
E’ da parecchio tempo che si attende una sostanziosa rettifica al ribasso degli indici della borsa valori di New York (Dow Jones Stock Exchange e Nasdaq 100): il relativo andamento di perenne crescita appare chiaramente slegato dai valori di base.
Intanto il mercato ordinario ed il Nasdaq continuano a correre senza freni, nonostante gli annunci della Federal Reserve in ordine al blocco del “quantitative easing” americano.
La FED è impegnata da anni a stampare dollari in grande quantità – migliaia di miliardi – ed ora annuncia il cambio di passo (tapering) per evitare che i mercati si rendano conto della spropositata quantità di “carta-moneta” in circolazione e dell’aleatorietà del suo valore reale.
Immediatamente – e per magica coincidenza – entra in gioco la Banca Centrale Europea (BCE) che mette in lavorazione forzata le sue tipografie per la stampa e la progressiva distribuzione di 1.100 miliardi di euro (per il momento).
Viene fatto di pensare che molte di queste risorse “europee”, attraverso svariati canali e modalità, vengano utilizzate per comprare titoli azionari ed obbligazionari americani, spingendo ancora più in alto gli indici azionari di Wall Street.
Se così fosse si allungherebbe nel tempo il momento della rettifica – più volte annunciata – degli indici della borsa USA con il rischio di un ridimensionamento ancora più incisivo per le quotazioni dei titoli azionari quando il vento dei mercati, d’un tratto, decidesse di cambiare direzione.
Con queste premesse e con gli ipotizzabili, forti sbalzi di mercato e fasi di sfiducia nella moneta, è da mettere in conto un eventuale, forzato ricorso (meglio ritorno) al riaggancio del dollaro con l’oro?
Era questa la situazione registrata fino al 15 agosto 1971 dell’era Richard Nixon.
Articolo del 20 marzo 2015, riportato dal giornale online Wall Street Italia: Societe Generale: “E’ già troppo tardi per evitare un’altra crisi.”
NEW YORK (WSI) – Non conta più tanto quello che la Federal Reserve farà o non farà. In tutti i casi, “è già troppo tardi per evitare un’altra crisi”.
Lo ha dichiarato Albert Edwards, strategist di Societe Generale, secondo cui “il dato è tratto, la torta è pronta per essere sfornata e l’oca ingrassata dalle droghe finanziarie è già stracotta”.
Nella sua analisi l’analista cita l’ultimo report della Bank of International Settlments, in cui viene messo in evidenza come il Quantitative Easing e i tassi negativi sui bond finiranno per avere ripercussioni negativi sul sistema finanziario e anche oltre.
Edwards chiama in causa anche illustri osservatori dei mercati come Ray Dalio di Bridgewater, che ha parlato della possibilità che un rialzo dei tassi della Fed provochi un crollo dei mercati in stile 1937.
Sono tutte congetture inutili, tuttavia, secondo lo strategist della banca francese. Perché probabilmente “è già troppo tardi per evitare un’altra crisi. In questo senso è probabilmente già troppo tardi”, a prescindere dalle mosse della banca centrale.
Secondo il celebre operatore di Borsa Paul Tudor Jones la mania disastrosa per il mercato che si vede in giro ora finirà male. Storicamente un tale trend finisce con “una guerra, una rivoluzione o con un aumento delle tasse”. “Nessuna di queste soluzioni è nella mia lista dei desideri”, dice.
Durante il suo ‘speech’ per il popolare servizio di interventi video TED, il trader Paul Tudor Jones si è lamentato del fatto che la gente sia diventata ormai troppo dipendente dai mercati (parla appunto di una vera e propria “mania”, “una delle peggiori della mia vita”) e che la “diseguaglianza tra l’1% dei ricchi e gli altri non può continuare e non continuerà”.
Edwards si troverebbe probabilmente d’accordo con tali considerazioni. Secondo lui infatti il legame tra i risparmi delle famiglie e l’accumulazione delle ricchezze è la ragione per cui la ripresa non è scattata nell’ultimo trimestre del 2014. Sono i poveri che spendono, gli stessi poveri il cui patrimonio continua a diminuire, mentre l’1% continua ad arricchirsi (vedi grafico a fianco).
Come si vede il tasso dei risparmi delle famiglie non è diminuito molto nonostante i patrimoni siano ai livelli record. Il tasso complessivo nel settore privato (tecnicamente il surplus finanziario) è calato molto di più. “Sfortunatamente tali percentuali non significano che gli americani stanno prendendo soldi in prestito per le loro attività economiche, bensì che le aziende stanno finanziando operazioni di M&A di acquisto di azioni proprie”.
Il problema costituito dal servirsi ingenuamente di bolle di asset per alimentare l’economia è che quando la bolla scoppia, i gruppi debitori del settore privato improvvisamente capiscono di essere nell’errore e cambiano completamente il loro comportamento nei confronti di investimenti e risparmi, portando a una recessione.

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