Per vivere ti rimane un terzo di quello che sulla carta avresti guadagnato. In Italia il reddito da lavoro è quello che ha la maggiore pressione fiscale in Europa dopo Danimarca e Svezia.
2015 anno delle novità fiscali all’insegna dell’annunciata semplificazione. Ok, non mettetevi subito a ridere. A parte la confusione che regna attorno alla vicenda dei moduli precompilati, che dovrebbero arrivare direttamente a casa, c’è tutto il problema della consegna dei Certificati unici. Molti ormai li mandano in via esclusiva attraverso la posta elettronica, rete e computer, e quindi molti riceventi senza pc e senza rete sono in gabbia. La distribuzione intelligente incappa inevitabilmente nel più che denunciato divario digitale. Che non è una malattia dell’apparato digerente ma una patologia sociale italiana che vede strati della popolazione e aree geografiche senza reti e senza computer e senza alfabeto informatico.
Insomma come mi scarico il Certificato unico, dice la nonna, che per vedere un computer deve andare al patronato? Facendo la fila. Bene. Ottima la semplificazione. Oppure lo chiedi al nipote o al figlio che se hanno tempo lo fanno di notte magari accavallando pdf a vari file. Tempo di tasse e di dichiarazioni, tempo di procedure e tempo di conti e di code. Ai patronati ci sono già. “Scusi devo scaricare il cud”. Attento a come parli.
Tartassati, noi italiani più della media europea, e non è una novità, ma sempre incasinati, più della media internazionale. Pagare si deve ma che sia almeno semplice. Un sogno. Due o tre dati tanto per caprie come siamo messi a statistica. In Italia il reddito da lavoro è quello che ha la maggiore pressione fiscale in Europa dopo Danimarca e Svezia, che però hanno tutto un altro sistema di assistenza sociale. Cioè, là paghi ma hai contributi, sostegni, servizi che, come documentato in tanti articoli e tanti servizi tv qui te li sogni.
Pressione fiscale molto più ridotta invece in Lettonia, Romania, Bulgaria, Lituania fino a Grecia e Spagna: in questi Paesi, molto diversi tra loro per sistemi economici e flussi finanziari, l’aliquota oscilla tra il 26 e mezzo e il 30 per cento. Comunque ben lontani dal nostro quasi 50. Da noi mediamente la pressione fiscale sul lavoro è sul 43 e mezzo per cento, e già questo dovrebbe far riflettere. Quasi la metà del ricavo se ne va in tassazione varia. Se poi ci aggiungi tutti gli altri oneri, imposte, trattenute e via discorrendo si arriva ad un prelievo complessivo che in molte fasce arriva al 64-68 per cento.
Per vivere ti rimane un terzo di quello che sulla carta avresti guadagnato. Ma non basta. Gli uffici studi delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e degli imprenditori, specializzati in tendenze e statistiche lavorando su dati e schemi molto analitici, hanno verificato che per adempiere correttamente a tutte le imposizioni fiscali, previdenziali e assistenziali una datore di lavoro, cioè una impresa, che può essere anche un artigiano, un commerciante, una partita Iva con uno o due dipendenti, arriva a impiegare (quindi a spendere ) anche 270 – 300 ore per svolgere le pratiche relative alla burocrazia fiscale.
Dodici giorni, quasi due settimane – notte e giorno – per compilare modelli, mandare mail, assolvere ai compiti imposti dalle procedure per pagare e far pagare. Una semplificazione ben strana. Tartassati e pure incasinati. Come direbbero a Roma, e non solo, “cornuti e mazziati” . Se avessero introdotto il reato di “falsa promessa di abbassamento delle tasse” mezzo mondo politico sarebbe inquisito. Se avessero introdotto il reato di “annuncio indebito di semplificazione fiscale” sarebbero quasi tutti indagati.
Con un debito pubblico come il nostro, con una ripresa che può anche arrivare ma che non è così esplosiva, con una spesa statale, dalla sanità alla pubblica amministrazione, che sappiamo tutti quanto impegni le casse nazionali, ben immaginiamo che non si possano fare miracoli. Ma almeno non annunciateceli come se fossimo appena arrivati da Marte. Perché nemmeno voi siete appena arrivati da Giove.

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