Non so se valga la pena di condurre una battaglia terminologica, che magari faccia rivivere la presunta distinzione fra riformisti e riformatori su cui si impuntò per anni il Pci, per giustificare la propria differenza dai socialdemocratici.
Ho già denunciato in passato la impossibilità, o meglio, la inutilità, dello sforzo di recuperare un uso corretto delle parole “riforme” e “riformismo” nel contesto di oggi. Credo che il generoso tentativo di ridare un significato diverso da quello corrente sia destinato all’ insuccesso. Troppa acqua è passata sotto i ponti. Nella storia comunista e socialista le riforme, anche quando sostenute contro la sinistra, cioè contro coloro che volevano fare la “rivoluzione”, erano intese come politiche mirate a ridurre il potere del capitale, a migliorare le condizioni di vita e i diritti dei lavoratori e dei ceti popolari. Nel linguaggio corrente, ma anche in quello politico e istituzionale, italiano e europeo, le riforme sono quelle tese a liberare il mercato, a garantire flessibilità del lavoro e a ridurre lo spazio del settore pubblico. La verità è che la vittoria del pensiero liberista degli ultimi decenni, la sua penetrazione profonda anche nei principali partiti socialisti europei e nel nostro Partito democratico, la sua assunzione nell’ impianto materiale e istituzionale europeo, tutto ciò ha modificato forse in modo irrevocabile il significato della parola riformismo. Ecco perché vediamo tanti “riformismi” sia nell’area moderata del Pd sia nel Centrodestra. Non so se valga la pena di condurre una battaglia terminologica, che magari faccia rivivere la presunta distinzione fra riformisti e riformatori su cui si impuntò per anni il Pci, per giustificare la propria differenza dai socialdemocratici.
(Circolo Rosselli)

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