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Ora Renzi è fortissimo ma non ha scampo: o fa sul serio o crolla

di Terza Repubblica | 2 Giugno 2014

renzigrilloAdesso che abbiamo capito cosa è successo nelle urne (vedil’edizione speciale di TerzaRepubblica , che replichiamo per chi non l’avesse vista in settimana), cerchiamo di capire cosa succederà per effetto del voto. Gli scenari a cui badare sono sostanzialmente quattro: le dinamiche dentro il Pd, quelle nel centro-destra, l’azione del Governo, gli assetti europei. Ma il punto di partenza è, ovviamente, Matteo Renzi. Tutti si stanno domandando se saprà capitalizzare quel magico 41%, realizzato grazie all’elettorato moderato che, in nome della stabilità, ha scelto Renzi (non il Pd) come scudo contro ogni avventura. Naturalmente la vera risposta a questa domanda la potrà dare solo il tempo, ma è chiaro fin da adesso che tutto dipenderà da come Renzi risponderà alle domande politiche che sono state alla base del flusso di voti dal centro verso di lui.

La prima, quella più decisiva, è la domanda di governo. C’è da dare sostanza alla speranza di ripresa economica, che finora si è infranta contro la dura realtà di una stagnazione, ormai diventata deflazione, che ci ha lasciato in eredità la lunga recessione degli ultimi anni. Chi ha votato Renzi sapeva benissimo che quella degli 80 euro era soprattutto una manovra elettorale e che quel tipo di interventi non fanno certo la differenza. Ma non aveva alternative e voleva concedere una chance al protagonista di una rottura generazionale che i più considerano decisiva per rimettere in moto il Paese. E ora si aspetta che il Governo metta in campo un piano straordinario, un vero e proprio “piano Marshall”, che segni profonda discontinuità sia con la politica della spesa pubblica clientelare e priva di investimenti sia con quella rigorista a senso unico. Sia consentito dirlo, parliamo dell’esatto contrario di quanto asserito dal Governatore Visco nella relazione all’assemblea di Bankitalia, quando dice che “la velocità della riduzione del rapporto tra debito e pil dipende dal ritorno a una crescita stabile e sostenuta”. È vero che si tratta di una “sfida ineludibile”, anzi noi diciamo che è “la sfida delle sfide”, ma è il ritorno alla crescita che dipende dalla velocità di riduzione del debito, che va affrontata con un intervento straordinario derivante dall’uso congiunto di patrimonio pubblico e privato. Non solo. Occorre un’idea di politica industriale che parta dal presupposto che non si tratta più di mettere le stampelle al capitalismo esistente (e residuale), ma di predisporsi ad accogliere la quarta rivoluzione industriale ormai alle porte, che scardinerà i vecchi paradigmi industriali del modello di produzione fordista e del valore aggiunto della “ripetitività” per lasciare il passo al sistema dell’innovazione permanente. Ma questo significa cambiamenti normativi – si pensi ai diritti di proprietà intellettuale – un’adeguata specializzazione della forza lavoro con processi di apprendimento lifelong learning e buone università collegate con il mondo del lavoro, spesa pubblica diversamente indirizzata. Insomma, basta cassa integrazione che illude imprenditori e lavoratori che le aziende decotte possano rinascere, e via con nuove politiche che finalmente superino la stucchevole dicotomia “Stato e mercato”.

Ecco, dal premier Renzi , ci si aspetta, e da subito, che cominci a spendere il suo nuovo capitale elettorale per mettere in atto queste rivoluzioni. Cosa che potrà fare solo se sarà capace di andare in Europa come interprete dell’europeismo ragionevole che non tenta di imporre lo sfondamento del tetto del 3% del deficit, ma lo scambia contro un piano di riduzione del debito sotto la soglia del 100% per mettere le basi per una più generale federalizzazione del debito continentale. La congiunzione astrale favorevole data dai risultati elettorali nei diversi paesi, e dalla necessità di una grande coalizione tra socialisti e popolari per gestire la Ue, mette Renzi in una posizione di forza assolutamente irripetibile. Deve dimostrare di saperla usare.

Si dice: molto dipenderà dal Pd. Non siamo d’accordo. È il contrario: tutto dipenderà da come Renzi gestirà il suo partito. Come abbiamo detto nell’analisi del voto, ha l’occasione storica di tagliare definitivamente il cordone ombelicare che lega il Pd al vecchio Pci e spazzar via quel modo di concepire non tanto la sinistra ma il modo di essere di sinistra, che ha sempre tenuto separati i progressisti (spesso conservatori loro malgrado) e i moderati (confusamente liberali). Serve un cambiamento antropologico, e Renzi può produrlo. Gli può mettere i bastoni tra le ruote Berlusconi? La scelta del Cavaliere – siamo pronti a scommetterci – sarà quella di rinchiudersi in un partitino familiar-personale che sia baluardo dei suoi interessi di sopravvivenza. Ma proprio per questo non romperà il “patto del Nazareno” (di cui va salvato il metodo, non i contenuti specifici di riforma, che non sono quello che serve al Paese). E tanto basta.

Insomma, quel 41% rende Renzi fortissimo ma lo inchioda a dover dimostrare una maturità che fin qui non ha avuto. Il dopo-elezioni è tutto qui.

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