Dalla platea di Confindustria
Il presidente degli industriali lancia una mano tesa verso il Premier. Ora è il momento delle riforme.

Per questo vorrei raccomandare a Roberto Crapelli, se già non l’ha fatto, di inviare a Matteo Renzi il “think act” redatto dalla tedesca Roland Berger – di cui Crapelli è amministratore delegato della controllata italiana – dal titolo, tra l’evocativo e il provocatorio, “Industry 4.0 The new industrial revolution, how Europe will succeed”. In esso si spiega che cosa è successo in questi anni, per effetto del mix tra globalizzazione e grande crisi finanziario-recessiva, all’economia europea, e a quella italiana in particolare: un processo di progressiva deindustrializzazione, con una crescente riduzione del peso del manifatturiero sui pil nazionali (l’Italia dal 20% al 16%, solo la Germania, in controtendenza, è arrivata al 23%). Ma soprattutto si afferma che senza un’agenda di politica industriale europea, nessuno, tedeschi compresi, potrà realizzare quelle trasformazioni che sono necessarie perché il Vecchio Continente incrementi di almeno un terzo, nei prossimi 15 anni, il peso dell’industria sulla ricchezza prodotta, passando dalla media attuale del 15% a quella del 20%. Arrivando a suggerire, nel paper della società di consulenza aziendale, che l’Italia nel corso del semestre europeo di sua presidenza lanci la proposta di un “Industry Compact” in cui sia previsto un piano straordinario di investimenti da 1500 miliardi (90 miliardi l’anno) per raddoppiare il volume dei capitali, incrementare del 70% la profittabilità, creare 6 milioni di nuovi posti di lavoro ma soprattutto tornare a presidiare i segmenti high e medium tech che il Vecchio Continente prima ha lasciato agli Usa e poi all’Asia. Qualcosa di più del “piano keynesiano” da 150 miliardi in cinque anni – solo per l’Italia – che il presidente del Consiglio ha lanciato la sera stessa del suo trionfo elettorale. Ma non qualcosa di diverso. La logica è finalmente quella giusta: progetti di trasformazione radicale del sistema produttivo. Ridare centralità al manifatturiero non significa difendere l’esistente – che non a caso quelli di Roland Berger suggeriscono di lasciare al suo destino – ma spostare debito in essere e nuova finanza da salvataggi e ristrutturazioni a nuovi insediamenti produttivi.
La quarta rivoluzione industriale è alle porte, il mondo sta evolvendo in un enorme sistema di informazioni dove elementi chiave saranno la digitalizzazione e l’interconnessione di ogni unità produttiva. Le fabbriche saranno “piccole e intelligenti”, poiché per la produzione serviranno dati, non materiali, visto che saranno le stampanti 3D a “creare” da file digitale l’oggetto fisico voluto. Big data, cloud computing, connettività, efficienza energetica, robotica, sono alcuni dei tratti fondamentali di questa rivoluzione, che scardinerà i vecchi paradigmi industriali. Il modello di produzione fordista tramonterà definitivamente e il valore aggiunto della “ripetitività” lascerà il passo a quello dell’innovazione. I cluster e i centri produttivi saranno aggregatori di idee e ricerca piuttosto che di stabilimenti produttivi, la velocità di circolazione delle merci sarà nulla in confronto a quella delle informazioni.
Ma questo significa cambiamenti normativi – si pensi ai diritti di proprietà intellettuale – un’adeguata specializzazione della forza lavoro con processi di apprendimento lifelong learning e buone università collegate con il mondo del lavoro, spesa pubblica diversamente indirizzata. Insomma, basta cassa integrazione che illude imprenditori e lavoratori che le aziende decotte possano rinascere – qui Squinzi “ha dovuto” difenderla, la vecchia cig, ma si capisce che il suo cuore batte per l’innovazione – e via con nuove politiche industriali che superino finalmente la stucchevole dicotomia “Stato e mercato”. Caro Renzi, ecco come devi cominciare, da subito, a spendere il tuo nuovo capitale elettorale.

Federico Caffè diceva che l’aumento del PIL, senza un aumento dell’occupazione è un puro dato statistico.