
Si può sinceramente dar torto ad un giovane che lamenta che nel nostro Paese non esistono opportunità, che l’unica alternativa sarebbe andare altrove, che per restare ci vuole del fegato? E’ lecito essere indignati laddove la legalità è divenuta un optional e gli uomini che occupano le istituzioni si comportano come se quelle fossero il proprio sgabello? Si può essere adirati se la società italiana appare chiusa, impermeabile; se il merito non conta, se gli onesti sacrifici non bastano; se per prendere l’ascensore sociale son buoni soprattutto meretricio, tessere e intrallazzi?
Sono, in fondo siamo in tanti ad essere “indignati” e i giovani hanno anche più titolo per esserlo, perché la società dovrebbe accoglierli e invece, se non riesce a conformarli, quasi puntualmente li respinge.
Fino a che ci si indigna, in un modo o nell’altro, si può essere d’accordo. Anche se, personalmente, credo che sia semplicistico individuare nelle varie ‘caste’ i soli responsabili di queste condizioni, poiché esse riproducono, fornendo loro evidenza, cancrene diffuse proprio nella società; ottundimenti culturali, pesantissimi gap che non sono colmati, come se lo sviluppo, la crescita collettiva di noi tutti si fossero fermati agli anni settanta o ottanta del secolo scorso, se non all’unità d’Italia o, forse, neppure saprei dire.
Con o dopo l’indignazione, però, che si fa? Assemblee, sit-in, cortei, teatro, happening? Si fa, per caso, il socialismo? Si scimmiotta un pochettino il Sessantotto? Si fanno le proteste del tipo delle occupazioni studentesche, che contro le riforme del momento, contro gli sfasci reali e un po’ esasperati si appuntano ritualmente ogni anno ed ogni anno lasciano invariabilmente nessun segno, senza assumere continuità, senza acquistare una forma che sia duratura, vitale?
Con o dopo l’indignazione, che cosa si propone? Le idee che si sentono sbandierare e circolare suonano come un deja-vu. Correggetemi se sbaglio: fanno tutte grosso modo perno sul concetto che occorre più Stato, sono espressione di un atteggiamento tenacemente filiale, chiedono tutte qualcosa di nuovo che caschi da sopra, da ‘lassù’. Rifiutano di prendere atto che siamo entrati in una lunga stagione di vacche magre – qui è meno importante stabilire per colpa di chi – sono cosparse di atteggiamenti velleitari, sono percorse sotto traccia dall’utopia e non leggono la storia, vagheggiano un futuro che non ha e non avrà un volto. Anche le ricette dei giovani purtroppo suonano vecchie, obsolete. Come trite e abusate sono le modalità con cui si esprime la pur legittima aspirazione al protagonismo.
Per essere protagonisti non basta più urlare e lanciare un po’ di uova: questo, come si può vedere, accade ormai in numerosi Paesi del mondo occidentale e ha perso da tempo, almeno da noi, il marchio della novità. Per essere protagonisti e lasciare un segno occorre cogliere quanto di veramente inedito viene offerto dalle crisi strutturali che stanno esplodendo. E’ tempo di afferrare le opportunità che si nascondono nelle pieghe del dramma, che aspettano di essere comprese ed elaborate.
Essere indignati deve servire a qualcosa, ha senso soprattutto o soltanto se produce aria nuova, soluzioni innovative e ‘scorrettissime’, una rivoluzione pragmatica – pare un ossimoro – che rovesci il paradigma dello Stato che a tutto provvede e dovunque soccorre. Se non sarà per questo, indignati sarà per fare cosa?

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