E’ necessaria un’iniziativa al massimo livello politico per la creazione di un fondo d’investimento focalizzato su imprese ad alto impatto sociale per catalizzare risorse finanziarie, pubbliche e private, da indirizzare esclusivamente alla creazione e allo sviluppo di nuove imprese.

Sgombriamo innanzitutto il campo da alcune illusioni che, per quanto umanamente comprensibili, restano purtroppo tali: maggiore flessibilità, facilitazione del credito, abbassamento della pressione fiscale, riduzione drastica degli orpelli burocratici anche e soprattutto attraverso un ridimensionamento dell’apparato statale. Tutto giusto e indispensabile, certo, per salvare il salvabile del tessuto industriale-manufatturiero italiano, sapendo però che sarà impossibile recuperare occupazione in settori maturi con aziende che hanno perso il 30% di quote di mercato, non tanto per l’eccesso del costo del lavoro (spesso è un luogo comune), ma perché la globalizzazione ha spostato ineluttabilmente i centri produttivi altrove, dove i mercati interni in crescita consentono volumi di produzione ormai impensabili da noi.
L’Italia resta uno dei paesi a più forte tasso di imprenditorialità, quasi la rappresentazione fisica della citazione einaudiana: “…migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno.
Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente con altri impieghi.”
E’ ancora vero tutto questo? E’ ancora possibile contare su tale imprenditorialità diffusa, su quel “mass flourishing”, per dirla con il Premio Nobel per l’Economia Edmund S. Phelps, che nel dopoguerra creò dalle macerie la quinta potenza industriale mondiale? Ne dubito; perché le condizioni sono cambiate ed il clima generale del paese – politico, sociale, culturale – lo rendono impossibile, almeno nel breve periodo.
Non mi interessa in questo momento affrontare i motivi che hanno portato a tale drammatica situazione. Auspico che i cambiamenti in atto nella classe dirigente italiana possano col tempo ricreare le condizioni per sfruttare appieno le potenzialità creative e imprenditoriali insite nel nostro dna.
Nel frattempo, però, ci sono delle urgenze drammatiche ed ineludibili, in primis la questione dell’occupazione, che se non affrontate con la dovuta decisione, possono inficiare qualsiasi sforzo di rinnovamento.
Non penso che bisogna far ricorso ad ideologie e soluzioni palingenetiche. Negli stessi meccanismi originali del modello capitalistico esistono valori da riproporre, altri parametri da ripristinare rispetto a quello della mera massimizzazione del profitto finanziario.
A livello internazionale esistono esempi illuminanti, quali quello della Big Society Capital britannica, progetto lanciato dal Gabinetto Cameron che ha istituito un fondo da 600 milioni di sterline per far nascere imprese sociali e che ha avuto come diretta conseguenza il sorgere di fondi di venture capital e private equità espressamente dedicati. Sono fondi che non solo investono, ma scoprono veri e propri modelli di business che consentono il recupero e la rivalutazione di aree metropolitane depresse, lo sviluppo della cultura del commercio equo e solidale e di quella del recupero e riutilizzo di materiali di scarto. Sono questi comparti con grandi potenzialità di crescita, capaci di sviluppare un vero e proprio mainstream: la Social Enterprise.
Bisogna però muoversi in fretta, partendo dai dati offerti dalla realtà odierna. Essa ci dice che anche in Italia, nonostante tutto, esiste un mondo, vivace e in crescita, di iniziative definibili come “imprese sociali” che operano non solo nel sociale propriamente detto, ma anche in settori di rilievo strategico, quali beni ambientali, turismo, formazione, salute, valorizzazione del patrimonio artistico e culturale. Si tratta di centinaia di migliaia di imprese, di tipologie diverse, che già adesso danno un contributo in termini di occupazione, di consumi e di erogazione di servizi integrativi, quando non addirittura alternativi, a quelli dello Stato, ma che scontano il limite di essere scoordinati. Pensiamo solo al modello cooperativo ed ai risultati che ha raggiunto. Quello che è mancato è stata la capacità di integrare queste iniziative in una logica di mercato, rendendole capaci di attrarre capitali ingenti e mobilitare forze finanziarie in grado di dar loro prospettive di crescita.
E’ qui che si può e si deve agire con rapidità, costituendo un soggetto nazionale di coordinamento per sostenere, promuovere e finanziare la nascita di Imprese Sociali.
Non si può aspettare passivamente, per i motivi sopra accennati, il ritorno ad un ciclo economico positivo, bensì adottare un’iniziativa al massimo livello politico centrale per la creazione di un fondo d’investimento focalizzato su imprese ad alto impatto sociale per catalizzare risorse finanziarie, pubbliche e private, da indirizzare esclusivamente alla creazione e allo sviluppo di nuove imprese dalle seguenti caratteristiche:
– Produzione di beni e servizi di “utilità sociale” in settori quali l’assistenza sanitaria, l’education in senso lato, la tutela dei beni ambientali e la valorizzazione del patrimonio culturale e artistico, l’erogazione di servizi strumentali all’impresa sociale.
– Pubblicazione di un bilancio economico e un bilancio sociale
– Distribuzione limitata degli utili, anche utilizzando modelli in atto nel Regno Unito (Community Interest Company) o in alcuni stati americani (Low Profit Limited Liability Company)
– Modelli di business profittevoli e scalabili a livello nazionale e internazionale
– Capacità di creare occupazione su larga scala
Dovrà essere un istituto dalla governance snella (15 – 20 persone), composto da soggetti provenienti dalle eccellenze pubbliche e private, nazionali e internazionali, in grado non solo di gestire in modo corretto ed efficiente i finanziamenti, ma anche di poter individuare i progetti più degni in termini di innovazione e di impatto occupazionale.
Si può anche cominciare da subito, partendo dalla attuale normativa, seppure troppo restrittiva, che disciplina l’impresa sociale in Italia. Sarebbe un segnale politico fondamentale per risvegliare volontà e risorse che pure esistono, ma che sono al momento scoraggiate dall’atmosfera da “cupio dissolvi” diffusa dall’astrattezza e vacuità del chiacchiericcio contemporaneo.

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