A sorpresa anche l’Europa nello scontro fra Il Presidente e il Segretario. Facile prevedere altre puntate nella gara fra i due.

Ma, andando oltre i temi già metabolizzati sia dalla cronaca che dalla politologia italiana, ci preme dedicare il nostro focus a quello che sembra un particolare minore.
A parte il solito lavoro di fioretto, di cui Enrico Letta è maestro, nel suo intervento il Presidente del Consiglio ha decisamente “virato” sull’Europa. Perché, in un clima di alta tensione interna, Enrico Letta pone come problema cruciale ed urgente l’adesione del PD alla famiglia socialista europea ( chiamandola però centro-sinistra )?
Ufficialmente motiva questa accelerazione in agenda perché il Congresso del PSE è ormai imminente. Ma la riflessione più probante è politica. In Europa, dopo le lezioni di Maggio – così dice Letta- conteranno solo le due massime coalizioni. E, in una fase rifondativa dell’istituzione continentale, il PD italiano non “potrà stare sull’uscio, ma laddove si comanda e si guida la politica Europea”.
La domanda, neanche troppo maliziosa, è un’altra: cosa nasconde tale motivazione alta e nobile, in verità tautologica?
Cerchiamo di essere interpreti “creativi”. Prima ipotesi: se la consideriamo un gesto di pace verso il segretario, potrebbe essere anche un suggerimento interessato, quasi la base per future diverse dislocazioni personali. Quella più ovvia? Renzi candidato per palazzo Chigi, Letta, magari, Commissario europeo.
Seconda ipotesi: se, viceversa, consideriamo la non nuova proposta del Presidente del Consiglio nella sua versione più velenosa, ci sono tutti gli estremi per credere che voglia spingere forzosamente l’asse politica renziana verso sinistra, nella speranza (non remota) di provocare contraccolpi nella platea vetero-centrista del partito.
Tutto questo è sufficiente per immaginare altre e nuove puntate del duello tra i due diversissimi toscani. La speranza dei “colonnelli” PD, e ne sono rimasti sia giovani che datati, è quella di gestire il passaggio Letta-Renzi come una staffetta di squadra e non come una competizione personale dagli esiti incerti e traumatici.
Ma il PD non vive solo di questa diarchia. E di guastatori in giro per il Nazareno ce ne sono molti.

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