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Quel sorriso da lavoro stabile

di Fabrizio Binacchi | 2 Settembre 2013

Ci siamo riempiti la bocca e le conferenze di teorie sulla modernità del lavoro flessibile, per accontentare questo o quel potentato, quando tutti i fattori andavano a confermare che la convenienza del lavoro, a lungo termine, è nella sua stabilità.

lavoroUn portico, un minuto post colazione, un sole tiepido da ultimi sgoccioli tropicali. Le agenzie battono gli ultimi dati: 39,5 per cento al disoccupazione giovanile in Italia. Addì fine estate 2013. Incrocio un giovane collega che è stato anni fa mio studente alla Scuola di Giornalismo. “Ciao come va?” “Dai bene”. “Ah son contento!” . “Sai, mi hanno assunto alla radio”. “Ah che bello”. “Beh non hai idea, tutta un’altra vita. Prima lavoravo da solo a casa, pensavo da solo, scrivevo da solo , parlavo da solo , mandavo i pezzi. . Adesso non hai idea della bellezza di entrare in redazione vedere dei colleghi e avere un confronto con i colleghi”. “Beh ci credo, il nostro è pur sempre un lavoro che presuppone un confronto tra colleghi per arrivare a un prodotto collettivo com’è un giornale, un telegiornale o anche un sito web”. “Già, e poi non hai idea, quando mi hanno consegnato i buoni pasto, mi sono detto, ma allora è vero?!” Alla svolta dei “buoni pasto” lo sguardo del collega ed ex studente s’è fatto ancor più solare. Gli occhi più luminosi e profondi del solito. Accidenti allora è vero, c’è il sorriso da lavoro stabile. C’è lo sguardo del lavoratore contento, che non vede l’ora di cominciare e di essere utile produttivo, inserito. E la sua felicità era mia felicità. E sono vere anche altre due cose. Che ci siamo riempiti la bocca e le conferenze di teorie sulla modernità del lavoro flessibile, per accontentare questo o quel potentato, quando tutti i fattori andavano a confermare che la convenienza del lavoro, a lungo termine, è nella sua stabilità. Che per anni abbiamo pensato che il telelavoro fosse la soluzione di tanti mali e la condizione più giusta ed idonea per lavorare meglio e avere vita familiare ed invece si scopre e si conferma che il lavoro presuppone incontro, confronto, scontro e comunque un passaggio da una condizione di “domesticità” ad una condizione di “esternità”. Solo certe attività si prestano davvero all’applicazione del telelavoro e molte che erano pensate per quel tipo di prestazione hanno dato risultati negativi e controproducenti. Pensiamo a certe esperienze di risponditori automatici o di call center vari. Quel flash di sorriso da lavoro stabile, dopo qualche anno di lavoro precario, dovrebbe farci pensare quanto ci guadagna l’imprenditore, il sistema, lo Stato, lo stesso lavoratore ovviamente quando il “rapporto di lavoro” è improntato alla sicurezza. Già, la sicurezza. Un grande riflessione sulla vera sicurezza del lavoro e sulle reali garanzie delle forme di ingresso e uscite dal mondo del lavoro sono uno dei compiti che ha non solo il governo Letta ma anche l’Europa. Tecnologie e globalizzazione ci impongono di guardare veramente con occhi nuovi al sistema lavoro abbandonando teorie e schemi che hanno fatto ricchi solo i sedicenti esperti e sviluppando il sistema dei contatti dinamici e delle rotazioni di opportunità. Aprite quella porta e date aria al sistema, già quella sarebbe una bella rivoluzione. E avremmo molti più sorrisi consapevoli.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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