Oggi l’Europa non è in grado di assumere alcuna decisione politica in ordine a vicende gravi come quella del governo siriano di Assad.

In termini di potere, la storia recente ha registrato innanzitutto l’ascesa di grandi potentati finanziari ed economici internazionali (soggetti giuridici privati, personali e collettivi) in grado di monopolizzare o almeno pesantemente condizionare in termini di democrazia la vita sia politica che economica dei cittadini di uno Stato o comunità. Nel tentativo di fronteggiare questi nuovi potentati, alcuni di questi stessi governi hanno proposto e sviluppato relazioni di tipo inter-governative o creato organismi e unioni di governo sovra-nazionali, in grado di esercitare un potere politico ed economico necessariamente più vasto e più forte. Fallito il progetto della costituzione europea, nel 2009 i paesi dell’Unione Europea hanno adottato il Trattato di Lisbona, allo scopo di semplificare e rendere più democratiche al proprio interno le procedure di decisione politica e nel contesto del periodo di emergenza internazionale adottare misure in grado di meglio fronteggiare la perdurante crisi economica e finanziaria. In breve, il Trattato di Lisbona ha rafforzato l’impianto democratico dell’organizzazione mediante il riconoscimento di nuovi diritti di azione ai cittadini e di co-decisione al Parlamento. Inoltre, ha attribuito nuovi e più ampi poteri d’intervento federale al Consiglio europeo, che è diretta emanazione del potere di ogni singolo governo nazionale. Con espressione, che direi molto efficace, si è parlato di una nuova architettura organizzativa e funzionale basata su un principio cosiddetto di “sovranità divisa fra cittadini e Stati” (C. Callies 2010).
E tuttavia la storia ancora incombente dell’ultima crisi finanziaria ha anche dimostrato che le linee di convergenza di politica economica adottate in sede di Consiglio dei ministri e di Consiglio europeo spesso si sono scontrate con le realtà, significativamente diverse, di ogni singolo paese in recessione. Sì che le diverse strategie necessarie per il ripianamento dei conti pubblici nazionali hanno di fatto impedito l’adozione a livello europeo di una politica monetaria comune, che potesse cioè andare bene per tutti gli Stati membri dell’Unione.
Questa considerazione, in effetti da sola può già bastare a porre la questione di fondo, che concerne piuttosto il modello politico e giuridico di Unione Europea che s’intende costruire e realizzare in maniera definitiva. Semplificando, potremmo concludere che l’alternativa di fondo è tra due diversi modelli: l’Europa dei cittadini o l’Europa degli Stati. Ad oggi, il modello di organizzazione e funzionamento garantisce una certa preminenza del diritto dell’Unione Europea sul diritto dei singoli Stati-membri, che sono sempre più spesso chiamati ad un’operazione di mera ratifica delle decisioni comunitarie. In definitiva, si tratta piuttosto di superare questo assetto di sovranità divisa e attraverso istituzioni direttamente rappresentative della sovranità dei cittadini, come ad esempio il Parlamento, concepire quali unici soggetti legittimanti soltanto gli individui che sono cittadini dello Stato e dell’Unione (A. von Bogdandy). Individui, che non si sentono ancora cittadini dello Stato e dell’Unione e che quindi è auspicabile imparino presto ad esserlo.

Lascia un commento