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Quando gli orti e non la politica 
fanno “economia sostenibile”

di Fabrizio Binacchi | 14 Ottobre 2012

Scommessa: vivere e abitare città che fanno i conti con il tragico ma ineludibile evento della riduzione e della fine, prima o poi, delle risorse di petrolio.

Ultimamente chi ascolta le informazioni sul traffico alla radio sente gli accorati appelli finali molto carini, quasi materni. Sicuramente più confortanti delle notizie politiche. Accanto ai consolidati “rispettate i limiti” o “guidate con prudenza” adesso va in onda una esortazione quasi religiosa o sanitaria: “Abbiate cura di voi stessi”. Che, a ben vedere, si potrebbe dire anche dei politici. Così uno al volante sa che c’è qualcuno che lo pensa, come facevano pensare quelle vecchie calamite che una volta si mettevano sul cruscotto vicino alla levetta dei fanali quando ancora sulle macchine c’erano interni di metallo con le immagini sacre e l’invito: “Papà, guida prudente” o “Pensa a noi” sopra lo spazio per le foto dei familiari. Tempi che furono e tempi che sono. Oggi si può avere cura di noi stessi non solo, ovviamente, facendo i prudenti sempre e non solo al volante ma anche ad un aperitivo, al lavoro,  o anche aprendosi a quelle forme di economia sostenibile che varcano i confini dei libri specializzati e dei circoli per pochi. Prendiamo ad esempio gli orti di città e al risparmio energetico finale che rappresenta il loro sviluppo: l’orto come emblema di energia risparmiata. L’orto come nuova politica economica. In epoca di chilometri zero e consumi stagionali, in anni in cui si discute di modelli europei per l’economia sostenibile, anche partire da un micro orto urbano o dall’orto sul terrazzo significa porsi scientemente e coscientemente il problema dalla sostenibilità possibile e della qualità realizzabile. Basta poco, a volte. Molto poco, spesso. Dopo il petrolio? Avverrà quello che c’era prima del petrolio. Il pane fatto in casa e l’orto come energia pulita. E’ una delle strade che propone ad esempio il movimento delle Transition Town che, oltre alla moda un po’ new age, va preso tremendamente sul serio per le riflessioni di qualità della vita che propone.   Molti paesi e piccole città anche della Toscana e della Lombardia  promuovono da anni i mercatini della terra e gli orti periurbani. Fasce di territorio che, anche a ridosso di mostri urbanistici e di incolpevoli assi viari, nati nei decenni del boom automobilistico, possono diventare polmoni non solo ambientali ma anche importanti isole agricole nella civiltà del consumo definito appunto consapevole. In fatto di Transition Town c’è l’esperienza di Monteveglio, cittadina sulle colline bolognesi, già nota alle cronache per la sua vocazione del rispetto ambientale e dell’equilibrio tra dare-e-avere in natura. Iniziative e progetti anche piccoli ma da salutare con molto entusiasmo per la loro forza simbolica. Noi tutti vorremmo imparare a vivere davvero nell’era post petrolifera senza farsi male, senza rinunciare a comodità e piaceri che la finta era del benessere ci ha abituato a concepire come fase senza fine. Nell’intento di Transition Town c’è questa scommessa: vivere e abitare città che fanno i conti prima delle altre con il tragico ma ineludibile evento della riduzione e della fine, prima o poi, delle risorse di petrolio. Monteveglio è diventato così, tra quelle città, un esperimento di pannelli fotovoltaici, orti condivisi, chilometro zero, piano energetico comunale. Il pane fatto in casa o in condominio e il basilico di pianerottolo come esempi di successo post petrolio. Ma in cosa si traducono i comportamenti e le attività delle città in transizione? Utilizzo consapevole delle automobili, applicazione di tecniche di agricoltura sostenibile, consumo di prodotti locali, riutilizzo di oggetti vecchi, installazione di impianti energetici alternativi, come il fotovoltaico, e di accorgimenti volti al risparmio energetico. Parte integrante del percorso è anche la riscoperta delle pratiche che esistevano prima dell’”età del petrolio”. Come la produzione del pane in casa, la coltivazione dell’orto, cucinare usando prodotti stagionali e rammendare calze bucate. Niente diktat  e assenza di ricetta precostituita da seguire ma persone e gruppi che si mettono in gioco arricchendo di continuo l’esperienza collettiva. Come quella degli orti in condivisione, appezzamenti di terra gestiti da una decina di famiglie ciascuno e che servono ad evitare il supermercato almeno per quanto riguarda l’approvvigionamento di verdura. C’è poi la banca del tempo, che consente ai montevegliesi di scambiarsi ore di lavoro e consulenze. Un modo anche per aiutare la sopravvivenza delle piccole imprese e che allo stesso tempo diminuisce gli sprechi di energia legati ai trasporti per fare arrivare le merci da fuori. Perché l’obiettivo a tendere è l’autosufficienza, l’arrivare a vivere senza dipendenza vincolante da fattori esterni. Tra i compiti dei cittadini in transizione c’è anche indurre l’amministrazione locale ad assumere provvedimenti a favore del risparmio energetico. Pane e verdura come simbolo di un riscatto.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Trevigiano

    15 Ottobre 2012 alle 09:28

    Caro Fabrizio,
    Capisco che ti piace sognare e che sei completamente fuori dalla realtà da almeno cinquant’anni, beato te!
    Vedi il petrolio non serve per far spostare noi, ma per sostenere i Governi con le tasse che gli pongono.
    Negli anni 60 ancora la tua visione di Cowboy e indiani aveva un senso, oggi il coltivatore d’orto, deve mantenere un sindaco e vari assessori, provincia e regione, Roma e Papato, forze dell’ordine e della finanza, con carcerati relativi e costo giornaliero doppio del Four Seasons hotel, unione Europea, nato, ONU e tante di quelle ong, che nessuno ne sa il numero.
    Poi il restante va ulteriormente tassato per gli sprechi, pensi di potercela fare coltivando l’insalata?
    Hai capito perché i tuoi cowboy non ci sono più nemmeno nei film?
    Se cessiamo di farlo? Olocausto.
    Mi dirai che allora è inevitabile e ti rispondo, perché credi che non si veda in giro nessun ET, perché è così facile farcela, che basta coltivare l’insalata?

    Rispondi

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