• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Reality

di Maria Rita Monaco | 5 Ottobre 2012

Una favola nera, un horror tragicomico, un ritratto spietato di un’Italia alla deriva, un’Italia non più in grado di riconoscere il vero dal falso, la realtà dalla fantasia; il tutto confezionato in un bel film che mostra come il cinema italiano sia ancora in grado di riscuotere premi e non sia certo addormentato.

E poi eccolo finalmente in sala, dopo il Gran Premio della Giuria a Cannes, dopo essere stato tenuto a lungo nel cassetto  mentre avrebbe potuto battere al botteghino i film di fine primavera; esce allo scoperto “Reality” di Garrone ed è uno spettacolo comico e tragico allo stesso tempo quello che vediamo sullo schermo ,  a partire da quel cocchio che avrebbe potuto fare concorrenza e invidia non solo ai reali inglesi ma alla stessa Cenerentola, con lo stesso pericolo di trasformarsi in zucca. (Nel nostro caso il fallimento di tutti i sogni di fama, guadagno, notorietà acquistati senza alcuno sforzo e il ritorno alla realtà).

Sì proprio un cocchio come quello delle fiabe ma, davanti ai nostri occhi, fotogramma dopo fotogramma, non si svolge una fiaba ma un horror. Un horror che partendo dalla ripresa aerea dimostra soprattutto due cose: – il reale può diventare irreale e viceversa – e parafrasando il titolo di uno dei film di Venezia, il cinema italiano non sarà bello in ogni sua manifestazione ma senza dubbio non è certo addormentato. Avevamo già sottolineato proprio a Venezia quanti lavori di firme note e no ci avessero favorevolmente colpito da Bellocchio che con il suo “Bella addormentata” avrebbe meritato molto, al felice esordio di Di Costanzo “L’intervallo”.

Reduce dai successi (a Toronto ha avuto l’accoglienza migliore di sempre) ma anche dai suoi incubi di giurato (dopo Venezia ha giurato che non avrebbe mai più fatto parte di una giuria) arriva quindi una sorta di fiaba nera.

Ed è un’Italia del Sud disperata (ma non solo il Sud lo è), sfasciata (come lo sono i corpi dei protagonisti), arresa . Un’Italia in cui il denaro è un divinità e la televisione è onnipresente, i suoi personaggi, modelli da imitare, invidiare, spiare, il successo senza merito da perseguire, sperando che prima o poi capiti anche a noi lo stesso colpo di fortuna che ha colpito loro per primi.

Anche Garrone,  come già prima di lui i fratelli Taviani, ha scelto come protagonista uno dei detenuti del carcere di Volterra (Aniello Arena) ed è veramente grande la interpretazione che dà del pescivendolo Luciano. La storia narrata è vera come è vero Luciano che, dopo il provino di partecipazione alle selezioni de “Il grande fratello”, preso dall’ossessione del successo perde anche la percezione del reale . Con i proventi della vendita del soggetto Luciano è riuscito a ricomprare la pescheria che aveva perso e forse anche a riconoscere la differenza tra reale e irreale.

Come nelle migliori tradizioni le scene più belle capitano per caso e diventano tali per l’intuizione, il cuore, la fantasia del regista, come quando Luciano vede un  grillo sulla parete e crede che sia una telecamera che lo sta spiando per decidere la sua ammissione nella casa del grande fratello. Il film è tutto girato in panoramiche azzeccate, piani sequenza e primi piani del protagonista quasi fosse versamente continuamente spiato da un grande fratello Orwelliano.

Una Napoli soffocata nella sua bellezza da megacentri commerciali, una Napoli con i suoi palazzi del Settecento trascurati e offuscati dalla presenza dei “bassi” per non parlare dei suoi quartieri –dormitorio della periferia, ma anche una Napoli piena di colori, piena di un’umanità sofferente e allo stesso tempo pronta ad una gioiosa partecipazione corale, è quella che ci regala Garrone  con le sue inquadrature  belle da togliere il fiato,  una Napoli resa ancora più bella e sofferente dal suo occhio innamorato.

Il film è bello anche per questo suo sguardo restituito dalla macchina da  presa, uno sguardo che fa sì che perfino il kitsch, che peraltro impera, (dal cocchio con cui gli sposi si recano al rinfresco nel mega centro commerciale) si trasformi  in una porta aperta alla riflessione.

Garrone , per sua stessa ammissione, dopo Gomorra voleva fare un film “leggero”: raccontando la storia di Luciano è riuscito a fare un film ancora più tragico del precedente perché il pubblico per anni ha bevuto , assimilato, creduto al facile successo portatore di comparsate televisive ben pagate.

E’ il ritratto non solo e non tanto di Napoli ma di tutta questa nostra Italia che in questo momento di grave crisi si accontenta di vivacchiare e di “succhiare” come un vampiro affamato il successo altrui in attesa di “miracolo” che può avvenire solo in un mondo parallelo, il mondo della realtà distorta, cioè dell’irrealtà, della fantasia percepita come verità.

Non vuole essere una lezione cattedratica questo film ma cerca di mettere in guardia dall’ossessione della fama, dell’esibizione, dei lustrini, del successo cercati al di là e al di sopra di tutto in una società che ha perso di vista la differenza tra verità e fantasia, tra vero e falso.

Pubblicato in : Primo piano

Info Maria Rita Monaco

Insegnante di lettere nelle scuole medie, alla fine degli anni settanta è tra i fondatori del Laboratorio Immagine Donna con il quale, sino al 2008, promuove festival cinematografici. Dal 1981 al 1987 è assistente in “Teoria e tecnica delle comunicazioni di Massa” del professor Baldelli presso l’Università di Firenze. Ha partecipato a progetti di educazione e comunicazione cinematografica e curato vari cineforum. Collaborato attivamente con la Biblioteca delle Donne di Soverato e con la Commissione Pari Opportunità di Catanzaro. Dal 2008 scrive recensioni di film e libri su Pensalibero.it

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

REALITY

Giorno dopo giorno, il nostro cervello comincia a credere che se un fatto è televisivamente comunicabile è davvero un fatto, altrimenti è solo una banalissima storia di vita.
Di Alessandro Bertirotti

di Alessandro Bertirotti | 16 Maggio 2010

Moses Finley, nel suo La democrazia degli antichi e dei moderni, Laterza, Bari, del 1973, ci ricorda che le democrazie liberali generano apatia nei cittadini, facendo riferimento alla delocalizzazione dei messaggi politici.
Il fatto che i dibattiti politici avvengano sostanzialmente in televisione, che è per definizione un “vedere da lontano quello che non è qui con me”, sviluppa il concreto allontanamento della mente dei telespettatori da quello che ascoltano e vedono.
Oggi, inoltre, anche le tematiche sociali, culturali e educative sono “telecomunicate” e dunque anche loro sono lontane dall’essere percepite come proprie, vicine alla propria vita.
Finley ha intravisto in questo processo la perdita della dimensione collettiva d’appartenenza ad una comunità, con il conseguente rischio di allontanare gli individui persino dai diritti umani. È come se oggi, tutto quello che ci accade avesse un senso solo nel ristretto ambito dell’accaduto, ma non acquistasse valore se non viene telecomunicato. Nel fare questo, ossia nel creare in effetti uno spostamento dal luogo del fatto al luogo del comunicato, la nostra mente lentamente confonde il vero con il visto televisivamente.
E, giorno dopo giorno, il nostro cervello comincia a credere che se un fatto è televisivamente comunicabile è davvero un fatto, altrimenti è solo una banalissima storia di vita.
Se ora la vita è solo quella televisiva, l’esistenza trova i suoi santoni in quelle trasmissioni fintamente “reality”. Vi invito infatti a chiedervi perché da una televisione che filmava il vero (prima dell’avvento di quella commerciale), oggi si senta la necessità di inventare dei format che raccontino il vero sotto forma di reality, di realtà. Vuole forse dire che se si deve inventare la realtà alla televisione, è proprio la televisione stessa che non riesce più a filmarla, a raccontarla?
Forse sì, anzi… credo proprio di sì.
Tutti voi sapete che una delle caratteristiche “più pericolose”, nel senso che contiene in sé aspetti tanto positivi quanto negativi, dell’apprendimento umano si chiama “abituazione”.
Essa è la capacità della nostra mente di subire un’eccitazione neuronale sempre meno cospicua di fronte ad uno stimolo che si presenta continuamente.
A forza di andare al lavoro in autobus tutte le mattine, e a forza di essere sommerso dal rumore del traffico cittadino, finisco per non sentire più il frastuono del traffico ed essere in grado di parlare con il mio vicino di posto, credendo persino che attorno a me ci sia “silenzio”.
La mente umana si difende in questo modo, e nello stesso tempo risparmia una gran quantità d’energia concentrandosi solo su quello che le interessa, e lascia correre il resto. In sostanza, grazie all’abituazione, il nostro cervello è in grado di indirizzare la sua attenzione dove meglio crede, senza perdere il totale controllo di un’abitudine che diventa un automatismo.
Più la mente umana si abitua a dedicare una parte cospicua all’abituazione, più si avvicina alla perdita progressiva di consapevolezza. Più ci abituiamo a vedere i reality e più la mente umana diventa insensibile alla realtà quotidiana che è rappresentata dalla televisione, anche quando sono ripetute scene sorprendenti.
Ci si abitua alla sorpresa, sino a quando nulla sorprende più.
Ci si abitua alle risse televisive, alle inutilità di una politica sempre meno locale, e sempre più immaginata.
In questo modo, lentamente, assistiamo al disconoscimento dei doveri di una comunità, che rischia la disgregazione.
Occorre secondo me chiedersi ora: in questo processo d’erosione, costante e continua, della partecipazione concreta e non televisiva, quale ruolo riveste la televisione nella lacerazione del legame sociale fra gli uomini  con le cose del mondo?
Non so fino a che punto si riuscirà a frenare questo modello di sviluppo della comunicazione, perché lo vedo troppo colluso con un modello di sfruttamento economico che continua a persistere, nonostante sia stata decretata la sua fine almeno dal 2001.
Ma un demos inconsapevole è incapace di difendere la propria libertà… che è costituita inizialmente di radici.
Il prezzo della libertà, afferma il mio caro Karl Popper, è l’eterna vigilanza.
Auguri a tutti noi, ne abbiamo davvero bisogno…

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: bari, democrazia, lavoro, Liberali, mondo, processo, sviluppo

Info Alessandro Bertirotti

Alessandro Bertirotti, antropologo della mente, è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È Vice Segretario Generale dell’Organizzazione Internazionale della Carta dell’Educazione CCLP Worldwide dell’UNESCO, membro del Comitato Scientifico Internazionale del CCLP e Presidente Internazionale della Philomath Association È docente di Psicologia Generale presso il Dipartimento di Scienze per l’Architettura della Scuola Politecnica dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Anthorpology of Mind presso la Universidad Externado de Colombia, a Bogotà.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro
  • Luca Bagatin su La rivoluzione del lavoro e la fine del socialismo novecentesco
  • Luca Bagatin su L’aggressione russa alla democratica Ucraina: una guerra dimenticata
  • Puccio Cartoni su Il ricatto della storia: firmare o sparire
  • Cesare Valletta su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione
  • Luisa Marzulli su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione
  • Francesco Altamore su La distanza che umilia l’Italia
  • Luca Bagatin su Netanyahu: “Israele difende anche voi”: e allora?

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti