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“Solo io il colpevole? Nell’abbuffata c’erano tutti…”

di Redazione Pensalibero.it | 30 Settembre 2012

L’immaginaria autoassoluzione di Francesco Fiorito: dovremmo essere oggi la pietra dello scandalo. Ma per nostra fortuna, tutti, stranamente, se la prendono con le province.

Se fossi Francesco Fiorito scriverei: sino a un mese fa, non ero nessuno. Oggi sono sulla bocca di tutti. A condannarmi sono alti magistrati, alti prelati, la mia regione, il mio partito, persino il Cavaliere!
Stanno facendo di me un mostro. A partire dal mio fisico. Ma non lo sono. Certo, non mi vedo come statista, filosofo o scienziato nucleare, mentre altri mi vedono malignamente come buttafuori o caratterista in un film con Alvaro Vitali. Ma credetemi, per il mio ruolo il mio fisico va benissimo, attira voti, suscita simpatie.
E io, vedete, di voti ne ho sempre presi proprio tanti. Perché davo, o promettevo, alla gente quello che si attendeva da me: attenzione, simpatia, senso di identificazione (“uno come me”), posti di lavoro, “sostegno alle esigenze”, raccomandazioni d’ogni tipo,sagre, feste con cantanti e così via. Clientelismo mi dite? Se volete chiamarlo così a ne sta bene, aggiungo soltanto che è quello che vogliono quei “cittadini” di cui vi riempite la bocca. Oggi, andate tutti strombazzando ai quattro venti l’esigenza che questi “scelgano i loro rappresentanti”. E così è stato per quanto mi riguarda: sono stato scelto. In base a criteri clientelari e non politici, certo, ma perché quelli che mi hanno votato, ammesso che fossero interessati, che so, alla riforma sanitaria o ai problemi dell’inquinamento o del riequilibrio territoriale, non hanno (quasi) mai chiesto le mie opinioni in proposito. E non l’anno fatto per la semplice ragione che i deputati regionali contano come il due di coppe quando la briscola è bastoni, almeno quando si tratta di discutere e di decidere le scelte politiche della regione. Qui nel Lazio, come e più che altrove, il presidente, con le sue persone di fiducia, fa e disfa come vuole. E noi non contiamo niente. Siamo, e restiamo, dei capi-clientela, intenti ad amministrare noi stessi, un ruolo che ognuno, s’intende, interpreta come crede.
Amministrare noi stessi, vi dicevo, e, aggiungo subito, in un regime di preferenza unica. Mi pare che questa bella trovata sia stata promossa da un referendum indetto da quegli intellettuali che tanto vi piacciono, e in nome della moralizzazione della politica. E, allora, mi viene proprio da ridere. Perché, con il vecchio sistema della preferenza multipla, contavano le alleanze interne, c’era il ruolo attivo del partito, veniva rispettata la figura del capolista, si spendevano cifre ragionevoli. Mentre oggi siamo alla guerra di tutti contro tutti, senza vincoli e senza limiti. Una “guerra per bande” dite voi, comunque una guerra che c’è sempre, prima e dopo le elezioni. E il tutto ci costa un’infinità di quattrini, e bisogna pur “rientrare”.
I quattrini. I soldi. Lì mi aspettavate. E qui vi rispondo. Perché quello che ho fatto e che con me tantissimi altri hanno fatto, era, per così dire scontato, rientrava nelle previsioni.
Per rinfrescarvi la memoria, comincio con il ricordarvi che la vittoria della Polverini è merito mio, e di altri provinciali come me. A Roma, per la sciagurata incompetenza dei nostri dirigenti, la lista non è stata presentata. A Roma eravamo sotto di più di centomila voti. E allora a ribaltare il tutto siamo stati noi, le province del Sud, e in particolare Frosinone. E allora, avevamo o no diritto ad una ricompensa?
E questa ci fu data, come era giusto, ma in seconda battuta. Perché prima occorreva compensare i capicordata romani, perché erano romani e perché non avevano potuto partecipare alle elezioni. Noi siamo venuti dopo. Non potevamo allora ottenere incarichi di prestigio e di sostanza. E allora ci hanno dato dei soldi, tanti, assieme alla possibilità di usarli, come si dice, “con un elevato margine di discrezionalità”. Il tutto con delibere, beninteso lette e sottoscritte da tutti. E il sottoscritto ne ha presi e ne ha dati tanti.
Per me, poi, come per gran parte dei politici che conosco, i soldi sono come il sesso. Si praticano molto, se ne parla il meno possibile. E non a caso sono stato la vittima del venir meno di questo principio. Perché a fregarmi (non mi viene in mente altra espressione) non sono stati i giudici o i controllori istituzionali o le reazioni indignate dei cultori dei “valori”o della diversità morale, ma i miei stessi, si fa per dire, “compagni di partito”. Un partito in cui, consentitemi lo sfogo, venuto meno l’ufficiale pagatore e il garante di ultima istanza, siamo al tutti contro tutti all’insegna del si salvi chi può.
E l’opposizione mi direte? Ma di quale opposizione mi parlate? A parte il fatto che questa opposizione, in linea generale, io non l’ho proprio vista, sulle faccende di soldi, di soldi per i partiti e per le persone, essa non aveva alcuna ragione di opporsi. Siamo al “cane non mangia cane”? Forse, ma dire, molto più semplicemente che l’elargizione incontrollata giovava anche a lei. E non c’è altro da aggiungere.
Un’ultima osservazione forse. Sulla regione come istituzione. A quanto ho visto è proprio il paese di cuccagna: tanti soldi, tanto potere, nessun tipo di controllo. Dovremmo essere oggi la pietra dello scandalo. Ma per nostra fortuna, tutti, stranamente, se la prendono con le province.

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