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8 marzo cosa da uomini

L’anno scorso l’8 marzo fu esposizione di vagine più o meno selvagge, più o meno mature. Invece quest’anno va il transfemminismo, autodefinito come liberazione delle e per le donne trans che vogliono liberare tutte le donne e oltre, persone intersessuali, uomini trans, LGBT ed anche le donne non-trans e gli uomini non-trans, che poi sarebbero quelle e quelli che eravamo abituati a definire femmine e maschi, fermandoci lì. Ora invece i bagni dovranno avere almeno 8 targhe diverse.

di Giuseppe Mele | 10 Marzo 2019

Lo sciopero transfemminista di oggi è pro hommes, 

paradossalmente, che siano trans, che siano trav, che siano bizzarre e queer. Così lo scippo dell’8 marzo femminile è compiuto. In tutti i volantini e dichiarazioni la tradizionale marcia per la Giornata internazionale della donna figura in calce a corollario come uno stanco repertorio che bisogna tirarsi dietro, come quello che verrà celebrato alla Casa Internazionale della Donna da signore anziane benvestite sospiranti gli anni del ribellismo giovanile.

Il movimento Non una di meno intende l’inclusione fino all’ultima goccia di seme non solo dell’universo femminino, ma anche di tutte le costellazioni che intendono appartenergli anche solo come pio desiderio. Così pensando, diventa più che altro un Non uno di meno. Il logo, di stampo alquanto maschile, tipo Diabolik prima di mettersi la tuta, è indicativo. Il Lottomarzo è anche giornata di sciopero produttivo e riproduttivo, al contrario di quella canzone di Celentano in cui lei chiudeva le gambe agli scioperanti (chi non lavora non fa l’amore); è poi sciopero dai consumi, altro elemento antifemminile che annulla le propensioni di autodeterminazione. Manca solo l’astensione obbligatoria dai cellulari, cosa non osata per manifesta impopolarità.

E’ giornata antispecista, dove volendo superare le contrapposizioni tra padroni e schiavi, tra bianchi e neri, tra uomini e donne, tra occidentali e resto del mondo, tra borghesi e miserabili, tra normali e folli, si rifiutano anche le distinzioni tra Uomo e umani bestializzati ed infine tra l’Uomo e l’Animale. Tutto per invocare la fine della vivisezione, degli esperimenti sugli animali finendo per bandire anche l’allevamento, la lotta al quale sarebbe eco femminista, forse, chissà per la difesa di oche, pecorelle, vacche e scrofe.

Lottomarzo non può ovviamente trascurare il problema

del razzismo, dei porti e confini chiusi, della libertà di movimento di tutti, della precarietà, della privatizzazione del welfare, dei servizi pubblici gratuiti e accessibili, del reddito universale ncondizionato, della casa, del lavoro ( se c’è il reddito universale perché lavorare?), dei sans papiers, dell’ambiente e del protocollo di Kyoto 2020, e dell’educazione libera dagli stereotipi, come, per esempio, della libertà di insegnare che il sesso non è un dato naturale ma una scelta politica, particolarmente pericolosa da parte dei neonati che scelgono l’opzione maschile che, come noto, per natura dà origine alla violenza ambientale di genere.

Verrebbe da chiedersi, non sarebbe meglio un’Apharteid di genere? Risposta, No sarebbe reazionario, meglio diventare trans. 

Oggi alla fine dei conti non scioperano i grandi sindacati confederali, quelli da 11 milioni di iscritti. Non ne hanno ragione, non c’è una vertenza specifica per cui lottare ed applicare nei termini di legge la disubbidienza autorizzata al vincolo lavorativo. Scioperano per ragioni proprie nel sistema dei trasporti che è sempre in subbuglio, sui treni, autobus, metro, aerei ed anche nel sistema sanitario, nel pubblico impiego e nella scuola i sindacati autonomi  Usi (Unione Sindacale Italiana), Cobas (Confederazione dei Comitati di Base), Usb (Unione Sindacale di Base), approfittando anche della desiderabilità del ponte da venerdì a lunedì.

In tutto il lavoro pubblico, inclusa l’ istruzione, laziale la Cgil offre copertura agli scioperanti per consentire la partecipazione a tutte le iniziative e le manifestazioni della giornata. Per il sindacato rosso che tiene più ai principi che ala sostanza sarebbe un cattivo segno politico un 8 marzo sotto tono. Poi come sempre il numero lo faranno i pensionati. Cgil però per un aspetto ha ragione. Viene diffusa una informativa che fa credere che qualunque lavoratrice\ore è libera\o di scioperare quando vuole. In realtà anche la normativa che ha preceduto le limitazioni dell’Autorità di garanzia sullo sciopero, ha sempre vincolato il diritto di sciopero alla sua rivendicazione di una sigla sindacale che con la sua azione offre l’opportunità al lavoratore di scioperare. Se quest’ultimo lo facesse di sua iniziativa, non sarebbe sciopero, ma solo assenza ingiustificata. 

Alla fine ci sono delle ragioni specifiche delle donne per

protestare. Non certo la violenza, le molestie ed i femminicidi in particolare nei luoghi di lavoro, che appaiono i più sicuri,  proprio mentre il me-too crolla rovinosamente. Non le annose questioni su improbabili  discriminazioni di genere  a fronte regole e retribuzioni paritarie dovunque. Non certo contro il sempre sbandierato pericolo dei medici antiabortisti o la carenza di consultori ed asili in un paese che non fa più né figli né aborti per l’invecchiamento della popolazione e per l’enorme numero di single. Nemmeno contro una legge che ancora non c’è, il c.d,. decreto Pillon che ridefinisce i criteri delle separazioni coniugali, rendendoli meno gravosi per i famosi uomini divorziati che dormono in macchina. Regole più congrue ed equilibrate sui conti da pagare per i figli probabilmente renderanno meno profittevole sposarsi. D’altronde la società, di fronte alla cupidigia ed al’irrazionalità di donne e giudici, ha preso le sue contromisure da tempo. Semplicemente non ci si sposa e non si mettono a fattor comune i rispettivi beni. E’ ben strano in tanta autodeterminazione chiedere ad ogni costo il mantenimento oltre un conto equilibrato, che comunque è ancora tutto da venire.

C’è la richiesta dell’allargamento a tutte, o meglio alle

poche che divengono madri, del sostegno economico per il periodo di maternità, che ora tocca solo alle lavoratrici dipendenti. Sarebbe un’estensione particolare del reddito di cittadinanza e non si capisce perche quest’ultimo sia osteggiato dalla critica femminista. Infine c’è la protesta contro la maternità flessibile che permette alle donne di lavorare fino al giorno prima al parto, norma decisa dal passato esecutivo che comunque non obbliga ma fa volontariamente sceglierealla donna, avendo sempre il diritto di restare a casa per molti mesi prima e dopo a carico del datore di lavoro.

Manca invece in fondo solo una rivendicazione culturale,

quella sostenuta da Lory Del Santo che ha proclamato Concedersi per fare carriera non è sbagliato, svelando il mistero dell’acqua calda, rifacendosi a casi famosi sotto gli occhi di tutti.

Nell’epoca in cui orribilmente ed immoralmente il sistema sanitario paga con i soldi di tutti  medicinali che bloccano lo sviluppo sessuale di bambini e bambine facendone dei frankestein (si veda Donne, uomini o meglio la triptorelina? di Daniela Sacchi), la rivendicazione della propria natura e la valorizzazione delle proprie grazie, valide al pari degli altri skill, è una vera battaglia di libertà e sincerità femminile. Che non può trovare spazio in una celebrazione divenuta ormai cosa da uomini. Fake

Giuseppe Mele

 

L’autore è il direttore de Il Format.info

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, battaglia, canzone, conti, datore di lavoro, lavoro, madri, medici, mondo, movimento, natura, pensionati, razzismo, sciopero, scuola, sindacati, soldi, sostegno, sposa, sviluppo, trasporti

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. marzio siracusa

    11 Marzo 2019 alle 18:33

    Sono le convulsioni del femminismo terminale imbottigliato nella sessuofobia cattolica. La disarticolazione attraverso il gender porta alla morte del femminismo storico. Attenzione: i delinquenti del cattolicesimo politico sono all’offensiva a 360 gradi, in ogni dove e su tutto. Al punto che possiamo parlare oggi anche di pornografia cattolica.

    Rispondi

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