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8 marzo 2006, FESTA DEL RICORDO DI TUTTE LE DONNE

Come ogni anno, anche oggi 8 marzo 2006, si celebra la FESTA DELLA DONNA, a memoria soprattutto di tutte coloro che, come nella tragica domenica 8 marzo 1908, hanno dato la loro vita per riscattare la propria dignità di persone. A tutte le donne rivolgiamo un pensiero appassionato …. e doniamo simbolicamente la regina tra i fiori, la rosa, prendendo a prestito una delle più intense pagine d’amore, scritta tra il 1231 e il 1250, da colui che, più di ogni altro poeta, interpreta meglio l’animo popolare, semplice ma sincero dell’innamorato: “Il Contrasto”, ovvero “Rosa Fresca Aulentissima”.

di Redazione Pensalibero.it | 8 Marzo 2006

Come ogni anno, anche oggi 8 marzo 2006, si celebra la FESTA DELLA DONNA, a memoria soprattutto di tutte coloro che, come nella tragica domenica 8 marzo 1908, hanno dato la loro vita per riscattare la propria dignità di persone.
A tutte le donne che si battono ogni giorno in difesa dei diritti, del rispetto, della solidarietà e della pace tra le persone,
A tutte le donne che dedicano ogni istante della propria vita alla famiglia,
A tutte le donne impegnate quotidianamente nella cura delle persone bisognose,
A tutte le donne che subiscono violenze,
A tutte le donne, senza distinzione di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali,
A tutte queste donne …..
….. tutti noi dobbiamo ammirazione e riconoscenza ……
….. ma, soprattutto, ……. tutti noi dobbiamo imparare ad amarle.
A tutte queste donne rivolgiamo un pensiero appassionato …. e doniamo simbolicamente la regina tra i fiori, la rosa, prendendo a prestito una delle più intense pagine d’amore, scritta tra il 1231 e il 1250, da colui che, più di ogni altro poeta, interpreta meglio l’animo popolare, semplice ma sincero dell’innamorato: “Il Contrasto”, ovvero “Rosa Fresca Aulentissima”.

IL CONTRASTO
di Cielo D’alcamo

Rosa fresca aulentissima, c’apar’ inver la state,
Le donne ti disiano, pulzelle, maritate.
Tràmi d’este focosa, se t’este a bolontate.
Per te non aio amento notte e dia,
Penzando pur di voi, madonna mia.

Se di meve trabalgliti, follia lo ti fa fare.
Lo mar potresti arompere, avanti asemenare;
L’abere d’esto secolo tuto quanto asembrare;
Avere me nom poteria esto monno;
Avanti li cavelli m’aritonno.

Se li cavelli artoniti, avanti foss’io morto ;
C’aisi mi perdèra lo solaccio e lo diporto.
Quando ci passo e veioti, rosa fresca de l’orto.
Bono comforto donimi tut’ore :
Poniamo che s’aiunga il nostro amore.

K’ el nostro amore aiungasi nom boglio m’atalenti ;
Se ci ti trova pàremo colgli altri miei parenti,
Guarda non t’argolgano questi forti corenti.
Como ti seppe bona la venuta,
Consiglio che ti guardi a la partuta.

Se ‘n tuoi parenti trovami, e che mi pozon fare?
Una difemsa metoci di dumilia agostari.
Viva lo ‘mperadore! Graz’a Deo,
Intendi, bella, quello ti dico eo
Non mi tocàra pàdreto per quanto avere ambàri.

Tu me no’ lasci vivere, né sera, né maitino:
Donna mi son di perperi ; d’auro mass’amotino.
Se tanto aver donassemi, quanto a lo Saladino,
E per aiunta quant’a lo Soldano,
Tocare me nom poteri a la mano.

Molte sono le femine c’ànno dura la testa,
E l’omo com parabole l’adimina e amonesta.
Tanto intorno percazala fin che l’à in sua podesta.
Femina d’omo nom si può tenere.
Guardati, bella, pur de ripentere.

K’eo me ne pentesse? davanti foss’io aucisa.
Ca nulla bona femina per me fosse ripresa.
Er sera ci passati, corenno a la distesa.
Aquistiti riposo, canzoneri ;
Le tue paraole a me nom piaccion gueri.

Doimè! quan’ son le schiantora che m’à mise a lo core.
E solo purpenzànno maladia quanno vò fore ;
Femina d’esto secolo tanto non amai ancore,
Quant’amo teve, rosa invidiata.
Ben credo che mi fosti distinata.

Se distinata fosseti, caderia de l’alteze,
Chè male messe forano in teve mie bellezze.
Se tuto adivenissemi, talgliàrami le treze,
E comsore m’ arenno a una magione
Avanti che m’artochi ‘n la persone.

Se tu consore arenneti, donna col viso cleri,
A lo mostero vènoci e rennomi comfleri.
Per tanta prova vencierti, faràlo volonteri.
Con teco stao la sera e lo maitino ;
Bensogne ch’io ti tenga al meo dimino.

Boimè tapina misera, com’ao reo distinato!
Gieso Christo l’altissimo del toto m’è airato.
Conciepistimi a abattere in omo blestiemato.
Cierca la terra ch’este granne assai ;
Chiù bella donna di me troverai.

Ciercat’aio Calabra, Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli, Gienoa, Pisa, Soria,
Lamangna e Babilonia, tuta Barberia ;
Donna non trovai tanto cortese,
Per Dea sovrana di meve te prese.

Poi tanto trabagliasti, facioti meo pregheri.
Che tu vadi adomànimi a mia mare e a mon peri.
Se dare mi ti dengnano, menami a lo mosteri,
E sposami davanti da la iente.
E poi farò le tuo comannamente.

Di ciò che dici, vitama, neiente non ti bale,
Cà de le tue parabole fatto n’ò ponti e scale.
Penne penzasti metere, sonti cadute l’ale,
E dato t’aio la bolta sotana.
Dunque, se poi, teniti villana.

En paura non metermi di nullo manganello :
Istomi ‘n esta groia d’esto forte castello.
Prezo le tue parabole meno che d’un zitello.
Se tu no’ levi e vàtine di quaci.
Se tu ci fosse morto, ben mi chiaci.

Dunque voresti, vitama, ca per te fosse strutto?
Se morto essere dèboci, od intagliato tutto,
Di quaci non mi mòsera se non ài de lo frutto,
Lo quale stao ne lo tuo jardino
Disiolo la sera e lo matino.

Di quel frutto non àbero conti, né cabalieri,
Molto lo disiano marchesi e iustizieri :
Avere nonde pòttero ; gironde molto feri.
Intendi bene ciò che bole dire :
Men’este di mill’onze lo tuo abere.

Molti son li garofani, ma non che salma nd’ai.
Bella, non dispresgiaremi s’avanti non m’assai.
Se vento è im proda e girasi e giungieti a le prai,
A rimembrare t’à este parole :
Ca dentra sta animella assai mi dole.

Macera se doleseti che cadesse angosciato!
La giente ci coresoro da traverso e dallato.
Tut’à meve diciessono : Acori esto malnato!
Non ti dengnàra porgiere la mano
Per quanto avere à ‘l Papa e lo Soldano.

Deo lo volesse, vitama , ca te fos morto in casa!
L’arma n’anderia cònsola, ca di e notte pantasa.
La iente ti chiamàrano : Oi periura malvascia,
C’à morto l’omo in casata, traita!
Sanz’onni colpo, levimi la vita.

Se tu no’ levi, e vàtine co la maladizione,
Li frati miei ti trovano dentro chissa magione.
Be’ lo mi sofero perdici le persone,
C’à meve se’ venuto a sormonare.
Parente e amico non t’ave aiotare.

A meve non aitano, amici né parenti.
Istrani mi son, càrama, enfra esta bona iente.
Or fa un anno, vitama , ch’entrata mi se ‘n mente
Di canno ti vististi lo ‘ntaiuto.
Bella, da quello iorno son ferito.

Ai! Tanto ‘namorastiti, juda lo traito,
Como se fosse porpore, iscarlato o sciamito!
S’a l’evangiele iurimi, che mi sia a marito
Avere me nom pòtera esto monno.
Avanti in mare itomi al profondo.

Se tu nel mare gititi, donna cortese e fina,
Dereto mi ti misera per tuta la marina.
Poi c’anegaseti, trobarèti a la rena.
Solo per questa cosa adimpretare :
Con teco m’aio a giungiere a pecare.

Sengnomi im Patre, en filio ed ia Santo Mateo!
So ca non se’ tu retico, figlio di Giudeo,
E cotale parabole non udi dire anch’eo.
Mortasi la femina a lo ‘ntutto
Perdeci lo saboro e lo disdotto.

Bene lo saccio, càrama, altro nom pozo fare.
Se quisso non arcomplimi, lassone lo cantare.
Fallo, mia donna, plàzati, chè bene lo puoi fare.
Ancora tu no’ m’ami, molto t’ amo,
Si m’ai preso come ‘l pescie a l’amo.

Sazo che m’ami ; amoti di core paladino.
Levati suso e vàtene, tornaci a lo matino.
Se ciò che dico faciemi, di bon cor t’ amo e fino.
Quisso t’imprometto eo sanza falglia :
Te’ la mia fede, chè m’ài in tua balglia.

Per zò che dici, càrama, neiente non mi movo.
Inanti prenni e scannami, tolli esto cortel novo.
Esto fatto far potesi inanti scalfi un uovo.
Arcompli mi’ talento, amica bella,
Chè l’arma co lo core mi s’infella.

Ben sazo, l’arma doleti com’omo c’ave arsura.
Esto fatto nom potesi per null’altra misura.
Se non a le Vangiele, che, mo ti dico, jura,
Avere me nom puoi in tua podesta.
Inanti prenni e talgliami la testa.

L’ Evangiele, càrama, ch’io le porto in seno,
A lo mostero presile ; non ci era lo patrino.
Sovr’esto libro iuroti, mai non ti vengno meno.
Arcompli mi’ talento in caritate,
Chè l’arma me ne sta in sutilitate.

Meo Sire, poi iurastimi, eo tuta quanta incienno,
Sono a la tua presenza, da voi non mi difenno.
S’eo minespreso àoti, merzè, a voi m’arenno.
A lo letto ne gimo a la bon’ora
Che chissa cosa n’è data in ventura.

Pubblicato in : Primo piano

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