“O bella età d’inganni e d’utopie! Si crede, spera, e tutto bello appare!” dice Marcello
“La più divina delle poesie è quella, amico, che c’insegna amare!” risponde Rodolfo.
Boheme è, o dovrebbe essere, solo questo: il trionfo della giovinezza e di quella spensieratezza che precede l’impatto cruento con la realtà “adulta”. Un momento felice nel quale i dolori si sanano velocemente, dove le promesse hanno la durata di un giorno senza far troppo male, dove il sorriso rincorre ogni lite per restituire l’incanto nel quale tutto è possibile. Quella soffitta dove l’opera è ambientata non è il triste luogo del freddo e della fame, né l’angusto ritrovo di giovani squattrinati: è la fucina dei loro progetti, il laboratorio delle loro speranze che hanno la vita davanti e un passato quotidiano che si dimentica in fretta. Aspiranti pittori, musicisti, poeti e letterati, filosofi liberi pensatori condividono l’identico anelito verso il successo senza che la sua assenza, almeno momentanea, turbi i loro pensieri o metta in dubbio le loro certezza.
“Gioventù mia, tu non sei morta, né di te morto è il sovvenir! Se tu battessi alla mia porta t’andrebbe il mio core ad aprir” dice ancora Marcello quando ritrova la sua Musetta.
I sei giovani sono vivi, mentre i “vecchi”, Benoit e Alcindoro, sono già morti: hanno lasciato alle spalle quei giorni e arrancano a fatica nelle paludi della vita, ma sono sconfitti; il primo, raggirato e deriso, uscirà dalla casa senza affitto tra gli abbracci dei ragazzi felici di aver evitato l’esborso proprio nei giorni di Natale, l’altro subirà la stessa onta, prima da Musetta che credeva di aver “comprato” in virtù del suo denaro, e poi degli altri che gli faranno pagare la consumazione da Moumus. In un grande sorriso trionferà quella gioventù perché così deve essere, perché ogni stagione ha i suoi frutti e quelli della loro età sono frutti sapidi e pieni di colori che non hanno pari con quelli, più maturi, dell’età della consapevolezza e del rimpianto.
Tutto questo, due anni fa, il grande Ettore Scola lo aveva condensato in una produzione quasi cinematografica, ultimo suo servizio all’arte prima della scomparsa; lo aveva fatto per il Festival Pucciniano, omaggio al Maestro lucchese che ha speso l’intera sua vita a servizio dell’arte, quell’arte che “nel suo mistero, le diverse bellezze insiem confonde”.
Due anni dopo la Fondazione Festival Puccini la ripropone affidando al nipote, Marco Scola di Mambro, allora suo assistente, il compito di curarne la regia, compito svolto con discreta diligenza ma forse senza eccessiva capacità di trasfondere fino in fondo quella magia che l’opera contiene. Una regia “corretta” che racconta lo snodarsi della storia verso l’inaspettato epilogo senza scivolare troppo in enfasi retoriche o in drammaticità da palcoscenico, trasportando i protagonisti dall’età delle speranze a quella delle realtà più dure.
Abbiamo invece avuto modo di apprezzare maggiormente le scene di Luciano Ricceri, ognuna delle quali, proprio seguendo i desiderata del compositore che ha evidenziato essere “quadri” e non atti, ha un suo cromatismo che accompagna gli stati d’animo dei personaggi e il climax della storia. Altrettanto dicasi dei costumi che Cristina Da Rold ha saputo perfettamente integrare in quei contesti. Come sempre impeccabile il disegno luci di Valerio Alfieri che ha “colorato” ognuno dei quadri con le pennellate giuste per accrescerne la suggestione.
Trovatosi improvvisamente alla ribalta (la sua partecipazione era prevista solo per la replica del 5 agosto ma l’improvvisa indisposizione di Leonardo Caimi lo ha portato subito al debutto torrelaghese), Amadi Lagha ha indossato con sicurezza i panni di Rodolfo dimostrando di avere gli strumenti per padroneggiare il ruolo: potente, morbido, appassionato, il tenore franco-marocchino ha dato un’ottima prova di sé pur mostrando ancora delle acerbità che il tempo certamente saprà rimuovere.
Partita con qualche incertezza, la zampata del leone della grande Fiorenza Cedolins si è fatta sentire già al secondo atto: professionismo certamente, i suoi anni di carriera l’hanno sicuramente avvezza a superare ogni ostacolo e a far emergere le sue indiscusse doti, ma anche questa voglia di dare il meglio in occasione del debutto torrelaghese, in omaggio al suo compositore più amato che proprio qui, sulle rive del lago che abbraccia il palcoscenico, ha dato vita alle pagine più belle del melodramma italiano e non. Aveva anticipato quanto sentiva quei luoghi e le suggestioni che erano capaci di creare per chi, come lei, ha dedicato la vita alla musica; e poi Mimì, la giovane eroina della normalità, la fanciulla piena di sogni, monella quanto i suoi compagni d’avventura perché avida di vivere la vita a pieni polmoni, almeno fin quando la vita non la tradisce e la morte sopravviene quasi a tradimento, era diventata ancora più sua negli anni ed oggi sentiva di doverla porgere a Puccini e al pubblico al meglio.
Decisamente buona la prova del baritono Francesco Verna, un ottimo Marcello senza ridondanze né troppi cliché: bella la voce sempre capace di sottolineare il suo ruolo, buona l’interpretazione tesa a dare del giovane pittore una lettura senza enfasi ma convincente e suggestiva.
Un’altra ottima perfomance è stata quella di Daniela Cappiello, una Musetta quasi perfetta vocalmente e intepretativamente , equilibrata e capace di restituire al personaggio il suo giusto valore.
Assolutamente positivi Raffaele Ruffio, Schaunard, Davide Mura, Colline, Claudio Ottino, Benoit, Francesco Napoleoni, Parpignol, mentre non poteva che essere una conferma Angelo Nardinocchi nel ruolo di Alcindoro.
Qualche perplessità sulla direzione d’orchestra del pur ottimo Fabio Mastrangelo che, a nostro avviso, non ha saputo guidare l’Orchestra del Festival Puccini, grande esperta della musica pucciniana, verso quelle vette più alte della partitura che, in mezzo a indiscusse difficoltà e trabocchetti, nasconde inestimabili tesori fatti di nuance e di colori che non ci sembra di aver percepito.
In attesa della prossima opera in programma sabato 23 agosto, TURANDOT, che vedrà la regia di Enrico Stinchelli e la direzione del M° Jacopo Sipari di Pescasseroli, ricordiamo che le prossime recite di Boheme sono previste per il 22 luglio e il 5 agosto.





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