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1956 rivoluzione in Ungheria, ma anche in Italia con la scelta libertaria del Psi

La caduta di Orban è avvenuta secondo le regole della democrazia: un ampio voto popolare in un contesto di unità nazionale ha sancito la fine del lungo periodo di governo del discusso uomo forte di Budapest, amico di Putin e Trump. Commentando l’esito elettorale andrebbe sottolineato meglio il principio di unità nazionale di forze diverse che si è realizzato, dal momento che le liste di sinistra hanno attuato una sostanziale desistenza in modo che i voti potessero confluire sul partito del più forte antagonista di Orban, Peter Magyar, collegato al Partito Popolare Europeo. Queste dinamiche dovrebbero indurre una riflessione in casa nostra, soprattutto nella maggioranza di centro-destra esattamente come una riflessione importante si aprì a sinistra al tempo della sfortunata Rivoluzione Ungherese del 1956.

di Alfonso Piscitelli | 14 Aprile 2026
I reportage di Luigi Fossati su L’Avanti! e le coraggiose decisioni di Nenni cambiarono il volto della sinistra e la storia d’Italia.

La caduta di Orban è avvenuta secondo le regole della democrazia: un ampio voto popolare in un contesto di unità nazionale ha sancito la fine del lungo periodo di governo del discusso uomo forte di Budapest, amico di Putin e Trump. Commentando l’esito elettorale andrebbe sottolineato meglio il principio di unità nazionale di forze diverse che si è realizzato, dal momento che le liste di sinistra hanno attuato una sostanziale desistenza in modo che i voti potessero confluire sul partito del più forte antagonista di Orban, Peter Magyar, collegato al Partito Popolare Europeo. Queste dinamiche dovrebbero indurre una riflessione in casa nostra, soprattutto nella maggioranza di centro-destra esattamente come una riflessione importante si aprì a sinistra al tempo della sfortunata Rivoluzione Ungherese del 1956. Allora come oggi ad animare la lotta dei valorosi Ungheresi era il motto di “Russi a casa” …
Nella speranza che un dibattito si apra nel centro-destra italiano – almeno in quelle componenti non allineate con Putin e Trump – non si può non rievocare oggi l’esito fruttuoso di quel grande dibattito che si aprì a sinistra nel 1956, partendo dal ricordo di un grande giornalista de “L’Avanti!” Luigi Fossati.
Fossati era a Budapest, esattamente come Montanelli, nei giorni della rivolta. Ma ebbe un compito più difficile di quello di Montanelli che si rivolgeva a un pubblico di lettori conservatore e anticomunista. Mentre Montanelli poteva battere sulla sua Olivetti i tasti dell’epica anticomunista, tralasciando magari il fatto che Nagy non era affatto un conservatore atlantista, ma un fautore di un socialismo libertario in una Ungheria neutrale tra i due blocchi, Fossati doveva combattere contro l’ordine di scuderia che partiva dal PCI e bollava gli insorti come controrivoluzionari fascisti: ci riuscì con una serie di reportage avvincenti poi raccolti nel libro “Qui Budapest” pubblicato da Einaudi. Il libro ebbe un meritato successo, anche in virtù della prosa elegante e persuasiva dell’autore: “Mentre vi trasmetto le ultime note stese durante la battaglia della capitale ungherese – scriveva Fossati – desidero fare una sola precisazione: in questi venti giorni pieni di orrori e violenze, ho parlato con molti operai, con studenti di Budapest. Non ho confuso i loro volti con quelli dei provocatori di marca fascista. Questi lavoratori, questi studenti, mi hanno raccomandato di raccontare esattamente i fatti di cui ero stato testimone diretto. Ho cercato di mantenermi fedele all’impegno, nel limite delle mie forze: l’ho ritenuto, in un momento tanto doloroso, un obbligo morale”.
Non era scontato che la direzione dell’Avanti! pubblicasse senza alcuna censura i reportage fortunosamente inviati da Fossati attraverso un altro italiano che faceva da spola tra Budapest e l’Italia, considerando il forte legame che ancora vigeva tra il PSI di Nenni e il PCI togliattiano. Eppure ciò avvenne: piena libertà di parola sul quotidiano socialista per l’inviato in Ungheria. Nell’articolo emergeva la delusione degli ungheresi per il regime comunista, l’avversione per gli occupanti russi, la voglia di libertà e cambiamento. La critica al fallimento del modello “frontista” sotto l’egemonia di Mosca era esplicita.

Quelli che erano reportage da un paese in lotta divennero le linee di un cambiamento politico nella sinistra italiana, grazie soprattutto alla coraggiosa decisione di Pietro Nenni. Sempre sull’Avanti! Nenni scrisse il 28 ottobre 1956: “Gli ungheresi chiedono democrazia e libertà. Daremo tutta l’opera nostra in aiuto del popolo ungherese perché possa attuare il socialismo nella democrazia, nella libertà, nell’indipendenza”.
Nenni restituì il Premio Stalin ricevuto nel 1956 e donò la somma ricevuta proprio alle vittime ungheresi e di Suez, attraverso la Croce Rossa Internazionale. Dal punto di vista politico inaugurava la linea della “autonomia socialista”: un punto di svolta storico non solo per il PSI ma per l’intera Italia, con la successiva nascita dei governi di centrosinistra. Nel dibattito interno al PSI vi fu spazio anche per la voce contraria espressa da una minoranza, gustosamente definita di “carristi” (in quanto apologeti dei carri armati russi), che poi uscì dal partito fondando il PSIUP. Triste pensare che nel 2022-26 una certa parte della sinistra, invertendo un processo di maturazione che ha coinvolto anche il PCI a partire da Berlinguer, sia diventata sostanzialmente neo-carrista, giustificando l’autocrate post-sovietico Putin…

Nel 1956 la reazione del PCI di Togliatti contro gli insorti fu all’insegna del credere e obbedire a Mosca. L’Unità definì gli ungheresi in lotta come nostalgici di Horthy e “spregevoli provocatori fascisti”. Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci si dilungava in improbabili analisi sociologiche che interpretavano le “le squadre dei rivoltosi [come]composte prevalentemente da giovani rampolli della aristocrazia e della grossa borghesia” (?).
E tuttavia anche nel PCI qualcosa si mosse: pensatori più liberi come Antonio Giolitti, Loris Fortuna, Antonio Ghirelli uscirono dai ranghi e aderirono al PSI proprio in nome della solidarietà agli Ungheresi. Anche l’editore Einaudi, che fino ad allora aveva fiancheggiato il programma culturale promosso da Togliatti, scrisse a Nenni per ottenere l’autorizzazione a raccogliere in un libro gli articoli di Fossati.
Importante fu la presa di posizione della CGIL, sollecitata dalla componente socialista del principale sindacato dei lavoratori, ma fatta propria convintamente dal leader Giuseppe Di Vittorio: solidarietà agli insorti, preoccupazione per il distacco tra classe dirigente e aspirazioni popolari, condanna dell’intervento armato sovietico… Per questa coraggiosa posizione Di Vittorio subì da Togliatti a un processo interno e fu costretto a una mezza abiura. Gli andò comunque meglio che a Nagy…
Convocato a Mosca conferenza mondiale dei partiti comunisti alla fine del 1957, Togliatti votò per la condanna a morte del traditore Nagy, chiedendo però che l’impiccagione fosse posticipata a una data successiva a quelle delle elezioni italiane del 1958!

Alfonso Piscitelli

1956 rivoluzione in Ungheria, ma anche in Italia con la scelta libertaria del Psi
Pubblicato in : Editoriale, Esteri

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Alfonso Piscitelli è un editorialista di “Avantionline.it”

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