Dopo tanti urli e strepiti, comizi, raduni in piazza, in attesa delle prossime elezioni regionali, da tenersi nella tarda primavera, torniamo ad occuparci di cose che ci sono più congeniali. Parliamo dei prossimi Oscar, in un clima più disteso, non certo per i candidati, parliamo di cinema, di film, di attori, sceneggiatori, scenografi, costumisti, insomma di tutti coloro che partecipano alla nascita di un film.
Il 10 febbraio, alle 2 di notte, quando In Italia tutt dormono, eccezion fatta per i cinefili, potremo sapere se il film, il regista, l’attore/attrice protagonista e non protagonista, per cui abbiamo fatto il tifo ai vari festival o in sala, hanno vinto o meno.
Cominciamo subito con “1917” vincitore come miglior film drammatico e miglior regia ai recenti Golden Globe e che si presenta agli Oscar con ben 10 nomination. Inutile dire che il film ci è piaciuto tantissimo
Nel film di Sam Mendes la Guerra, la prima ovviamente, diviene “casus belli” per narrare una storia intima ed intimista, un’amicizia nata sul campo di battaglia, destinata a finire in tragedia ma ad essere ricordata per sempre.
Due semplici caporali, Schofield (George MacKay) e Blake (Dean-Charles Chapman) devono portare a termine una missione al limite dell’impossibile: attraversare la linee nemiche apparentemente abbandonate per portare al Colonnello MacKenzie (Benedict Cumberbatch) l’ordine di annullare l’attacco così da poter risparmiare la vita a 1600 uomini destinati a finire in una trappola ordita dai tedeschi per settimane.
Ed ecco che la trincea diventa un moderno labirinto e la corsa disperata di due soldati contro il tempo diventa un’epica impresa, dove epica viene intesa nel senso greco del termine. “L’innocenza”, “il fanciullo” devono restare indietro affinché dal labirinto esca un uomo.
Il soldato più attivo nella missione sarà Blake, il cui fratello, Tenente Blake, si trova tra i destinatiall’attacco suicida. Blake è dei due il sognatore, quello che ha ancora una visione idealizzata della guerra e di cosa vuol dire essere un eroe. Una medaglia è ai suoi occhi il simbolo evidente e tangibile di coraggio. Schofield ha combattuto a La Somme, una delle più cruente battaglie della Prima Guerra Mondiale. Lui la sua medaglia l’ha già vinta, l’ha anche barattata per una bottiglia di vino, perché aveva sete e in fin dei conti una medaglia è solo “una cosa di latta”. Lui questa guerra l’ha combattuta per tre anni, e per cosa?
Tornare a casa in licenza è un tormento, un modo per torturare i soldati con qualcosa che non può durare, e allora forse è meglio non tornarci proprio a casa, perché questa guerra ha cambiato tutto e tutti.
“Avrete un encomio… se non farete cazzate” li apostrofa Colin Firth, ma Blake ha altro per la mente. Salvare il fratello diventa a questo punto una priorità.
Assistiamo durante il film alla trasformazione del disilluso in un eroe vero. Come ogni eroe, Schofield deve subire una perdita e questo avviene nel peggiore dei modi. Mentre attraversano la campagna desolata e vuota, un aereo nemico viene abbattuto e cade vicino a loro. Il pilota è ferito ma vivo. I due soldati lo aiutano ma mentre Schofield vuole porre fine alle sue sofferenze, Blake, ancora accecato da una visione romantica della guerra, cerca di salvarlo. Questo gli vale una coltellata perché il film manca di quel buonismo ipocrita che vuole sempre mostrarci onore ed umanità anche tra le fila nemiche.
L’eroe, ormai solo, prosegue la sua marcia attraverso una sequenza quasi onirica della città in fiamme. Corre, scappa, schiva proiettili come se si trattasse di un video gioco, ma si ferma solo un momento, come a volersi riappropriare della propria dimensione umana quando incontra una donna francese che si prende cura di una bambina non sua, ma non per questo meno amata.
Poi corre di nuovo, casca, si rialza, cade in un fiume in piena, colmo di cadaveri, e finalmente raggiunge la sua menta, novello Filippide privo di un messaggio di vittoria, ma portatore di speranza almeno per quel giorno.
Mentre la prima divisione del Devon si getta in bocca al nemico, lui corre verso la macchina, saltando uomini, quando può, e cadendo quando viene colpito da uno di loro. Il Colonnello MacKenzie non è facile da raggiungere. I suoi stessi compagni lo ostacolano più dei tedeschi, ma finalmente riesce ad essere ascoltato. La sua missione è finita. Adesso può cercare il tenente Blake (Richard Madden), al quale deve portare la notizia della morte del fratello minore.
Solo alla fine, stremato, scopriamo, mentre è seduto sotto un albero in un’immagine quasi idilliaca della campagna francese, che anche lui ha una famiglia che lo aspetta, e forse ora è pronto a tornare.
Girato tutto in un illusorio piano sequenza, reso ancora più difficile dalle continue riprese in esterno, Mendes trascina lo spettatore attraverso le trincee e nella terra di nessuno, siamo costretti a correre, a sudare, a provare paura e pure terrore a tratti, solo per respirare l’aria pura sotto un albero che forse verrà abbattuto da lì a poco, ma che per un momento offre riparo e protezione all’eroe.
La notevole colonna sonora la si deve a Thomas Newman. E’ lì per scandire il tempo che scorre tra le dita del protagonista e l’ansia dello spettatore che teme sempre sia ormai troppi tardi.
Attendiamo riscontri nell’imminente prossima notte degli Oscar.
Maria Rita Monaco

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