
Sei anni prima, il 27 gennaio-3 febbraio 1861, 240.000 dei 418.500 aventi diritto al voto avevano eletto i 443 deputati dell’VIII e ultima legislatura del Parlamento subalpino. Convocato a Torino, questo si insediò come prima legislatura del regno d’Italia. La Camera fu sciolta alla scadenza di legge, nel clima del trasferimento della capitale da Torino a Firenze: pensata per unire, la decisione fu segnata dalla strage di Torino del settembre 1864. Anziché durare i quattro anni previsti, la IX Legislatura, iniziata il 22-29 ottobre 1865, fu interrotta per dare rappresentanza alle province del Veneto e a Mantova, annesse all’indomani della guerra italo-prussiana contro l’Austria: 50 seggi in più. Il 10-17 marzo 1867 votò il 51,8% degli aventi diritto: la percentuale più bassa mai registrata. Era palese la disaffezione tra istituzioni e ristretta cerchia dei cittadini di pieno diritto. Anche la Sinistra faticava a farsi strada. Dalla proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia (14 marzo 1861, pubblicata il 17 nel n. 1 della “Gazzetta Ufficiale” del Regno d’Italia) si erano susseguiti otto diversi governi, presieduti da Camillo Cavour (morto il 6 giugno), Bettino Ricasoli (sino al marzo 1862), Urbano Rattazzi, travolto l’8 dicembre dalle dispute sulla spedizione garibaldina “Roma o morte”, Luigi Carlo Farini (che uscì di senno e fu sostituito da Marco Minghetti, in carica sino ai fatti del settembre 1864), Alfonso La Marmora (due governi sino al giugno 1866, quando assunse il comando dell’Armata contro l’Austria) e nuovamente Ricasoli, che all’indomani delle elezioni del marzo 1867 si dimise. La divisione originaria tra Destra e Sinistra era già stata superata quando Cavour aveva formato il “centro-sinistro” con Urbano Rattazzi. Riaffacciatasi alla morte del Gran Conte, essa si attenuò con l’avvento del Terzo Partito: deputati cresciuti tra cospirazioni e patrie battaglie e che,soprattutto nelle logge massoniche, avevano appreso a conciliare gli opposti. Ne furono esponenti Antonio Mordini e Angelo Bargoni. Ma già l’ultimo governo Ricasoli incluse Agostino Depretis, esponente della Sinistra, ministro della Marina e poi delle Finanze.
Su incarico di Vittorio Emanuele II, il 10 aprile 1867 Urbano Rattazzi varò il suo secondo ministero, con il generale Federico Pescetto agli Esteri (poi sostituito dal conte Pompeo di Campello), Genova G. Thaon di Revel alla Guerra, il quarantasettenne massone Michele Coppino all’Istruzione e il geniale economista Francesco Ferrara alle Finanze. Esso affrontò coraggiosamente il nodo fondamentale: drastica riduzione del debito pubblico con operazioni finanziarie di ampio respiro e il ricorso a misure drastiche. Con statizzazione e alienazione dei beni ecclesiastici e tassa sulla macinazione delle farine il governo mirò a procurare allo Stato le risorse indispensabili per fare dell’Italia un Paese moderno: rete ferroviaria, stradale e telegrafica, scuole, ospedali e difesa adeguata al territorio a cospetto delle tensioni internazionali. Le misure economiche contenevano un disegno politico-culturale: la laicizzazione del Paese. D’altronde il federalista milanese Carlo Cattaneo osservava che il clero doveva passare in Italia dal 7 all’1 per mille della popolazione, come negli altri Paesi economicamente avanzati. Meno preti, più insegnanti; meno seminari più scuole obbligatorie e gratuite (in alcune regioni gli analfabeti erano ancora il 90% degli abitanti) furono le parole d’ordine non solo della sinistra democratica ma anche dei conservatori che guardavano a Svizzera, Gran Bretagna, Prussia… Le città della Nuova Italia avevano bisogno di rete idrica e fognaria, di medici e di ospedali: “servizi” che non sono né di destra né di sinistra ma vitali. Più scienza, meno superstizione.
Il 1867 impresse all’Italia una frustata che lasciò il segno. Si registrarono 866.865 morti: 130.000 in più rispetto all’anno precedente. Il Paese dava per scontata l’elevatissima mortalità infantile. Annualmente nascevano circa un milione di bambini; ma il 53% moriva entro il quindicesimo anno. Gli ottantenni erano 214.000 su 25.372.000 abitanti: meno del’1%. Tifo petecchiale, vaiolo e altri malanni spesso mortali erano diffusissimi (anche per scarsa pratica di vaccinazioni). In assenza di prevenzione, essi venivano curati con rimedi arcaici, spesso dannosi, inclusi i salassi, che furono proibiti per legge ma continuarono a essere praticati. Il 1867 fu l’anno del colera. “Importato” dal Vicino Oriente, cominciò a serpeggiare nelle città portuali (Sicilia, Puglia…); presto divampò ovunque. A Bergamo si contarono quasi 4.000 morti. Altrettanto colpite furono Brescia, Torino, Milano. Verso fine luglio su 63.000 ammalati i morti erano 32.000. Il contagio colpì tutte le classi, malgrado quarantene e altre misure. In molti casi i sindaci e persino i notai abbandonarono le città. Per arginare la diserzione delle autorità, il 28 agosto fu coniata la medaglia dei benemeriti contro l’epidemia: erano i nuovi patrioti.
Come se la popolazione non avesse abbastanza problemi e come se il giovanissimo Regno non fosse sotto stretta osservazione delle Grandi Potenze, venne gettata sulla bilancia della storia la “debellatio” del “papa-re”. Divamparono improvvisamente insieme questione di Roma, dal 27 marzo 1861 proclamata Capitale d’Italia su proposta di Cavour, eliminazione del potere temporale del papa e sacertà della Chiesa cattolica apostolica romana. A quel groviglio altri nodi si aggiunsero, ancora più ingarbugliati: Vittorio Emanuele II sapeva bene che Roma era indispensabile all’Italia, e quindi al suo regno. Re scomunicato, non avrebbe intralciato chi fosse gliela avesse procurata. Ma non poteva certo sfidare l’Europa, che ancora non si era ripresa dalla guerra del 1866, né, meno ancora, Napoleone III, antico cospiratore, forse carbonaro, ma deciso a proteggere Pio IX per calcoli interni e internazionali. V’era infine la divisione inconciliabile tra Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Il primo era per l’azione, all’insegna “Italia e Vittorio Emanuele”. Il secondo voleva l’insurrezione contro il papa quale ultimo volano per fare dell’Italia la Repubblica: l’obiettivo che perseguiva da quasi quarant’anni.
A inizio settembre Garibaldi andò al Congresso della Pace, a Ginevra, per enunciare il suo programma pacifista. Pochi giorni, però, raggiunse il confine tra Italia e Stato Pontificio. Venne garbatamente “fermato” da un ufficiale dei Carabinieri e trasferito a Caprera, sorvegliato coi mezzi dell’epoca, comunque a maglie larghe. Da lì mandò messaggi per incitare all’impresa. Una sera si allontanò dall’isola vogando con un remo solo verso la nave che lo condusse in terraferma. Al suo richiamo accorsero migliaia di volontari. Come altre volte nel Paese dei guelfi e dei ghibellini, si sovrapposero e si intralciarono il Comitato Nazionale e il Comitato Romano, reciprocamente diffidenti anziché convergenti.
Garibaldi, sessantenne, sapeva di guerra. Aveva vinto battaglie vere. Quella sui Borbonici al Volturno il 2 ottobre 1860 ne mostrò il talento di comandante. A Bezzecca nel luglio 1866 ottenne l’unica vittoria italiana contro gli austriaci, grazie all’artigliere Orazio Dogliotti, capostipite di una dinastia di massoni. Organizzò dunque un piano di attacco a Roma, perfettamente orchestrato: tre colonne convergenti, capitanate da Acerbi, Nicotera e da suo figlio, Menotti. Nel frattempo, però, una legione di volontari puntò su Roma per suscitarvi l’insurrezione. Intercettata, ebbe la peggio. Morirono Enrico Cairoli e, per le ferite, suo fratello Giovanni. Nella Città Eterna, indifferente e immobile, attirati da un esplosione gli zuavi pontifici irruppero nel lanificio Ajani e uccisero Francesco Arquati, sua moglie, Giuditta Tavani, e il loro figlio Paolo, cospiratori repubblicani. Due muratori, Monti e Tognetti fecero esplodere la Caserma Serristori, causando decine di vittime, più italiane che francesi. Arrestati come terroristi, furono condannati a morte e ghigliottinati.
Pio IX era tutelato dalle proprie milizie, agli ordini del gen. Hermann Kanzler; in suo soccorso arrivò una legione di volontari cattolici, agli ordini di Aurelles de Paladines, detti “antiboini” dal porto ove si erano raccolti. Decisivo fu infine il corpo di spedizione inviato da Napoleone con armi di prima qualità, fabbricate a Brescia.
Il 26 ottobre, dopo un primo successo a Montelibretti, Garibaldi prevalse a Monterotondo. L’indomani Rattazzi si dimise. Il re propose a Cialdini di formare il governo. Alla sua rinuncia, lo affidò a Luigi Federico Menabrea, un generale di vastissima cultura.
Il 3 novembre i garibaldini furono disfatti a Mentana. Avevano più entusiasmo che armi. Molti non vestivano alcuna divisa. Sotto l’incalzare del nemico parecchi si dettero alla fuga. Il grosso si ritirò. Garibaldi rientrò nei confini del regno. Arrestato a Figline, fu tradotto nel forte di Varignano (La Spezia), come già nel 1862, dopo Aspromonte. Quindici giorni dopo venne condotto a Caprera.
Sul movimentismo garibaldino calò la saracinesca del buon senso. A quel punto Mazzini cercò di tirare i fili della una causa repubblicana, ormai persa. Garibaldi gli rinfacciò per sempre di non aver aiutato quand’era il momento. Lo scrisse in lettere di fuoco e lo ribadì nelle Memorie. Per lui valeva il motto “Italia innanzi tutto”: l’Italia doveva fare i conti con la realtà. Scrisse persino a Bismarck per averne l’assenso all’impresa. Come Agostino Bertani spiegò alla Camera il 12 dicembre, a Mentana Garibaldi si batteva per il Re. Poi attese. Sconfitto Napoleone III a Sedan (2 settembre 1870), per impulso di Quintino Sella, il governo inviò l’Esercito italiano, che il 20 settembre irruppe in Roma. Garibaldi rimase sorvegliato speciale a Caprera; il suo “vice”, Nino Bixio, ebbe un comando di seconda linea. A ogni modo Vittorio Emanuele II mantenne la promessa fatta a Isacco Artom dopo Mentana: fare della Città Eterna la capitale d’Italia. Quod erat in votis.
Nel 1875 Garibaldi andò a Roma per illustrare di persona al re come ammodernarla: arginare il Tevere per impedire le ricorrenti rovinose esondazioni, installare industrie, aprire un porto per farne approdo di traffico mercantile. Fu ricevuto da Vittorio Emanuele II presente Giuseppe Medici. Il Generale si reggeva sulle grucce. Indomito. Il re lo accolse con affetto. Il movimentismo si dette il nuovo obiettivo: “guarire la gran piaga della miseria” con riforme profonde, redimere l’Italia dall’arretratezza secolare e dar senso a unità e indipendenza con scuole, lavoro, igiene. L’anno dopo al governo salirono Agostino Depretis, Giovanni Nicotera, Michele Coppino…. Avevano ben presente il punto di partenza, lo sciagurato 1867, e i metodi per salire la china. Lo ricordava Garibaldi alla figlia Teresita: coltivare campi, innaffiare ortaggi, abbeverare gli armenti. Perciò nel 1907 il prosaico Giovanni Giolitti decretò festivo il centenario della sua nascita. Mentana va ricordata perché segnò il passo decisivo dalla retorica alla politica. Lo capì bene Carducci che chiese ai “colti”di impegnarsi negli studi di economia e statistica anziché in rimerie. (*)
Aldo A. Mola
(*) Il 150° di Mentana viene rievocato il prossimo 11 maggio a Marsala dall’Istituto di Studi garibaldini l’11 maggio 154° anniversario dello sbarco dei “Mille”.

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