
Il 15 maggio la Sicilia celebra la propria Autonomia, ma da ottant’anni questa data è diventata il paradosso più feroce della storia repubblicana: si festeggia ciò che non è mai stato concesso davvero, si onora un potere che non è mai stato esercitato, si recita un’Autonomia che è stata scientemente svuotata.
Lo Statuto Speciale del 1946 non è fallito: è stato sabotato.
E non da un destino astratto, ma da mani precise, da governi nazionali che hanno trattato la Sicilia come una colonia interna e da politici siciliani che, una volta oltrepassato lo Stretto, hanno smesso di essere siciliani.
A Roma hanno votato tutto tranne ciò che serviva alla loro terra, hanno difeso tutto tranne i diritti che lo Statuto garantiva, hanno barattato l’Autonomia con la carriera, la dignità con l’obbedienza, il futuro dell’Isola con la loro convenienza.
Ogni anno, in prossimità del 15 maggio, si ripete lo stesso teatro: celebrazioni vuote, discorsi prudenti, richiami generici alla “centralità dell’Autonomia”.
E puntualmente ricompare la narrazione più comoda: la colpa sarebbe dello Statuto, non di chi lo ha tradito.
È un capolavoro di autoassoluzione politica, perché accusare il testo significa evitare di accusare i responsabili: decenni di classi dirigenti che hanno rinunciato ai poteri fiscali, non hanno preteso il gettito dovuto, non hanno difeso l’Alta Corte, non hanno mai imposto allo Stato il rispetto del patto costituzionale.
La Sicilia ha prodotto energia per il Paese intero, ha ospitato raffinerie, servitù industriali, infrastrutture strategiche, e in cambio ha ricevuto inquinamento, precarietà, marginalità.
Ha dato più di quanto ha ricevuto, e lo Statuto avrebbe potuto impedirlo. Ma non è stato usato. Non per incapacità: per convenienza. Perché un’Autonomia piena avrebbe imposto responsabilità, competenza, visione. Molto più semplice lasciarla morire lentamente, trasformarla in un simbolo innocuo, in un anniversario da celebrare senza conseguenze.
E mentre nelle scuole si organizzano attività didattiche per spiegare agli studenti la storia dell’Autonomia, la realtà continua a smentire la retorica: ciò che lo Statuto promette, la politica non lo realizza.
La Sicilia resta una terra che produce ricchezza senza trattenerla, che genera energia senza beneficiarne, che ospita servitù senza ricevere ristoro.
Una terra che paga più di quanto riceve, e che lo Statuto avrebbe potuto proteggere se solo fosse stato applicato.
In questo quadro, la sinistra siciliana – quella reale, non quella addomesticata – dovrebbe interrogarsi sul proprio ruolo: se vuole essere ancora voce delle masse popolari o se preferisce restare spettatrice di un’Autonomia ridotta a slogan.
Le intuizioni di figure come Morandi, Panzieri, La Torre, Varvaro non appartengono alla nostalgia: ricordano che l’Autonomia non è un ornamento istituzionale, ma un progetto di giustizia sociale, redistribuzione, partecipazione. Ricordano che lo Statuto può essere un’arma democratica solo se usato con coerenza e conflitto, non come foglia di fico.
Ed è qui che si inserisce uno degli episodi più clamorosi e meno conosciuti della storia dell’Autonomia siciliana: il ricorso presentato nel 2000 da Stefano Massimino, presidente della X Sezione della Commissione Tributaria Regionale di Palermo e mio Padre.
Massimino sollevò la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 del d.lgs. 112/1999 non davanti alla Corte Costituzionale, ma davanti all’Alta Corte per la Regione Siciliana, l’organo previsto dallo Statuto e mai ricostituito.
Fu un atto di denuncia istituzionale: un gesto politico-giuridico che ricordava allo Stato la sua violazione più grave, quella di aver lasciato morire un Organo costituzionale senza alcuna revisione costituzionale.
La Corte Costituzionale, con l’Ordinanza 161/2001, non disse mai che l’Alta Corte non esisteva.
Dichiarò l’ordinanza irricevibile perché la destinataria naturale era proprio l’Alta Corte.
Un’ammissione implicita ma devastante: l’Alta Corte è ancora prevista dallo Statuto, ma lo Stato non l’ha mai resa operativa.
Chiunque può leggere la risposta della Corte qui, nel testo integrale:
👉 https://giurcost.org/decisioni/2001/0161o-01.html?utmsource=copilot.com
Il ricorso di Stefano Massimino non è disponibile online, perché l’Alta Corte non era operativa e la Commissione Tributaria Regionale non digitalizzava gli atti nel 2000.
Ma la Corte Costituzionale ne riporta la sintesi ufficiale nell’Ordinanza 161/2001, consultabile al link sopra.
È la prova più clamorosa del sabotaggio dell’Autonomia siciliana: un Organo costituzionale cancellato di fatto, ma non di diritto.
E il ricorso di Stefano Massimino resta uno dei pochissimi atti nella storia repubblicana in cui un giudice ha osato richiamare formalmente l’esistenza dell’Alta Corte, costringendo la Consulta a riconoscerne la vigenza.
La verità è che la Sicilia non è stata dimenticata: è stata mantenuta deliberatamente in ginocchio.
Non per mano di Roma soltanto, ma per complicità di chi, oltrepassato lo Stretto, ha scelto di servire il potere centrale invece della propria terra.
Così lo Statuto è stato svuotato, l’Autonomia soffocata, il futuro dell’Isola barattato per un posto o un favore.
Finché questa catena di tradimenti non verrà spezzata, la Sicilia resterà condannata non alla marginalità, ma all’oblio a causa di chi la rappresenta e la svende ogni giorno.
Angioletta Massimino

Delusione ed amarezza nella perdita della nostra dignità Siciliana. Se fosse stato mantenuto lo statuto speciale non saremo stati schiavi di un sistema losco oscuro e corrotto
Se i nostri politici, soprattutto quelli siciliani, avessero avuto amore per la propria terra e non perdessero la memoria superato lo Stretto, in cambio di fruttuose sottomissioni al governo e accordi su carriere veloci, la Sicilia oggi non sarebbe in una condizione di marginalità ma di fulcro dell’economia di tutta Italia, poiché possiede tutte le potenzialità per esserlo.