Continuano ad arrivare sui nostri schermi, a pochi giorni dalla 68 Mostra del Cinema di Venezia, i film presenti alla kermesse della laguna nel settembre dell’anno scorso.
La scelta di Marco Muller e dei suoi collaboratori, avrà certamente soddisfatto il palato di Quentin Tarantino, presidente della giuria, che non ama solo i B movie, ma predilige anche quei film che, in un modo o nell’altro, ricordano le grandi epopee storiche e quindi, accanto a “Machete” che inaugurava la rassegna ed uscito anche in Italia nei giorni scorsi, ecco “13 Assassins” .
Il film è ovviamente piaciuto a Tarantino che per il suo Bill Kid ha studiato a lungo i film jidai geki ( I cappa e spada giapponesi) da ” I sette samurai” in là.
Una pagina di storia giapponese da noi , e non solo da noi, conosciuta solo attraverso i film, come afferma lo stesso regista in una recente intervista. «Questo film è ambientata in un’epoca in cui vivevano i miei nonni eppure nessuno la ricorda. In Giappone la storia non viene insegnata. La gente non conosce le cose che sono accadute 100 anni fa”.
Nel Giappone feudale di fine 800 il fratellastro dello Shogun mette a repentaglio, con le sue violenze contro il popolo, la pace nell’intera regione. Per la sua posizione dinastica è intoccabile, quindi ai consiglieri dello Shogun non resta che ucciderlo. Ma per una questione d’onore non possono farlo direttamente.
All’ onorevole Doi, alto ufficiale al servizio dello Shogun, l’incarico di affidare segretamente al samurai Shimada il compito di sopprimere il despota. Il Samurai richiamerà a sé altri 12 ronin ( i samurai senza padrone) pronti al sacrificio. Saranno i 12 prescelti, dopo attento esame, che porteranno a termine l’incarico “… con magnificenza … fino al massacro totale”
“Massacro totale” è la frase che scrive con la bocca la ragazza a cui il violento despota Naritsugu , dopo averle sterminato la famiglia, ha fatto amputare braccia, gambe e lingua, ed è la frase che Shimada pronuncia nel finale del film, quando nella battaglia finale i 13 avranno ragione di un esercito di 200 soldati e combatteranno “con magnificenza” sacrificando la loro stessa vita.
Ai Samurai si unirà nel finale un altro elemento che niente ha a che fare con la filosofia sull’onore e il senso della vita, ma il suo contributo sarà indispensabile per la vittoria finale.
Nel finale solo un samurai si salverà, quello che “pensa agli altri” e a lui il maestro ricorda di fare la giusta scelta perché “la vita del Samurai non è misurata in lunghezza”.
Remake dell’omonimo film girato in bianco e nero negli anni ’60 da Eichi Kudo, il film si apre con l’anziano Mamiya, del clan Akashi, cui appartiene anche il fratellastro dello Schogun, che per la vergogna commette harakiri.
Ogni inquadratura di 13 Assassins è studiata e girata con una cura quasi maniacale per il dettaglio, i primi piani e i controcampi non sono mai gratuiti.
La prima parte, girata quasi esclusivamente in interni fra intrighi e complotti, è a tratti claustrofobica ma si tratta di un film il cui tema centrale è la morte, un film giocato su un serrato conflitto tra sguardi e dialoghi. è una sorta di ritratto del periodo storico, con particolare attenzione per la figura del samurai, così affascinante e leggendaria, ma anche così a disagio durante il periodo di pace.
Ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo tra i personaggi riconduce all’antico codice cui ogni samurai obbedisce ciecamente e per il quale darebbe la propria vita.
Solo nella seconda parte il film si apre ai grandi spazi, quando i Samurai, in scene e lotte tra boschi, montagne, fiumi e villaggi fortificati, affronteranno i nemici, anche se in numero notevolmente inferiore. Un film Jdaigeki in cui le varie tecniche di combattimento si susseguono tra amore, vendetta, giustizia e violenza.
E’ questa seconda parte quella dove maggiormente si percepisce il respiro profondo del regista, si nota lo studio delle sequenze, l’organizzazione dinamica delle scene di lotta mai monotone o ripetitive.
L’assurda carneficina di innocenti causata dalle manie di Naritsugu non può che preludere al tramonto di una società basata sul rispetto cieco delle gerarchie e del diritto di nascita, introducendo il Giappone all’età moderna, ed ecco che la violenza che è nel film non è gratuita, il sangue che scorre serve solo a descrivere lo stato di sudditanza feudale e l’apertura verso un totale cambiamento. Anche il Giappone si accinge ad entrare nel XX Secolo.
Maria Rita Monaco

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