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10 Febbraio, Giorno del Ricordo

Di queste fosse comuni, tombe di migliaia di italiani, vittime innocenti della pulizia etnica slava, non si è parlato fino agli anni Ottanta, neppure sui libri di scuola.

di Adalberto Scarlino | 7 Febbraio 2018

Nel marzo 2004 il Parlamento italiano approvò l’istituzione della Giornata del Ricordo, scegliendo la data del 10 febbraio, giorno in cui, nel 1947, veniva firmato a Parigi il trattato di pace che assegnava alla (allora) Jugoslavia le terre dell’Istria, le province di Pola e Fiume, le isole quarnerine, la città di Zara e parte del territorio di Trieste e Gorizia.

Si tratta della legge 30 marzo 2004, n. 92, Istituzione del Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale.

Il Giorno del Ricordo, in base alla legge, è considerato solennità civile.

Sono riconosciuti il Museo della Civiltà Istriano-Fiumano-Dalmata, con sede a Trieste; e l’Archivio Museo Storico di Fiume, con sede a Roma.

Quando i comunisti del maresciallo Tito presero il potere in Jugoslavia, gli italiani dell’Istria e della Dalmazia vennero espulsi e perseguitati. Si calcola che gli esuli siano stati 350.000 (trecentocinquantamila!) e diverse migliaia gli uccisi, per lo più eliminati nelle foibe, le cavità naturali del Carso triestino.

Il massacro al confine orientale avvenne in due fasi: la prima in Istria, dopo l’8 settembre 1943; la seconda, dal primo maggio al 12 giugno 1945, durante i quaranta giorni di occupazione slava di Trieste, di Gorizia e di altre località della Venezia Giulia. Nelle foibe i partigiani slavi, i “titini”, gettarono i corpi di migliaia di italiani, i quali erano di ostacolo al disegno di slavizzazione perseguito dal maresciallo Tito (Josip Broz, detto Tito) e dal suo regime nazional-comunista: funzionari, impiegati, insegnanti, commercianti, carabinieri, semplici cittadini, donne (indimenticabile la tragedia di Norma Cossetto), ex fascisti, partigiani non comunisti. Le vittime, dichiarate “nemici del popolo”, dopo processi farsa e torture, venivano legate a coppie con fil di ferro, quindi fucilate sull’orlo delle cavità per farle cadere all’interno (di solito si colpiva uno che, ucciso, precipitava trascinando vivo l’altro a lui legato, che moriva, per le fratture e le ferite, dopo un’agonia sul fondo della foiba).

Per circa mezzo secolo su questi eccidi – e sul successivo esodo di 350.000 giuliani, dalmati e istriani – è gravato un pesante silenzio. Per diverse ragioni: politiche, pseudo-politiche, di conformismo e di malafede. Sta di fatto che di queste fosse comuni, tombe di migliaia di italiani, vittime innocenti della pulizia etnica slava, non si è parlato fino agli anni Ottanta, neppure sui libri di scuola; sui quali, poi, dagli anni Novanta, ha cominciato ad essere – e adesso è – di dominio pubblico la documentata, atroce verità dell’azione genocida, dei massacri perpetrati dal regime nazionalcomunista del maresciallo Tito.

Adalberto Scarlino

Proponiamo qui, estratte dal libro di Fabio Bertini Risorse, conflitti, continenti e nazioni, Firenze University Press, 2006, le pagine ( 317-319) della parte seconda, capitolo 8, paragrafo 8.1, Pluralismo nella Resistenza, guerra di Liberazione e rinascita della Patria:

«[…] La liberazione non concludeva il dramma vissuto dagli italiani nei territori jugoslavi con la vicenda delle foibe, cavità carsiche profondissime che furono teatro di particolari efferatezze. La prima fase delle esecuzioni e sepolture nelle foibe riguardò l’Istria subito dopo l’8 settembre del 1943 e durò circa un mese, in una situazione di vuoto di potere riempito dopo pochi giorni dal “movimento popolare di liberazione jugoslavo” per un certo periodo in forma caotica. Si verificarono arresti di esponenti fascisti, di funzionari dell’amministrazione statale italiana, mentre nelle campagne si compirono vendette di coloni e mezzadri croati contro i proprietari italiani e, nelle zone industriali e minerarie, violenze ai dirigenti. Specialmente nella zona centrale della Penisola istriana si svolsero processi sommari ed esecuzioni collettive cui seguì l’occultamento dei corpi nelle foibe o la dispersione in mare, qualche volta precipitando giù condannati vivi. Le eliminazioni furono ancor intensificate gli inizi d’ottobre, con l’offensiva generale delle truppe tedesche, e nelle liquidazioni di massa si cumularono giustizia sommaria, eliminazione di testimoni, criminalità politica, elementi di un progetto etnico. Il bilancio di questa prima fase si aggirò sui 500 morti in Istria e altri 200 circa nella zona di Zara.

La seconda fase si svolse tra il 1° maggio e la metà d giugno del 1945, dopo il collasso tedesco e l’occupazione di tutta la Venezia Giulia da parte delle truppe jugoslave. Anche questa volta il dramma si svolgeva in coincidenza con il crollo della struttura di potere e di oppressione nazifascista nella “Zona delle operazioni sul litorale adriatico”. Inizialmente il fenomeno interessò soprattutto l’Istria, poi si estese alla città di Fiume, mentre l’epicentro divenivano Trieste e Gorizia, dove si ebbe il maggior numero di vittime.

L’occupazione jugoslava della Venezia Giulia fu accompagnata da internamento di prigionieri e anche da centinaia di esecuzioni di appartenenti alla polizia, in modo indiscriminato tra protagonisti di rappresaglie e sevizie, torturatori, spie slovene e croate, e normali forze dell’ordine, compresi elementi antifascisti e partigiani del CLN triestino. A Fiume furono colpiti aderenti al Movimento autonomista per lo Stato libero di Fiume.

L’equazione “fascista = italiano” implicò arbitrii nella compilazione delle liste, in cui rifluirono regolamenti di conti, delazioni interessate, comportamenti delinquenziali, facendo ammontare il numero degli arrestati alla rilevante cifra di circa 10.000 e il numero degli uccisi a circa 3.000, numero approssimativo, di cui un migliaio gettati nelle foibe.

Sarebbe seguito l’esodo giuliano dalmata dall’Istria e dal Carnaro (Istria, Fiume, Zara), avviato nel 1944, e proseguito con l’abbandono di Fiume nel dopoguerra, un flusso di circa 250.000-300.000 unità, l’intera comunità nazionale italiana, cui si aggiunsero sloveni e croati in fuga dal comunismo di Tito o cacciati dal crollo della struttura economica che si legava agli italiani. Altri esodi avrebbero riguardato l’esodo da Pola, dal 1947, dopo il trattato di pace che l’assegnava alla Jugoslavia, gli altri territori dell’Istria orientale e meridionale (tra cui Parenzo, Rovigno, Albona), gli abitanti italiani della zona B del “Territorio libero di Trieste”, dopo il Memorandum d’Intesa del 1954 che avrebbe concesso l’opzione di cittadinanza.

Al fondo di questi fenomeni stavano antichi odi etnici che il fascismo aveva alimentato con una politica di prepotente squadrismo, di “bonifica etnica”, di italianizzazione dei toponimi e perfino dei nomi, di sfruttamento economico, e che il comunismo jugoslavo riprendeva a sua volta specularmente con la violenza, l’intimidazione, lo spirito di pulizia etnica. […]»

Sempre qui, a seguire, una cartina dell’Istria con i centri principali e i luoghi nei quali furono perpetrati infoibamenti e massacri.

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: adalberto scarlino, anni, comunismo, conti, dalmazia, fascismo, firenze, mare, massa, movimento, parigi, parlamento, polizia, regime, rinascita, roma, scuola, trieste

Info Adalberto Scarlino

Adalberto Scarlino ha svolto per lunghi anni l’attività di insegnante di italiano e storia nelel scuole medie superiori. Iscritto fin da giovanissimo al Partito Liberale Italiano è stato consigliere comunale di Scandicci negli anni sessanta e, tra gli anni ottanta e novanta, consigliere comunale a Firenze ed assessore nelle giunte Bonsanti, Lando Conti, Bogianckino e Morales. Segretario del circolo culturale Piero Gobetti e co-fondatore del Gruppo dei Centouno , è presidente del Comitato Fiorentino per il Risorgimento. E’ autore, con Silvestra Bietoletti, di “Firenze, percorsi risorgimentali ” , Lucio Pugliese editore, seconda edizione 2010.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Maria Rita Monaco

    9 Febbraio 2018 alle 11:49

    C’è ancora troppa malafede nel cercare di sminuire una strage e se la politica fosse , come al tempo dei greci L’arte di governare la gente , non ci sarebbe bisogno, per motivi bassi di partito, di sminuire le stragi di un dittatore. Il secolo scorso è stato per l’Europa quello delle guerre e dei dittatori, uno più crudele dell’altro Hitler, Mussolini, Tito, tutti assassini seriali . Non è inutile continuare a dire “mai più” pensando alla Shoah che ricorda il massacro di 6 milioni di ebrei, ma anche di tedeschi”difettosi, fossero gay, o portatori di handicap mentali, fossero donne di strada o lesbiche, visto il negazionismo che non sa tacere neanche davanti all’evidenza.
    Chiamiamo Stalin con il nome che si è meritato:un dittatore assassino compulsivo non solo di ebrei ma anche di dissenti, del suo stesso popolo che lo chiamava “piccolo padre”
    E Tito infine comunista feroce contro innocenti che non considerava neppure degni di esistere. Continuiamo a ricordare e cerchiamo di impedire che si cancellino pagine di storia per un mero interesse che ha trasformato la politica in una cosa sporca di supremazia e dominio a tutti i costi.
    Grazie Adalberto per il pacato ricordo di una strage troppo a lungo taciuta e non dimentichiamo che i profughi , una volta arrivati in Italia non furono accolti a braccia aperte da troppi italiani.

    Rispondi
  2. Maria Antonietta Saccia

    7 Febbraio 2018 alle 13:27

    Grazie grazie Adalbero, un appropriato intervento storico!!!NOTA: mi ha fatto un gran piacere rivederti!!!

    Rispondi

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