Passata la Festa del 1° Maggio, restano i problemi. Che naturalmente sono innanzitutto quelli del lavoro da consolidare e riattivare, ma sono anche i problemi della rappresentanza Sindacale.
Che non gode, si sa, di buona salute, messa a dura prova dalle trasformazioni dell’economia globale e dal nuovo profilo del prestatore di lavoro, sempre più individuale, sempre meno massa, sempre meno “operaio”, e sempre più “operatore”. Radice lessicale simile, ma significato diverso.
Lo stesso mestiere della contrattazione è sfidato da una molteplicità cui devono far fronte centinaia di diversi contratti, difficili oggi da chiudere nei confini di pochi livelli e poche regole basilari di un tempo.
E’ oltretutto in corso un duro attacco che vuole programmaticamente escludere il Sindacato dai posti di lavoro. Cosi è scritto nel capitolo “lavoro” dei 5Stelle, contestando alla radice l’esistenza stessa del Sindacato, in quanto intermediario, e quindi alternativo, di per sé, alla filosofia dell’uno che vale uno.
Poco importa che questa sia una teoria confusa e contraddetta ogni giorno da un movimento che ha un solo decisore, una sola macchina esecutiva – un’azienda privata che basa su questo il suo profitto – e un solo motore, quello di un imperscrutabile sistema informatico.
Quel che conta è il fatto, mai verificatosi in precedenza, che il Sindacato non viene semplicemente criticato o contraddetto, ma proprio negato nel suo esistere e nella sua funzione rappresentativa. E questa è un’esperienza straniante, di natura identitaria, per un’organizzazione giunta in passato all’eccesso opposto, quella di essere omnisciente, fino ai limiti del mito, anche con l’esercizio di un potere soverchiante quello politico, talora semplicemente evocando l’ipotesi di uno sciopero nazionale.
Anche perché, nel mondo del lavoro, quando non è aristocrazia operaia ma emarginazione sociale, e nelle stesse gerarchie sindacali, si è infiltrato oggi un grillismo dapprima inconsapevole, ora sempre più disponibile alla provocazione, che indebolisce dall’interno il sistema.
Non saranno alla fine i 5Stelle a destabilizzare una componente così importante della democrazia stessa, ma come accade in altri campi, l’istinto del consenso che li muove trova un terreno reso fertile dalla crisi e dal cambiamento globale, anche se poi la mancanza di cultura tout court e di cultura democratica in particolare, finisce per disperdere nel nulla lo stimolo che ne deriva. E questo suscita un legittimo istinto difensivo – e una giusta solidarietà esterna – che rallentano la riflessione, appunto identitaria, che pure è necessaria.
Prendiamo la più decisiva delle sfide industriali in atto, quella messa in campo dal ministro Calenda (Renzi lo conservi…), con Industria 4.0.
E’ il cuore della nuova economia produttiva, il percorso virtuoso di un sistema di robusti incentivi non discrezionali e clientelari, pronti subito ad entrare in circolo.
Ma è anche il terreno rischioso della possibile riduzione prospettica della mano d’opera, in cui un bene perduto in Italia da decenni, la produttività, è affidato innanzitutto all’efficienza del dialogo delle macchine.
Se la caduta dell’occupazione è dovuta a ragioni tecnologiche ancor prima che di scarsa crescita (o al loro effetto composto), allora qui il Sindacato moderno trova ragioni profonde di riflessione sul suo stesso rinnovamento, al bivio tra indispensabilità e inutilità.
Ma non può essere allora il Sindacato alla rincorsa di una visione viziata del proprio particolarismo, come in Alitalia, (solo la leader Cisl ha fatto autocritica, parlando di populismo sindacale), se mai il sindacato che ha avuto la forza di firmare un contratto metalmeccanico coraggioso, perché davvero non convenzionale.
Un Sindacato che comprenda la decisiva importanza della formazione (magari davvero permanente come in Germania), per reggere proprio di fronte al 4.0.
L’idea diseducativa e non sostenibile del reddito di cittadinanza è anch’essa una sfida politica da non trascurare. Renderebbe inutile, insieme al lavoro, la sua rappresentanza, nell’appiattimento sotto l’ombrello assistenziale. Almeno questo pericolo dovrebbe aiutare a far scattare una molla che produca rinnovamento dei comportamenti ma anche creatività sul modo di “essere” Sindacato oggi, quasi al terzo decennio del 2000.
Un mestiere, cioè, che deve recuperare l’orgoglio di una professionalità ed una specializzazione (manager del lavoro e della contrattazione), terreno di valori e contenuti comuni con la nuova imprenditoria anch’essa chiamata a cambiare natura. Operazione concreta, questa del cambiamento, non invettiva al vento.
Beppe Facchetti

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