Per dare un giudizio su questa prima di Rigoletto, bisogna decidere se vedere il bicchiere “mezzo vuoto” o “mezzo pieno” prescindendo dalla selva di applausi che è piovuta “a pioggia” su tutti: interpreti, direttore, coro e orchestra.
Sì, perché se ci si dovesse riferire a quelli, non potremmo che dire “eccezionale successo” vista anche la parsimonia di applausi che, a nostro avviso ingiustamente, hanno caratterizzato le due prime, quella del dittico Tabarro/Cavalleria e l’egregia Turandot che, null’altro avesse avuto, vantava un Oren in ottima forma ed una Casolla che non faceva rimpiangere i suoi tempi migliori.
Quindi, per questo Rigoletto, dovremmo decidere come vedere il nostro bicchiere: se lo vedessimo mezzo pieno, potremmo apprezzare le scenografie di Alfredo Troisi per la Bottega Fantastica: tradizionali ma curate, con un complessivo buon equilibrio per non renderle kitsch; i costumi della Casa dell’Arte Fiore (un po’ meno quello di Rigoletto ma, de gustibus…); la voce di Gilda, interpretata dalla russa Ekaterina Bakanova che ha saputo destreggiarsi con questo difficile personaggio e quella del baritono fiorentino David Cecconi, Rigoletto, a cui la voce non manca anche se qualche volta dovrebbe prestare più attenzione a come la usa…
Non male anche il basso Michail Ryssov, Sparafucile, che, pur con una certa discontinuità vocale, ha mostrato un potenziale davvero pregevole.
Per il bicchiere mezzo vuoto, non ci sono dubbi: sarà sicuramente un “esperto verdiano” ma il direttore canadese Boris Brott ha preso per i primi due atti dei tempi così lenti da portare quasi all’asfissia i cantanti e alla paranoia il pubblico (almeno quello che conosce Verdi). Rigoletto, pur essendo una tragedia, non può essere la Messa da Requiem; ha bisogno di più energia, più movimento, più tensione. In fondo, sapientemente, i quadri alternano momenti di grande tensione e introspezione, ad altri più leggeri e spensierati e ignorarlo significa, a nostro avviso, penalizzare e mortificare una partitura che è tra le più belle del melodramma del XIX secolo.
Due paroline anche al regista, un Renzo Giacchieri che apprezziamo per la sensibilità e per l’attenzione ai particolari: apprezzabile per il resto (il sangue non è acqua e quando ci si mette sa trovare le sfumature giuste per “raccontare” un’opera), non ci è piaciuta la lettura che ha dato al Rigoletto del primo atto; quel continuo agitare la “mazza” come fosse un giocoliere, le corna col fischio indirizzare a Ceprano, l’incontro con Monterone…
Rigoletto è qualcosa in più di un buffone ridicolo e irriverente e credo meriti rispetto fin dalle prime battute perché sia compreso nell’interezza della sua molteplice personalità. E il personaggio “zoppica” anche nel proseguo con alcune cadute di tono non molto piacevoli (o è forse all’artista che quel personaggio va scenicamente “stretto”, anche se ci risulta lo abbia interpretato più volte in grandi palcoscenici internazionali?).
E che dire del “baldo” Duca di Mantova, alias tenore Francesco Demuro? Probabilmente non gli manca la voce per questo personaggio, che ha già interpretato a Torino, dove lo ha debuttato, e subito dopo a Hong Kong in Tournée con il Teatro Regio di Parma, poi a Dresda diretto da Fabio Luisi, e di nuovo al Festival Verdi di Parma e a Pechino, ma non sempre ha dimostrato di saperla usare bene, almeno in questa prima.
E adesso, in attesa delle repliche, alcune già iniziate come la Turandot con Nila Masala che ha sostituito, a nostro avviso piacevolmente, la grande Giovanna Casolla ed il giovane Angelo Fiore il ben più esperto Marcello Giordani, non resta che aspettare, venerdì 26 luglio, la prima del nuovo allestimento di TOSCA che vede Jean Louis Grinda come regista, Isabelle Partiot Pieri per le scene e Christian Gasc per i costumi, mentre torna la bacchetta di Alberto Veronesi a dirigere l’Orchestra del Festival Puccini.




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