Immaginiamo una donna bruttina, veramente bruttina ma col nasino adorabile.
Nella cura arzigogolata dalla sinistra per la brutta Italia, la Toscana era
il bel nasino su cui ricomporre la plastica facciale. Una strategia ingenua
e già al tramonto, una strategia per dare respiro retorico all’Ulivo ormai
soppiantato dal progetto del nuovo partito. Ma ripercorrere quelle ragioni è
importante per capire che la nascita del Partito Democratico è la nascita
d’una contraddizione culturale e intellettuale. Pensiamoci bene: l’Ulivo che
diventa Partito Democratico, dall’antropologia alla politica, tutto a
tavolino e in termini che più libreschi non si potrebbero concepire, con
puzza di corridoi di facoltà. Le ragioni sono tante e precedono le furbizie
ingenue dei nuovi democratici. Ogni tanto l’Italia ha bussato alla porta
della Toscana, non è la prima volta e gli importuni furono sempre diversi.
Già nella crisi del positivismo di fine ottocento e nell’insorgere dello
spiritualismo, l’Italia dei Comuni e del genio italico, lèggi Toscana, fu
investita del compito ricostituente la nazione, e Firenze divenne il centro
del nazionalismo e del futurismo. Dopo la tanta acqua passata sotto i ponti,
il genio italico si adattò a minori pretese, fu genio sempliciotto e buono
non più del popolino destrone, ma della comunità giusta, accogliente,
innamorata dei diversi, insomma il bavoso “Viva Maria” di sinistra. Nel
valdarno aretino e fiorentino il “Viva Maria” di sinistra ebbe la sua
recente ma ultima impennata, a conclusione di una serie inaugurata nel 1803
quando furono ancora del valdarno aretino i veri “Viva Maria!” che alla fuga
dei francesi andarono a ammazzare giacobini e ebrei fiorentini o senesi.
Indubbiamente il confronto tra Benigni e i suoi compaesani di due secoli fa
induce a dire che per quanta acqua sia passata sotto i ponti niente sarebbe
cambiato se non fosse intervenuta l’era della comunicazione omologante. Il
Partito Democratico nasconde l’aporia dell’improprio salto dall’antropologia
alla politica sfruttando l’omologazione e la morte della “Toscana felix”,
assediata, stuprata e offesa dalle centinaia di imprese edili che qua
vengono a riciclare il denaro sporco, mimetizzate in nuovi stili di vita e
nel crimine del turismo culturale. Perché il Partito Democratico trovi senso
e consenso a livello nazionale occorre che la “Toscana felix” ulivista
muoia. L’ideologia del nascente partito, se tale si può chiamare, deve
sbarazzarsi della residua fede nella terra, deve mettere nell’angolo dei
ricordi simpatici gli usi, le credenze, le ritualità, ovvero tutto quel
bagaglio culturale che la sinistra toscana fece proprio modello annaffiato
di bontà. Un bagaglio però che la identificò come vera destra economica e
popolare, grazie alla ricchezza delle cooperative e banche rossorosa in
stralunato miscuglio con l’industria del riciclaggio finanziario. Questo fu
il salto osceno dall’antropologia alla politica, salto ancora non
esplicitato e manifesto ai milioni di codini lettori di “Repubblica”, alle
folle degli squallidi concerti pop, e alle schiere dirottate
dall’informazione dentro idee caricatura. Così la vecchia “Toscana felix”
dei benpensanti di sinistra lentamente scompare perché la sua funzione è
conclusa.
La “toscana felix”, la Toscana volkisch, spiritualista e cattocomunista
resterà pian piano un ricordo generazionale, talmente equivoco da suscitare
anche la nostalgia dei destroni. Il Partito Democratico ha tagliato i ponti,
non ci sarà tempo nemmeno per correggerla culturalmente, mostrare agli
eredi rossorosa del genio italico il proprio ritardo conoscitivo, e
soprattutto la propria vecchiaia emotiva. La “Toscana felix” muore
approssimandosi alle democrazie che si accontentano, alle democrazie che
funzionano perché non hanno contenuti. Nella “Toscana felix” ha germinato la
futura identità della nazione, il cortocircuito della mediocrità elettiva
battezzata dall’inedito diritto naturalcooperativo.
Dove tutto è possibile.
Marzio Siracusa

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