A Viareggio una mostra interamente dedicata a Odoardo Borrani
Forse non a caso la prima tela che incontri visitando la mostra che l’Istituto Matteucci di Viareggio dedica in questa stagione al pittore Odoardo Borrani (fino al 4 novembre 2012) è, inaspettatamente, un’opera di Raffaello Sernesi (Bovi neri al carro, 1861): nell’estate del 1861 i due giovani Borrani e Sernesi decidono di salire a San Marcello, sulle alture dell’Appennino Pistoiese, in cerca di pace e di serenità, per dipingere lontano dai ritmi della nascente società industriale. Con la loro disposizione al raccoglimento interiore sanno di esprimere un identico modo di far pittura che si distinguerà dalle esperienze degli altri Macchiaioli per una vena di riflessiva, sostenuta meditazione. Ma il raccoglimento non è in antitesi con lo spirito del sodalizio, che ritroviamo nelle parole dello stesso Giovanni Fattori assurto a brodo di coltura della nuova esperienza pittorica: “Girando per la campagna, mi sentii attratto a nuovi studi e a nuove ricerche. Mi gettai con altri compagni che mi piace nominare, tra i primi Signorini, Borrani, Cabianca, Banti, Sernesi, Abbati. (…). Fu una cospirazione, guerra dichiarata all’Accademia e all’arte classica… Si chiamò la macchia”.
Curata da Silvio Balloni ed Anna Villari su idea di Giuliano Matteucci, questa di Viareggio è una mostra dedicata interamente al cospiratore Borrani, la cui vicenda pittorica è per la prima volta ricostruita in modo omogeneo e lineare, anche grazie al recupero di dipinti inediti ovvero non più esposti da molti anni. Dunque, un’occasione da non perdere per gli appassionati. Vi si evidenzia come, a differenza di Lega, Signorini e dello stesso Fattori, che rimarranno legati ad una determinata realtà naturalistica, in Borrani sia presente una inedita capacità di immedesimazione lirica e visiva entro svariate situazioni ambientali, riconducibili a San Marcello Pistoiese, Piagentina – nei pressi di Firenze (oggi, manco a dirlo, ben al di dentro dell’assai accresciuto compendio urbano) – e Castiglioncello, luogo che ha intrecciato con i pittori della macchia una storia originale e feconda.
Della prima ambientazione piace qui segnalare la Mietitura del grano nelle montagne di San Marcello (1861), quadro in cui il pittore dimostra di aver lungamente indagato con lo sguardo l’imponente visuale aperta sui monti Terminaccia (1154 m.) e Crocicchio (1336 m.), sul cui sfondo si delinea la dorsale del Poggio dei Malandrini (1662 m.), un autentico capolavoro quanto a purezza dei volumi, sapienza cromatica e resa degli effetti della luce, in cui si compenetrano alla perfezione ragione e sentimento – felice connubio dell’arte del Borrani. Sempre al medesimo anno e all’Appennino Pistoiese si ascrivono il già famoso Pascolo e il mai esposto Pascolo sulle alture: nel primo, albero, animali e natura suggeriscono un senso di quiete profonda, di silenzi e solitudine che paiono atavici e immutabili e su cui si posa, con quel tanto di discreto compiacimento, lo sguardo sensibile dell’artista; nel secondo, la figura del pastorello vivacizza la scena senza privare, tuttavia, la medesima del carico di suggestioni già evocate nel precedente. Si segnala che oltre al citato quadro del Sernesi, il trittico del nostro è qui associato ai Buoi al carro (1867 ca.) di Abbati.
La seconda ambientazione è quella di Piagentina e qui spiccano due capolavori come Casolari a Piagentina (1868-70) e L’Arno a Varlungo (1868); il secondo, esposto a Firenze nello stesso anno in cui viene alla luce, riscontra un grande favore di pubblico e di critica, al punto da spingere l’artista a dipingerne una seconda versione – pure presente in mostra. Si ripete qui quel senso di solitudine mai drammatica e di profondissima quiete che pare la cifra, involucro psicologico e nocciolo semantico di moltissime opere del pittore pisano.
E’ della terza ambientazione, nondimeno, il gruppo di opere che sollecita probabilmente una ammirazione perfino palpitante: si tratta di una serie di quadri dipinti nell’estate del 1867 che condividono il tema del carro rosso con i buoi bianchi aggiogati. Il primo Carro rosso a Castiglioncello è un olio su tavola di dimensioni proporzionate (25,5×55,5 cm.); il secondo è un olio su tela dipinto su supporto fortemente allungato in orizzontale (dimensione 12,6×66 cm.) – formato tipico delle ricerche sul valore conoscitivo della luce che Borrani svolge a Castiglioncello sin dal 1862; il terzo (La raccolta del grano a Castiglioncello, 1867), finora mai esposto al pubblico e di gran lunga il più grande (59×119 cm.), arricchisce la scena dei casolari, della marina sullo sfondo e del carro rosso con i buoi bianchi, con la presenza dei contadini intenti al lavoro. E se nei due Carro rosso il paesaggio è trasfigurato in un’atmosfera di sospensione e incanto, misteriosa e al tempo stesso intessuta di elegiaca poesia, nella terza opera la raffigurazione del lavoro dei contadini è avulsa da una narrazione della fatica e del sacrificio: i gesti degli uomini al lavoro sono come sospesi in un’immobilità atemporale; l’opera vive e splende, con misura, di una intensa, morbida e sapiente concertazione di colori e con ciò rimanda ad una dimensione poetica e a suo modo epica della pittura. Né la mostra lesina altri temi figurativi prescelti e amati dall’artista, tra i quali primeggiano quello della ‘pace dei chiostri’, con opere come Antico chiostro fiorentino (1864-65), Dante alla tomba di Beatrice (1865 ca.), Al coro (1866) e Interno di S. Monaca a Firenze (1875), che rimanda anzitutto all’apprendistato, nel 1849, del Borrani adolescente al seguito del pittore Gaetano Bianchi nei lavori di restauro degli affreschi di Paolo Uccello nel Chiostro Verde e del Ghirlandaio nella Cappella Maggiore di S. Maria Novella; nonché quello della ‘Firenze antica’ – minacciata negli anni in cui fu capitale del Regno (1865-70) dai piani urbanistici di ammodernamento – che Borrani insieme a Telemaco Signorini, sin dagli anni ’70, prende a dipingere focalizzando le vie del Ghetto e del Mercato Vecchio (Antica porta a Pinti del 1880 ca. e Veduta del vicolo dei Cavalieri del 1875-80). Quanto al resto, tra i capolavori presenti in mostra meritano di essere citati anche Case lungo il Mugnone (1880 ca.), Il Mugnone presso il Parterre (1880 ca.) e la splendida Villa Medici a Fiesole (1897), che Joseph Pennell avrebbe preso a modello per il suo disegno dal titolo Fiesole, Villa Medici (1901-1902 ca.).
Infine, c’è anche un Borrani inedito da scoprire grazie alle ricerche d’archivio condotte sulla biografia dell’artista: un Borrani decoratore per la Manifattura Ginori di Doccia, come testimoniato dalla inequivoca individuazione di due vasi di ceramica Ginori decorati dal Borrani, acquistati da Re Carlo I di Romania e un Borrani docente all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, con la sua elezione il 9 gennaio del 1879 ad Accademico Onorario di Merito.
Era giusto e doveroso dedicare una mostra a questo grande artista – forse rimasto immeritatamente all’ombra di sodali ben più noti e affermati – ed è degna di plauso l’iniziativa dell’Istituto Matteucci nella misura in cui contribuisce a proporre al pubblico e agli appassionati una conoscenza meno da cartolina e più completa della corrente macchiaiola, nella varietà delle esperienze e delle sensibilità che hanno dato vita ad una stagione artistica irripetibile.



It breaks my heart to see that I missed this beautiful show. Thank you so much for posting two beautiful Macchiaioli paintings I had never seen before. I painted in Rovezzano as a young artist when the Old Mill was in ruins.
I now conduct Tuscany Painting Adventures and will bring students to paint in the long shadow of the Macchoaioli.
kevinsheafineart.com
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