Utoya e la pena accettabile

di Fabrizio Amadori | 10 luglio 2018

Mi è capitato di difendere l’idea che i minori – o i “minorati” – assassini non dovrebbero essere condannati alle pene peggiori. Questo perché se si parte dal presupposto che siano minori e quindi immaturi, se non addirittura non responsabili rispetto a talune scelte, a maggior ragione dovrebbero essere considerati tali, non responsabili, quando dimostrino di risultarlo in maniera lampante, quando cioè commettano reati efferati. Detto questo, difendo il diritto dello stato di salvaguardare la comunità, e il dovere di imprigionare una persona minorenne (o minorata) pericolosa è dovuta a ragioni di sicurezza pubblica, a prescindere da qualsiasi considerazione circa la responsabilità del soggetto incriminato. A questo punto mi chiedo però a quali condizioni occorra mettere in prigione: se lo scopo è quello di evitare ulteriori reati, lo si può fare mantenendo le carceri un luogo civile, e questo soprattutto nel caso in cui ad essere imprigionato sia un minore (o un minorato).
Lo stragista di Utoya, Anders Breivik, ai miei occhi è un minorato mentale. E’ chiaro che ha dei seri problemi psicologici. Detto questo, il tribunale norvegese ha fatto bene ad infliggergli il massimo della pena con la riserva di prolungarla nel caso non vedesse cambiamenti positivi nel condannato. Ha fatto bene a garantirgli una sistemazione di tutto (troppo) conforto? Se il punto è quello di impedire la ripetizione da parte sua di un reato, chiedersi dove sia stato imprigionato non ha molta importanza: ce l’ha se uno ritiene che l’idea del carcere non debba essere quella di un luogo confortevole qualora svolga un’azione deterrente rispetto a chi in carcere non sta, e, soprattutto, se uno ritiene che il carcere debba inglobare l’idea di luogo di espiazione significativa, per quanto civile.
Permettere allo stragista di Utoya di fare la star (saluto nazista e sceneggiate varie) quando si presenta in udienza e di ritornare tutto soddisfatto al suo comodo appartamentino dopo aver ucciso uno ad uno 77 ragazzini mi pare eccessivo: l’alternativa, ovviamente, non sarebbe gettarlo in un girone infernale da carcere yemenita. Credo che, come al solito, il giusto stia nel mezzo (anzi, in una posizione spostata un po’ più verso il modello carcerario norvegese, se devo dirla tutta…). O no?
Fabrizio Amadori
Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

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