Stati Uniti e Fascismo

Il punto vero è non se i capi si assomiglino tra loro – come dice Fromm, di “Hitler in potenza” è pieno il mondo -, ma se si assomiglino le folle dietro di loro.

di Fabrizio Amadori | 31 ottobre 2017

In un recente articolo uscito sul “Corriere della sera” Pierluigi Battista critica chi associa Trump a Hitler: a mio avviso, però, l’autore perde di vista il contesto, ossia il fatto che l’America a cui si è rivolto Trump sia simile a quella a cui guardava nel passato il nazismo stesso, il quale vedeva in essa l’alleato migliore contro l’interventismo di Roosevelt contro il “Fuhrer”. Si trattava dell’America bianca e bionda, in gran parte di origine germanica e chiaramente filonazista. Filonazista al punto che Roosevelt non poté dichiarare guerra alla Germania sino all’ultimo, sino cioè all’attacco giapponese di Pearl Harbour. E perché stupirsi dopotutto? L’America è stata patria dello schiavismo e dell’apartheid. Un’America razzista esiste ancora, e non sappiamo sino a che punto si spingerebbe sul terreno dell’intolleranza, soprattutto se dovesse affrontare uno scontro aperto con gli oppositori di Trump, il presidente americano più contestato di sempre. Certo, Trump non è Hitler, e sarebbe sciocco affermare il contrario per varie ragioni: direi che oggi il miliardario di New York assomigli di più ad uno dei nostri leghisti maggiormente sanguigni, quelli disposti a tutto pur di suscitare il plauso dei propri sostenitori, persone che non a caso vanno sui treni con gli spray anti immigrati per disinfettare i posti dove gli stranieri si sono seduti. Perché il punto vero è questo, ossia non se i capi si assomiglino tra loro – come dice Fromm, di “Hitler in potenza” è pieno il mondo -,  ma se si assomiglino le folle dietro di loro. Infatti, può cambiare il contesto, può cambiare il punto di partenza, ma una persona che accetta discorsi violenti oggi accetterà azioni violente a propria volta domani. Azioni che magari il politico di turno non avrà ordinato personalmente, ma di cui dovrà prendersi la responsabilità per non perdere il potere. Un comportamento molto fascista, questo – noi italiani lo sappiamo bene -: e, del resto, un’America “fascista” è già, almeno in parte, esistita. Non per i bianchi, certo, ma per i neri, o gli indiani, sì. Ma la storia non si può scrivere sempre e solo dal punto di vista dei bianchi, come oggi Trump sembrerebbe di nuovo tentato di fare.

 

Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, è appassionato di letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano, dopo varie esperienze come docente in Italia e all’estero si occupa dal 2008 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni su giornali e riviste universitarie. Da un punto di vista teorico ha scritto soprattutto di narratologia (si veda, ad esempio, il suo breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. A dicembre usciranno un altro saggio di narratologia e, per la prima volta, alcuni testi poetici su “Poeti e poesia”. Già Consigliere generale della Coscioni, si è occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’Associazione radicale.

Un commento

  1. Sì, son tanto fascisti che sono venuti a liberari proprio da loro e dai nazisti.

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