I Comuni, per gli appalti di grosso importo che vanno sopra i 40mila euro, nel 60% dei casi preferiscono ricorrere alle procedure di affidamento diretto, quelle meno garantite e più pericolose, anziché alle gare d’appalto.
Alla illegalità negli appalti siamo avvezzi da anni. Ma il 2014 ci ha consegnato questo nodo irrisolto con dimensioni che fanno rievocare “Tangentopoli”.
Sono sistematicamente emersi intrecci tra malavita e politica, con appalti e finanziamenti pubblici ancora una volta al centro dei comuni appetiti. Le vicende sono ben note: andando a ritroso nel tempo, si va da “mafia capitale” al Mose di Venezia e all’Expo 2015 di Milano.
Ma allora perché le aziende corrotte hanno continuato a lavorare nei cantieri delle opere pubbliche, proprio là dove erano stati scoperti malaffari e tangenti?
Andando a visitare il sito dell’ ANAC[1], l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, troviamo la risposta.
Alla data del 10 marzo risultano elencati dodici casi di misure di straordinaria e temporanea gestione di imprese per specifici appalti. Il primo di questi risale a luglio 2014 e riguarda la Società Maltauro spa. Nei suoi confronti la misura della straordinaria gestione è stata adottata -si legge testualmente- “con riferimento all’appalto relativo alle architetture di servizio afferenti al sito per l’esposizione universale del 2015”.
Siamo di fronte alla prima applicazione di un istituto nuovo e che Cantone definisce “rivoluzionario”, introdotto dallo stesso d.l. 90/2014 che ha trasferito all’ANAC la vigilanza sui lavori pubblici. Esso è previsto dall’art. 32 di quel provvedimento (cui la legge di conversione n. 114 dell’ 11 agosto 2014 ha apportato significative modifiche) e ha formato oggetto, per la seconda volta lo scorso gennaio, di articolate Linee Guida adottate congiuntamente dall’ANAC e dal Ministero dell’ Interno.
Vanno sottolineati -in estrema sintesi perché, pur sapendo di peccare di incompletezza, non è questa la sede per approfondirci in tecnicismi- taluni tratti dell’istituto.
Il presupposto si ha quando, a carico di un’impresa aggiudicataria di un appalto pubblico o di una concessionario pubblico, l’Autorità giudiziaria proceda per gravi reati contro la pubblica amministrazione (corruzione, istigazione alla corruzione, turbata libertà degli incanti, ecc.) ovvero quando –e qui la norma a onor del vero lascia sgomenti per la sua estrema nebulosità che fa torto alla certezza del diritto- si é “in presenza di rilevanti situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali” attribuibili, appunto, all’ impresa o al concessionario.
Al verificarsi di uno di tali eventi, anziché estromettere la ditta dai cantieri o fare interrompere l’erogazione di un servizio, azzerando la gara per la quale essa ha vinto l’appalto e con ciò provocando lungaggini che danneggiano gli interessi della collettività (gli intereressi da tutelare sono previsti dallo stesso art. 32), vengono nominati gli “amministratori giudiziari” con il compito di governare quella parte di azienda che dovrà eseguire il contratto pubblico. Si mette quindi in atto un “commissariamento degli appalti”, con misure di immediata applicazione e operatività, mentre le altre commesse pubbliche che costituiscono il “portafoglio” dell’impresa sono da subito travolte dagli usuali provvedimenti interdittivi. Ma vi è di più. Il permettere di finire i lavori a chi ne ha avuto illecitamente l’affidamento non può portare al paradosso che questi ne ricavi un profitto. L’utile d’impresa derivante dalla conclusione del contratto è pertanto accantonato in un apposito fondo destinato al risarcimento dei danni e anche i compensi degli amministratori sono a carico dell’impresa.
Torniamo però al sito dell’ANAC dove effettivamente l’elenco di cui abbiamo detto dà atto di una geografia del malaffare che si è dilatata a ricomprendere tutto il paese: Bologna, Catania, Caserta, Latina, Milano, Roma, Vercelli sono sedi di aziende “inquinate”. Eppure chi rappresentava lo Stato nel capoluogo lombardo, appena qualche anno fa, davanti alla Commissione parlamentare antimafia che si era mossa in vista di un allarme legato alla ‘ndrangheta sui cantieri dell’ Expo, ci aveva assicurato che “a Milano la mafia non esiste”, affrettandosi poi a soggiungere “cosche sì, ma imprenditoriali più che criminali”. Speriamo che oggi, nella gestione dell’ edilizia residenziale pubblica, di cui si occupa dopo la pensione, il suo “fiuto” si sia affinato …
Intanto i Comuni, avverte sotto un altro versante l’ANAC [2], per gli appalti di grosso importo che vanno sopra i 40mila euro, nel 60% dei casi preferiscono ricorrere alle procedure di affidamento diretto, quelle meno garantite e più pericolose, anziché alle gare d’appalto. E c’è chi sta ben oltre questa media, come Firenze, con l’87,21% delle procedure e una percentuale sugli importi del 50,54%. Non significa con questo che si sia fuori dalle regole ma sui dati proposti dall’ANAC (l’indagine ha riguardato le città capoluogo nel quadriennio 2011-2014) i singoli Comuni possono fare, se lo ritengono, le proprie analisi. Questa è però un’altra storia.
http://www.anticorruzione.it/portal/public/classic/AttivitaAutorita/AttiDellAutorita/_Atto?ca=6028

Lascia un commento