Pechino e Cicerone

Dal Tibet a Taiwan, dalle isole Senkaku all’arcipelago filippino. Possibile che il Governo cinese capisca solo la parola “prendere” e sia allergico alla parola “lasciare”?

di Fabrizio Amadori | 4 dicembre 2017

Pechino pretende il possesso dell’isola-Stato Taiwan ma non accetta che il mondo rivendichi per i tibetani un territorio di cui i cinesi – secondo molti osservatori – si sarebbero impadroniti impunemente. Come è possibile una simile, sfacciata ipocrisia da parte di Pechino? La Cina continentale vuole il Tibet, ma quali sarebbero i motivi per rivendicarne la legittima proprietà? Possibile che il Governo cinese capisca solo la parola “prendere” e sia allergico alla parola “lasciare”? So che Pechino è da tempo ai ferri corti con Tokyo per il possesso delle isole Senkaku. Di recente, poi, è riuscita a coprirsi di ridicolo in una disputa internazionale circa la giusta distanza dalla costa delle acque sotto la propria giurisdizione creando isolotti artificiali capaci di estenderla di molto. E non è finita qui: in una contesa con Manila circa il possesso di isole ricche di petrolio nei pressi dell’arcipelago filippino, Pechino si considera nel giusto per una questione storica, perché i primi a scoprirle – a suo parere – furono degli esploratori cinesi. Insomma, come dire che l’Italia, o perlomeno Genova, potrebbe rivendicare la proprietà delle Americhe dato che le ha “scoperte” Colombo! Considerata la fiacchezza delle critiche dell’attuale comunità internazionale nei confronti della Cina, mi chiedo se non occorra scomodare Cicerone, e domandare a Pechino sino a quando intenda abusare della pazienza del resto del mondo. E chiederglielo magari proprio in lingua originale – “Quo usque tandem abutere, Pechino, patientia nostra?” -: infatti, se alle lingue moderne la Cina sembra proprio non voler prestare ascolto, forse ad una antica, e di tale blasone, potrebbe rivolgere un po’ di attenzione…

 

Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). E' stato il primo a parlare di "narratologia deduttiva". Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

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