
“Senza aiuti perderemo la guerra”: va dritto al punto Volodymyr Zelensky nel suo incontro a Washington con circa 70 senatori capitanati dal leader della maggioranza democratica, Chuck Schumer, e quello della minoranza repubblicana, Mitch McConnell. Il presidente ucraino, in tenuta militare, ha ringraziato “i senatori e i deputati per il loro sostegno” ma ha evitato di rispondere alle domande dei giornalisti. Nonostante nuovi aiuti promessi dal presidente Joe Biden, che ha ribadito all’Ucraina “sostegno per tutto il tempo che sarà necessario” da parte degli Stati Uniti – di gran lunga il più grande finanziatore militare dell’Ucraina tra i suoi alleati occidentali – il clima nella capitale americana riflette i mutati equilibri al Congresso rispetto a due anni fa. Il fronte degli scettici si sta allargando, soprattutto tra i repubblicani, ma anche tra i cittadini americani – secondo i sondaggi – si registra una certa ‘stanchezza’ nei confronti di una guerra costosa, e di cui ancora non si vede un epilogo. Segnali che il presidente in carica non può trascurare, soprattutto in vista delle presidenziali del novembre 2024, in cui diventa sempre più verosimile lo scenario di una resa dei conti Biden-Trump. È all’America che uscirà da quelle urne quello a cui tutti guardano – a Washington come a Kiev, ma anche a Mosca e nelle capitali europee – per capire che piega prenderà il conflitto in Ucraina.

Un’accoglienza dimessa?
Pur ribadendo il suo sostegno a Kiev e al “coraggioso popolo ucraino”, presentando al Congresso un altro pacchetto di aiuti per l’Ucraina del valore di 325 milioni di dollari, la Casa Bianca ha deluso le speranze di Zelensky affermando che gli Stati Uniti non forniranno sistemi missilistici tattici militari a lungo raggio (ATACMS). Nelle ore successive, tuttavia, fonti governative citate da media statunitensi come Nbc News hanno riferito che Biden ha assicurato all’omologo ucraino “un piccolo numero di missili a lungo raggio”, che consentirebbero alle forze ucraine di colpire gli obiettivi più lontani nella Crimea occupata, tra cui la base navale russa a Sebastopoli e il ponte sullo stretto di Kerch, rotta logistica chiave per le forze russe. Il Pentagono aveva affermato in precedenza che gli Stati Uniti non possiedono abbastanza dispositivi di questo tipo per poterli condividere e che, comunque, non farebbero la differenza nell’attuale scenario bellico. Di fatto, però, il timore a Washington è che possano essere usati per attaccare il territorio russo, provocando un allargamento del conflitto. Zelensky può tornare a Kiev – teatro di intensi bombardamenti coincisi con la sua visita negli Stati Uniti – rassicurato dal sostegno della Casa Bianca, ma consapevole che nella capitale americana l’aria sembra essere cambiata. E a differenza dell’anno scorso, quando il suo intervento a Capitol Hill era stato paragonato a quelli di churchilliana memoria, stavolta il Congresso non ha “avuto tempo” per organizzare una sessione congiunta per il discorso del presidente ucraino.
I Repubblicani gelano Kiev?
A gelare le aspettative di Volodymyr Zelensky è stato anche lo speaker repubblicano Kevin McCarthy, che ha rifiutato di mettere in agenda l’approvazione del pacchetto da 24 miliardi di dollari di aiuti promessi entro la fine dell’anno dal presidente. “Abbiamo i nostri problemi fiscali di cui occuparci. Ci sono 10mila persone che hanno appena attraversato il confine e il presidente pensa solo all’Ucraina”, ha tagliato corto McCarthy, che sui fondi a Kiev è sempre più ostaggio dei deputati trumpiani in seno al GOP. Come se non bastasse, ieri la Camera ha è stata teatro di una giornata caotica quando un pugno di repubblicani ha affondato per la seconda volta questa settimana un voto per far avanzare la legge di spesa per la difesa. Un altro passo verso lo shutdown che Donald Trump ha chiesto ai suoi per mettere in difficoltà l’attuale amministrazione dem. “A un anno dal voto americano – osserva la CNN – il presidente ucraino ha avuto un’anticipazione di come andrebbero le cose a Washington se Donald Trump fosse rieletto e di come l’attuale influenza dell’ex presidente sull’ingovernabile Camera dei Rappresentanti, guidata dai repubblicani, potrebbe affondare l’ancora di salvezza multimiliardaria da cui dipende la sopravvivenza dell’Ucraina”.
Il conflitto diventa politico?
Il sostegno all’Ucraina si è imposto come linea di faglia anche nella corsa alle primarie repubblicane. Se l’ex ambasciatrice Usa all’ONU Nikki Haley, ad esempio, ha respinto le critiche al sostegno a Kiev, Vivek Ramaswamy – un candidato più in sintonia con il nazionalismo populismo nazionalista à la Trump – ha detto che se sarà eletto non userà mezzi termini e che rinfaccerà a Zelensky “la corruzione e i limiti alla libertà di parola e religiosa in atto in Ucraina”. Divisioni che rivelano la lotta intestina in corso nel GOP lacerato tra conservatori tradizionali e falchi dell’approccio isolazionista “America First” inaugurato da Trump. Il tutto mentre l’ex presidente – considerato il più probabile candidato alla nomination e in testa a tutti i sondaggi – promette in caso di rielezione, di porre fine alla guerra “entro 24 ore” dall’arrivo alla Casa Bianca. Un impegno che suona come una minaccia per l’Ucraina, considerata l’ambigua affinità nelle relazioni tra Trump e Vladimir Putin e l’antipatia che l’ex presidente nutre nei confronti di Zelensky, destinatario di una telefonata che portò al suo primo impeachment. Ironia della sorte l’Ucraina è ora al centro di un’altra procedura di impeachment stavolta ai danni di Biden accusato dai repubblicani di aver beneficiato economicamente delle attività di suo figlio Hunter proprio in Ucraina. Alla luce di tutto ciò, le assicurazioni del presidente Usa di restare con Kiev per “tutto il tempo necessario” appaiono meno solide del previsto. Mentre il destino dell’Ucraina sembra indissolubilmente legato all’esito delle prossime elezioni americane.
Il commento
Di Gianluca Pastori, ISPI Associate Research Fellow
“Nonostante il prevedibile sostegno raccolto alla Casa Bianca, la vista a Washington di Volodymyr Zelensky non è stata il successo che il presidente ucraino forse si aspettava. Soprattutto, non sembra avere impattato sulla ‘stanchezza di guerra’ che negli ultimi mesi si è fatta strada nell’opinione pubblica statunitense. Secondo i sondaggi, la maggioranza degli americani sarebbe oggi contraria all’invio di nuove armi in Ucraina e convinta che Washington abbia già fatto abbastanza in favore di Kiev. Per Joe Biden – che di Zelensky è stato, sinora, il più attivo sostenitore – è un segnale preoccupante, specialmente ora, che sembra essere riuscito ad arginare il calo di popolarità sofferto dai primi mesi del mandato. Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali e una campagna elettorale che sta per entrare nella sua fase ‘calda’, il tema dell’impegno in Ucraina è destinato a rimanere sotto i riflettori e la possibilità di una guerra ancora lunga potrebbe dimostrarsi una pericolosa fonte di imbarazzo per il presidente uscente”.
***
A cura della redazione di ISPI Online Publications

Il clima politico non è cambiato, è sempre a favore dell’Ucraina. Dovete cambiare voi dell’istituto Ispi e il vostro desiderata di simpatizzanti per i criminali.
Il problema è la cosiddetta russia, non l’ Ucraina.
Gli USA come gli altri paesi, restano per la civiltà, non per i russi.
Zelensky, ha ricevuto il sostegno necessario e confermato dai migliori osservatori mondiali.
Raccontate meno fakes.
Non è accettabile mettere sullo stesso piano l’aggressione con l’aggredito.
Voi state solo dimostrando quali perverse sciocchezze state scrivendo in sostegno dell’aggressore che è in forte difficoltà. Vi ricordo che Putin ha un mandato di cattura internazionale e che sostenere un criminale come state facendo, è quanto meno indecente.