Come tutti gli anni, anche questo, è stato celebrato il venti settembre1870, come l’evento che pose fine al potere temporale del papato, proclamando Roma, capitale d’Italia. Lo riconobbe anche Paolo VI circa cento anni dopo, tranquillizzando tutti gli italiani che della Storia non ne hanno mai fatto, come altri popoli, un fondamento di unità nazionale. Cioè, gli italianai, non sono mai riusciti a separare l’ideologia e la politica dalla storia patria riconoscendosi nell’unità nazionale. Perlopiù ignari di frequenti equivoci storici, fuori che le feste comandate, agli italiani non è importato un granché del loro passato. Ci sono esempi, come la guerra d’Africa del 1935, ben racconta in questi giorni da Giacomo Properzj, o quello che passò agli italiani come l’armistizio dell’otto settembre 1943. Fu, invece questa, una resa incondizionata agli alleati a Cassibile, dopo lo sbarco in Sicilia firmata dagli emissari di del più che discutibile Badoglio e del suo governo, dopo che il re fuggì da Roma. Equivoco storico lo fu anche la guerra contro il Negus, dove l’Italia si macchiò di stragi indicibili verso la popolazione inerme attraverso l’uso del gas. Il complesso d’inferiorità che ci ha sempre martoriato, ha creato sciocchezze di cui ci siamo convinti della loro verità. Quello che accadde il venti settembre 1870 dimostra solo “ l’abilità “ diplomatica concessa dalle potenze europee, da eventi esterni alla volontà del regno di conquistare la città eterna per farne la nuova capitale d’Italia. I francesi, però, non avrebbero mai abbandonato Roma: “ Italie ne s’emparera pas de Rome! Jamais. Jamais la France ne supportera cette violence faite à mon honneur et à la catholicité. Jamais! Jamais ! “. Fu il discorso di Rouher. Fino a luglio 1870, re Vittorio Emanuele mantenne fede al papa e all’imperatore Napoleone III che non avrebbe mai occupato Roma, rinsaldando l’alleanza con la Francia, anche se alcuni anni prima aveva cercato accordi con la Prussia di Bismarck e per altri motivi anche con l’Austria. Del re, tra le teste coronate d’Europa, tutte sapevano che non c’era da fare molto affidamento. L’Italia era una giovane nazione poco industrializzata, votata al disarmo dopo le esperienze militari di Custoza e Lissa. Era sesta come numero d’abitanti in Europa; agricola e analfabeta con un esercito stimato in alcune decine di migliaia di uomini; dei quali, molti impegnati al sud del regno nella guerra contro i briganti. Il destino della breccia di Porta Pia, si materializzò in quell’estate per la crisi franco prussiana che abilmente Bismarck seppe creare. Il casus belli arrivò dalla Spagna. Il maresciallo Prim offrì il trono a varie personalità. Bismark propose il principe Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaingen. La Francia protestò col Kaiser, perché temeva la riesumazione dell’’impero di Carlo V. Il cancelliere pregò il Kaiser Guglielmo di porre fine ai suoi “ irregolari contatti” con l’ambasciatore francese e al dispaccio con il famoso “ telegramma di Ems” fu data ampia pubblicità. A Parigi scoppiarono violente manifestazioni. Il 19 luglio 1870 la Francia dichiarò guerra alla Prussia. Il tre Agosto le sorti della guerra erano ancora incerte e il generale prussiano Moltke stava preparando una grande operazione nel bacino della Saar. L’esercito francese comandato dal maresciallo MacMahon entrò a Weissenburg. Si trattava di un regolamento di conti tra i formidabili fucili Chassepot a retrocarica e canna rigata che tristemente fecero il loro esordio nel 1849 durante l’assedio di Roma e della repubblica, contro i Dreyse prussiani, simili come caratteristiche, ma con una portata di tiro inferiore. Nei primi giorni d’agosto in Italia si pensava alla guerra. Il generale Cialdini premeva per essere al fianco della Francia. Il 16 agosto il ministro Visconti Venosta, ribadì ancora le intenzioni italiane di rispettate la Convenzione col papa e Napoleone III, fedele al principio cavourriano che l’Italia potesse ottenere Roma con “ mezzi morali”. La guerra fu troppo breve perché Vittorio Emanuele vi entrasse, affianco della Francia, come più volte aveva promesso. Il Ministro Sella riuscì a mantenerla neutrale. Insomma a un mese dal quel venti settembre l’Italia non aveva il coraggio di fare un piccolo passo ed occupare Roma. Nessuno avrebbe obbiettato neppure fosse stato fatto prima. Invece si attese l’esito della guerra. Il Papa non voleva sentire ragioni di rinunciare all’antistorico potere temporale. Vittorio Emanuele provò con un pretesto poco credibile; si proponeva occupando Roma di difendere il papa dalla “feccia criminale” dei seguaci di Garibaldi e Mazzini, cui d’Azeglio aveva paventato di una possibile “occupazione” che avrebbe umiliato il governo. Il 31 agosto 1870, alla vigilia della battaglia di Sedani le sorti della guerra franco prussiana stavano precipitando. Il primo settembre, Moltke conquistò l’altipiano di Illy. MacMahon ferito gravemente cedette il comando che dopo rocamboleschi eventi passò a de Wimpffen. L’accerchiamento da parte dei prussiani dell’esercito francese provocò una carneficina fino alla resa, avvenuta alle ore 6,30 del pomeriggio. La mattina seguente Napoleone III si consegnò ai tedeschi, ma la guerra continuò per alcuni mesi ancora. Dopo le solite lagne nel giustificarsi col papa, la caduta di Sedan e dell’impero napoleonico, l’incertezza del re e del governo italiano se prendere Roma, arrivò al suo apice; l’audacia non era di casa, evidentemente. La pressione popolale e la Sinistra minacciava di uscire dal parlamento se non si fosse per sempre distrutto il potere temporale del papa. Cadorna varcò i confini del Lazio il 12 settembre e attese. Il ministro prussiano tentò un compromesso all’ultimo. Il papa si rifiutò anche di evitare un inutile spargimento di sangue per una resistenza simbolica. Fu così che poco eroicamente, ma anche poco diplomaticamente e senza “abilità”, le truppe del re al suon del preppepè bombardarono porta Pia. Lo scarso entusiasmo dei romani fu comunque compensato da un plebiscito, che diede uno scontato 99% di voti contrari al papa.
Enrico Martelloni
Oche del Campidoglio, zitte ! Io sono l’Italia grande e una.
Vengo di notte perché il dottor Lanza
Teme i colpi di sole…
Deh, non fate, oche mie, tanto rumore,
Che non senta Antonelli.
( Carducci )

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