Una volta si chiamava controinformazione. La facevano i cosiddetti gruppi extraparlamentari che volevano mettere a nudo (e a volte ci prendevano) le “contraddizioni del sistema”. Cioè i meccanismi messi in atto dal Potere per stornare (ricordate?) l’attenzione dai veri problemi del paese. E cioè il profitto, i salari, la povertà, le diseguaglianze, i privilegi etc. Erano gli anni Settanta e nelle piazze si muoveva la contestazione studentesca assaggiando le cariche della Celere mentre nelle università si elaboravano analisi di gruppo che cimentavano i giovani con la nuova stagione della cultura.
C’erano cattivi maestri ma anche buone analisi. C’era comunque l’entusiasmo della riflessione. Qualcosa restava anche se purtroppo i risultati prendevano la direzione precostituita dal gruppo”. Restava, ad esempio lo sforzo di eleborazione, una ginnastica intellettuale che allenava giorno per giorno la “meglio gioventù”. E restavano la voglia di partecipare, la vitalità quasi aggressiva, l’orgoglio di sentirsi protagonisti del proprio tempo e della storia.
Trent’anni hanno affievolito molte cose. La voglia del grande balzo in avanti non c’è più, l’analisi e la riflessione sono pratiche desuete. Ci saremo aspettati che la controinformazione costituisse il patrimonio ereditario di quelle forze più vicine ai movimenti di allora e invece ha cambiato faccia ed è passata di mano.
Guardiamo questa vicenda del welfare. Un tempo il dibattito avrebbe preso ben altre pieghe. Avrebbe appassionato il mondo del lavoro, avrebbe mobilitato il mondo studentesco, la cosiddetta sinistra radicale (o massimalista, o antagonista che dir si voglia) sarebbe stata in prima fila proprio a fare controinformazione. Il referendum di cinque milioni di lavoratori avrebbe avuto il carattere della sacralità e lo scontro sarebbe stato tutto politico e non solo tecnico-parlamentare.
E’ come vedere una vecchia commedia con personaggi scontati: governo, sindacati, partiti protagonisti legittimi ma stanchi, senza approccio culturale ai problemi, un’ottica che vada oltre la legislatura. Dove sono poi le voci dei lavoratori e dei giovani che erediteranno quell’accordo? Chi fa controinformazione su scalini e scalone? Nessuno, neppure quelli che dovrebbero averla nel Dna.
La verità è che quella vecchia pratica si è persa. Ha cambiato pelle e sta nelle mani sbagliate. Adesso se la fanno in proprio governo, forze politiche e sociali. Palcoscenici privilegiati sono i talk show, meno le aule parlamentari. Gli strumenti sono mediazioni, promesse, minacce, rinvii, fiducie. I risultati sono (ricordate?) stornare l’attenzione dai veri problemi del paese.
Enrico Buffoni

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