
L’allineamento perfetto è una chimera diplomatica che regge solo finché gli interessi dei giganti non calpestano le necessità dei partner minori. La secca replica della Casa Bianca a Giorgia Meloni, che ha liquidato le riserve italiane definendo l’accordo sul diesel «un grande successo», è la fotografia esatta di questa asimmetria permanente.
Da una parte c’è Roma, costretta a fare i conti con la realtà di un tessuto industriale europeo già pesantemente sotto stress, dove la transizione energetica rischia di trasformarsi in una deindustrializzazione forzata. Dall’altra c’è Washington, che si muove secondo la logica cinica ma coerente della superpotenza: proteggere i propri mercati, dettare i ritmi della conversione ecologica globale e blindare i propri accordi commerciali, a prescindere dai danni collaterali subiti dagli alleati.
Il nodo politico non è tecnico, ma di sovranità e rispetto. Definire «un grande successo» un compromesso che ignora i gridi d’allarme della filiera produttiva italiana non è solo una sgrammaticatura diplomatica; è l’ennesima dimostrazione di come l’asse transatlantico funzioni troppo spesso a senso unico. L’Italia si trova così schiacciata tra il dovere della fedeltà geopolitica e l’obbligo di difendere i propri interessi nazionali. Se l’Europa vuole evitare di diventare il vaso di coccio tra i blocchi di potere globali, risposte come quella della Casa Bianca non possono più essere archiviate come semplici scambi di vedute, ma come duri richiami alla realtà del potere economico.
Perché la verità, quella vera che nessuno ha il coraggio di pronunciare nei salotti ovattati della politica, è che non c’è nessun successo in questo accordo. C’è solo la solita, vecchia, sottomissione. La Casa Bianca sorride, stringe mani, incassa i suoi dividendi geopolitici e liquida i nostri dubbi con la sufficienza arrogante che i re riservano ai sudditi. E noi, da bravi cortigiani, restiamo a guardare il declino della nostra industria, le nostre fabbriche che chiudono, la nostra gente che perde il lavoro in nome di un astratto ideale transatlantico che somiglia sempre più a un cappio al collo. Giorgia Meloni ha fatto bene a sollevare il problema, a mostrare un barlume di orgoglio in un mare di servilismo. Ma le parole non bastano se poi ci si piega al primo colpo di tosse di Washington. È tempo di smetterla di essere il vaso di coccio tra i giganti di ferro. È tempo di ritrovare quella rabbia sana, quella dignità che ti fa dire di no, anche quando il no costa caro. Altrimenti, continueremo a subire le loro decisioni, a pagare i loro conti e a chiamare, con tragica ipocrisia, la nostra sconfitta con il nome di un grande successo.
Giuseppe Basilico

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