Un film non è percepito da tutti con la stessa intensità emozionale, salvo quando la stessa scena, nel medesimo istante, scatena negli spettatori la stessa reazione. In quel momento si viene a creare un’ esperienza collettiva, corrente che percuote e attraversa la sala.
A volte mi lascio andare a ricordi in disordine sparso: in fondo la nostra vita, le memorie, la nostra privatissima proiezione, è quella elaborata nella nostra mente, regista.
Non è male riguardarla smembrata e scarnificata dal dolore o dalla delusione, rielaborata e riscritta; insomma, in altra prospettica.
La stessa storia può essere raccontata e trasformata in un’opera d’arte o svilita in una banalissima commediola o, peggio, struggente epopea o soap opera, dei nostri guai.
Qui, sorridendo, ricordo un film –che, peraltro e fortunatamente, non mi risulta passato alla storia della cinematografia ufficiale ma che gli eventi hanno trasferito nella mia “proiezione privata”.
Dall’auto (alla guida io, come, quasi, sempre) scorsi un enorme manifesto pubblicitario che troneggia, graficamente orripilante -sfondo giallo e scritta nera-, gigantografia megalomane, a imbrattare l’intera facciata di un palazzo, già brutto di suo.
Lessi i caratteri cubitali: “prossima programmazione al Cinema … PICCOLI OMICIDI TRA AMICI.
La mia prima e immediata reazione fu il trovarlo indecente. Stuzzicai, nel contempo, la curiosità di franchini che mi tributò la sua condivisione; portata da entrambi alle estreme conseguenze.
Il mio disturbo era causato dal titolo, dall’aggettivo PICCOLI che, a mio avviso, conteneva una assoluzione, preannuncio di degrado morale, condiscendenza acritica e salvifica delle azioni umane come si preannunciavano e, quasi, si promettevano.
“Piccoli omicidi tra amici”, che vuoi che siano?
Per onestà intellettuale convenimmo di vedere la pellicola e trarne qualche considerazione salvifica o stroncarne definitivamente titolo e trama.
Volevamo, guardandone la proiezione tentare di salvare il salvabile,
La pellicola risultò ancora più deludente del titolo, anzi confermò tutte le argomentazioni che avevamo sciorinate, indignati.
Quattro balordi che compiono un omicidio quasi per caso e che, senza un perché, lo rifanno e poi lo rifanno, quasi per una coazione a ripetere totalmente privata di qualsivoglia elaborazione (come adolescenti che seviziano gatti).
Mi venne a mente un ragazzo che, bambina e inorridita, vedevo catturare lucertole, immobilizzarle con pietre, tagliarne la pancia, estrarne le piccole viscere, ricucirle con ago e filo e poi liberarle non si sa verso quale sorte: so che ha avuto una vita disturbata e non è diventato chirurgo.
Immaginai code di ragazzini vocianti, calamitati dal titolo (ai ragazzi piacciono gli orrori, in quella stagione della vita priva ancora dei ferri del mestiere per la critica di sè).
Trovo tragicamente vero, attuale, il “saltare il fosso” per poi riproporsi all’infinito, senza consapevolezza, senza riprovazione .
Il dopo fu inevitabile: un esposto alla Procura della Repubblica scritto a quattro mani. Nessuno di noi due volle rinunciare a dire del suo.
La pellicola è sparita dalla circolazione per un bel pezzo: un poco di indignazione, a volte, non guasta.
In fondo siamo homo erectus. Non torniamo alla primordiale prospettiva a quattro zampe!
cpf

Lascia un commento