C’è un modo indicativo del nostro tempo di dare le notizie. Tutto parte da una nota di agenzia che poi i giornalisti potrebbero interpretare. Solo che non lo fanno. E tutti pubblicano la notizia dell’arresto di un pericoloso basista che in associazione esterna di tipo mafioso aiutava criminali ricercati in trasferta in procinto di trovare nuovi nascondigli per latitanti. Un piano sventato dalle forze speciali addestrate a riconoscere ed a fermare il basista. Costui, pedinato da tempo e da vari indizi sospettato della capacità di rimodellare ambienti al di fuori delle loro consuete forma e struttura era solito costruire reti per rendere invisibili i criminali ai sistemi di prevenzione ed arresto. L’obiettivo criminale era manco a dirsi, femminicidio massivo.
Dove si trovava e da chi era composta questa organizzazione criminale? Nel corpo di un topo da laboratorio. Il basista è un enzima, i criminali sono cellule tumorali, la rete una metastasi, l’ambiente una matrice extracellulare, le guardie il sistema immunitario, le forze speciali gli anticorpi addestrati, la vittima femminicida, la mammella colpita da tumore. Insomma per dare maggiore risalto alla notizia di una scoperta scientifica, si è adottato un linguaggio di nera caricandolo dei suoi significati valoriali, quali bene, male, punizione. La natura però non presenta questi tratti. Non vede il corpo umano, complesso sistema megacellulare, migliore o peggiore degli enzimi e dei sistemi cellulari tumorali; li riconosce diversi ed assiste, senza scelta di campo, alle azioni e reazioni dei due. La scienza lo sa ed interviene non con sentenze ma con supporto alla reazione del corpo, secondo le possibilità del contesto cellulare. La notizia, invece, del tutto a sproposito, fa pensare ad un’azione repressiva di un fermo in flagranza di reato.
La repressione ormai scatta immediatamente nelle menti dei making news quando la vittima è donna, anche se solo malata. Tanto più se il punto dolente è il seno, la sua forma e struttura, veri gioielli della corona, nell’immaginario dei media, stendardi di quella parte umana, sempre buona, brava e vittima. Anche qui, non si capisce perché dare una scala gerarchica alle malattie e ai malati, magari per sesso e per età, come non fossero tutte gravi e degne d’attenzione. Un tempo c’era l’ottusa interpretazione popolare religiosa di alcuni tipi di malattie, considerate sentenze divine. Il malcapitato agli occhi del popolo diventava colpevole in quanto malato. Altrettanto assurdo è oggi criminalizzare la malattia, magari poi solo quella che colpisce le zone erogene femminili.
Tipiche malattie soggette a giudizio morale del passato erano la sifilide e dintorni di malattie veneree; mali con cui sono convissute tantissime celebrità, al punto da essere mali quasi obbligatori in particolare per i maschi, attestanti vaste capacità amatorie. Ancora oggi in Italia contraggono tali malattie ca. 5mila persone, senza fare troppa notizia, vuoi per la diffusa libertà sessuale, vuoi per le scarse conseguenze. Allarmano invece i ca. 700 casi di Aids all’anno, su una popolazione serio positiva 130 volte più grande, per la pericolosità dell’immunodeficienza. Oggi comunque si sopravvive a lungo anche avendo contratto la sindrome. Nel passato non si andava a caccia di chi aveva trasmesso la sifilide, malattia che poteva 70 anni fa anche uccidere. La malattia rientrava nel rischio del frequente cambio di partner.
Oggi invece trasmettere sieropositività (non la malattia dell’Aids) è già un reato ma solo se la vittima è gentil sesso. Un tale che si era curato poco e male è stato arrestato; il contagio nei confronti di parecchie donne, tutte trovate sul web, con cui ha fatto sesso, è stato equiparato a lesioni, come le avesse ferite con arma bianca. I rapporti sessuali non protetti però sono passati,ogni volta, sotto la responsabilità di entrambi gli adulti consenzienti che se ne sono assunti il rischio. Non è stata presa considerazione l’idea che l’uomo si sentisse e apparisse in salute. Al contrario fa norma l’idea, affermatasi 30 anni fa, che sia l’irresponsabilità maschile a diffondere l’Aids a scapito delle donne. L’idea a quell’epoca era giustificata dai frequenti cambi di partner, in Occidente, 10 per l’uomo contro i 7 della donna. Oggi però la seconda è in testa e cambia con maggiore assiduità del primo, senza, a quanto pare, volersene assumere rischi ed oneri. Il web a riguardo è esplicativo. Il 90% di informazioni, notizie e pettegolezzi relative a rapporti e malattie sessuali riguardano principalmente la protezione femminile come se l’uomo cercasse partner e sesso non per piacere ma per farle male. Si indicano schemi di comportamento cosiddetti virtuosi, privi di lealtà, trasparenza e realismo. Se ne pretende una interpretazione giudiziaria sempre discriminante nei simboli e nelle applicazioni. Dopodiché ci si considera autorizzati a trasfigurare grottescamente i comportamenti reali, dal web al micron, per poi giudicare assurdamente.
Giuseppe Mele

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