
di Ennio Ricanelo
inviato speciale dal Brasile
SAN PAOLO – “Mi ha chiamato “scimmia’”, ha dichiarato Vinícius Júnior dopo aver segnato il gol del Real Madrid contro il Benfica, in Portogallo, per i playoff della Champions. L’insulto sarebbe stato pronunciato da Prestianni, calciatore argentino. Il direttore di gara, il francese François Letexier, viene chiamato al VAR, rivede l’azione e applica la punizione con cartellino giallo… a Vinícius. Davanti al mondo, la vittima è stata punita. Era solo l’inizio di una terribile vicenda che ha coinvolto il mondo del calcio, ma non solo.
I tifosi del Benfica presenti allo stadio da Luz hanno finito per sostenere il gesto di Prestianni. Purtroppo, a quel coro si sono uniti anche alcuni giornalisti portoghesi. Alla CNN, Jorge Baptista, ex calciatore e commentatore del canale, ha definito l’insulto razzista come una semplice “narrativa”.
“Omofobi, razzisti… questa è una narrativa. Mi fa ricordare una cosa che ho sentito in questi giorni, che forse può offendere molte persone, ma lo dirò comunque: non posso chiamare un nero “nero”, né uno zingaro “zingaro”, ma posso chiamare un uomo “donna”, ha affermato lui.
Usare un crimine come il razzismo come scusa per una provocazione sportiva è qualcosa di inaccettabile. Mi dispiace dirlo, ma a volte sembra impossibile pensare che siamo nel XXI secolo. La provocazione può far parte dello sport, ma il razzismo no. Viene quasi da pensare che molti portoghesi non conoscano la propria storia. Per fortuna, sono qui per ricordarla.
Nel quattordicesimo secolo, grazie alla necessità dei mercanti toscani, genovesi e veneziani, i portoghesi ricevettero la missione di trovare una rotta marittima verso l’India. Era una necessità per continuare a portare in Europa i prodotti provenienti dall’Estremo Oriente.
Costeggiando l’Africa, navigatori come Antão Gonçalves, Vasco da Gama e Pedro Álvares Cabral trovarono però anche un altro modo per arricchirsi: vendere africani come schiavi in Europa e nelle colonie. Così iniziò una delle pagine più terribili della storia: la schiavitù degli africani, una delle più grandi tragedie dell’umanità.
Il razzismo e la schiavitù non sono un’“invenzione” portoghese. Sono un male che attraversa tutta la storia umana, dall’Egitto alla Mesopotamia fino all’antica Grecia. Tuttavia, mai prima di allora erano stati organizzati in modo così sistematico, duraturo e su scala così gigantesca, capace di colpire un intero continente.
Per quasi 300 anni fu così: il colore della pelle diventò simbolo di una presunta superiorità razziale. Quello che poi soltanto Jean Jacques Rousseau ebbe smentito. Un’assurdità che si radicò profondamente, sostenuta dalle monarchie e anche della chiesa.
Lo stesso accadde ai popoli originari delle Americhe. Le mani che hanno costruito il Nuovo Mondo erano nere e indigene: mani di persone oppresse e soffocate dalla violenza europea.
I portoghesi di oggi non sono colpevoli di ciò che il loro paese ha fatto nel passato. Ma conoscere quella storia e cambiare rotta dovrebbe essere quasi un dovere. E purtroppo non è qualcosa che il Portogallo – e, perché non dirlo, nemmeno l’Europa – sembra aver fatto pienamente.
Se torniamo al caso di Vinícius, è facile capire perché le cose non cambiano. L’UEFA ha creato protocolli contro il razzismo, ma il direttore di gara non li ha applicati fino in fondo. È una situazione simile a quella che spesso vediamo anche in Italia: non basta avere una legge, bisogna applicarla. Farla rispettare. Far sì che produca effetti reali. Solo così si può davvero cambiare la realtà.
A coloro che sostengono che solo Vinícius soffra razzismo in Europa – quasi come se la colpa fosse della vittima – ricordo un episodio accaduto nel settembre 2025 e concluso mercoledì scorso (03), quando un tifoso del Real Oviedo è stato condannato per insulti razzisti contro Marcus Rashford, attaccante del Barcellona. Uno dei tanti casi registrati nel calcio.
Prima di concludere, vi invito ad una riflessione. A chi accusa Vinícius di essere l’unico a soffrire con razzismo, pur sapendo che non è vero, vorrei fare una domanda: che una sola persona soffra a causa del razzismo, non ci basterebbe per dire basta?
Enio Ricanelo

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