La prima a forzare i tempi è stata proprio lei, con la sua morte inattesa. Eluana Englaro ha sorpreso e spiazzato tutti. Anche quelli che volevano l’applicazione della sentenza della Cassazione ed erano stati accontentati dal precipitare degli avvenimenti. Anche loro si sono accorti che di fronte alla morte è quasi impossibile cantare vittoria. Vincitori e vinti hanno poco senso in una vicenda dove sono entrati elementi diversi, etici, giuridici, sentimentali, strumentali, razionali e perfino irrazionali. E’ difficile una riflessione che non risenta di questo groviglio dove le mozioni della ragione s’intrecciano con la mozione degli affetti e paradossalmente le ragioni della vita non elidono quelle della morte.
E allora sgombriamo subito il campo da un macigno. Beppino Englaro ha amato sua figlia e ne ha chiesto ed ottenuto la fine per un estremo atto d’amore nei suoi confronti. Il suo dolore va rispettato col silenzio che lui chiede apprezzando al tempo stesso l’uomo che non ha cercato scorciatoie ma ha voluto fare tutto alla luce del sole. Di quelli che con lui hanno vinto questa battaglia abbiamo già detto: è una vittoria senza trionfo.
Ma comprensione e rispetto meritano anche coloro che la battaglia l’hanno persa e hanno fatto di tutto per non perderla ritenendo inconcepibile negare gli alimenti vitali a un malato ancorché senza speranza. Quella speranza di salvare Eluana dalla morte che ha impresso invece alle forze politiche, governo in testa ma non solo, un’accelerazione legislativa che al Parlamento era rimasta sconosciuta per decenni.
E’ a questo punto che la matassa si aggroviglia ancora di più lasciando spazio ad interpretazioni diverse (e quello spazio la società e la politica se lo sono preso ampiamente). Alludiamo ovviamente al decreto salvavita del governo da intendere o come pietas e tentativo di bloccare il principio dell’eutanasia pericolosamente alle porte o come atto di sfida alla presidenza della Repubblica.
Prima di rispondere però bisogna rifare un pezzo di strada già percorsa dal Colle. Ritornare cioè a quel consiglio dei ministri sul quale fece irruzione la lettera di Giorgio Napolitano che, sia pure con tutto il garbo possibile, invitava il governo a soprassedere alla stesura del decreto configurando, crediamo, un’ingerenza non da poco nell’attività di uno dei poteri dello Stato, cioè l’esecutivo. Il resto è noto, il consiglio dei ministri vara lo stesso il decreto per vederselo bocciare dal Colle e ripartire con la guerra dei tre giorni per approvare il testamento biologico. Così gli italiani, già lacerati e divisi dalla vicenda della povera Eluana, continuavano a spaccarsi in due sullo scontro Berlusconi-Napolitano offrendo ampia materia all’opposizione per gridare ancora una volta all’attentato alla Costituzione quasi che i cosacchi fossero già in San Pietro ad abbeverare i cavalli. Errori su errori, insomma.
Chiariamoci su un punto. E’ vero che il ricorso al decreto è quasi indispensabile se si vuol governare ai giorni nostri ma è anche vero che così il Parlamento diventa inutile. E’ vero che urge una riforma ma è altrettanto vero che quando c’è sintonia una legge in tempi brevi è possibile. E per avere sintonia ci vogliono o una grande tensione ideale come quella di fare gli interessi del paese o una grande tensione morale come quella che impegna ora il Parlamento sul testamento biologico. Grazie a Eluana Englaro, l’unica che ha vinto perché non è morta invano.
Enrico Buffoni

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