
Nel mondo si parlano oggi circa 6800 lingue; molte isolate, nel senso che non derivano da contaminazioni di altre; molte, invece, derivano da uno stesso ceppo. In base a studi ancora recenti, i principali ceppi sono: A) l’indo-europeo; di origine asiatica, diffusosi tra il III e il II millennio a.C., i cui testi originari di riferimento, i Veda, sono stati redatti nella più antica lingua del sanscrito B) l’accadico-assiro-babilonese; che in seguito darà origine alla lingua e alla cultura dell’antico ebraismo; C) l’ugro-finnico; D) il sino-tibetano; E) il sudanese bantu.
La lingua è un sistema di comunicazione, un medium che, almeno in origine, si è rivelato il più valido ed efficace mezzo di comunicazione tra uomini che dimoravano in un ambito circoscritto di territorio. Mediante uno dei possibili processi di sviluppo di un linguaggio, possiamo affermare senza timore di essere smentiti che un ceppo linguistico predominante, come a esempio quello indo-europeo, è anche stato capace di sostituire diverse altre lingue parlate da popolazioni locali sia dell’Africa che dell’America che dell’Australia.
Ancora senz’alcun dubbio, la lingua è espressione di un sistema di principi e valori di riferimento, e quindi termini aventi un significato più o meno plausibile, che fanno parte e quindi indicano la “cultura” di riferimento di un popolo. Cultura, infatti, è espressione alquanto generica e tuttavia serve a caratterizzare in senso lato la genesi e lo sviluppo (fino a quello più recente di “urbanizzazione”) di un gruppo d’individui in contatto reciproco e che abitano, almeno fino a un passato anche recente, uno stesso spazio fisico o ambito territoriale: una comunità d’individui; che, in quanto tali, vivono purtuttavia separati. In quanto facenti parte di una stessa comunità, tali individui assumono e viene riconosciuto loro il diritto a parteciparvi e, in virtù di tale processo di accreditamento, essi ne fanno pienamente parte, diventano cioè cives (cittadini).
In uno splendido volume di Justin E. H. Smith, dal titolo Il filosofo, l’autore scrive nel saggio racchiuso nel secondo capitolo (Filosofia e Philosophia. Con il Saggio) che “la cultura differisce dalla civiltà, che solitamente è intesa come se fosse qualcosa che può essere imposto dall’alto o dall’esterno. Si cresce nella cultura, ma si acquisisce la civiltà per mezzo dell’imposizione e dell’istruzione” (pagina 96, d’ora in poi solo il numero della pagina nel testo relativo).
Dunque, semplificando quanto più ci è concesso, una lingua, così come un sistema – quale che sia, sia di concetti che d’immagini, un sistema insomma rappresentativo – presuppone l’utilizzo di un metodo. E qui, soprattutto per il prosieguo, la questione è nodale. Infatti, secondo il giudizio di Heidegger, il termine greco equivalente, che cioè sta per metodo, non indica “un procedimento con l’ausilio del quale l’uomo attua il suo assalto indagatore e inquisitorio nei confronti degli oggetti. (Il termine indicherebbe invece) … è il ‘restare sulla via’, e precisamente su quella via che non è pensata dall’uomo in quanto ‘metodo’, bensì viene indicata dall’ente e attraverso l’ente che si mostra, in tal modo già è” (Parmenide, Adelphi 1999, p. 122).
Direi a tale proposito, ma nel saggio citato, Smith pone l’accento definitivo sul fatto che “la caratteristica distintiva della filosofia indiana, cinese o europea non risulterebbe quella di avere un pensiero più chiaro o più profondo. Al contrario, sarebbe quella di essere un sottoprodotto del modo in cui alcune tecnologie, di origine prevalentemente asiatica – soprattutto la scrittura e la riproduzione dei testi scritti (n.d.r.: sanscrito) -, vengono incorporate in una società” (107).
Vi sarebbe dunque al fondamento sempre un’autorità che decide e che quindi impone un metodo di ricerca, analisi e composizione di un linguaggio e, quindi, di testi documentali. Eppure, volendo percorrere il cammino a ritroso, dovremmo chiederci quale posto riservare alla tradizione orale, pre-esistente, e comunque, in ogni caso, all’esperienza degl’individui assolutamente precedente alla genesi e allo sviluppo di qualsivoglia comunità di appartenenza.
La domanda allora è se, attraverso ogni singola esperienza, sia possibile raggiungere un’intesa comune o, esattamente, una verità universalmente valida. Alla maniera shakespeariana, dovremmo chiederci, in definitiva, se una “cosa”, qualunque essa sia, sia o non sia esattamente quella medesima “cosa” e non genericamente altro.
Rispetto al percorso delineato ancora nel saggio, propongo di ritornare ora a Parmenide (metà VI sec ca. – metà V sec. Ca. a.C.).
Il filosofo di Elea, per – presumibilmente fortunato – caso ha vissuto al centro del periodo cosiddetto assiale. Il termine, secondo la denominazione proposta dal filosofo tedesco Karl Jaspers (1883-1969), nella sua opera Vom Ursprung und Ziel der Geschichte, indica piuttosto una svolta interpretativa, potremmo ben dire la scelta di un metodo interpretativo dei fatti e quindi dell’intera storia dell’umanità, manifestatasi nel periodo compreso tra l’800 a.C. e il 200 a.C. In sintesi, per lo storico della scienza italoamericano Giorgio de Santillana (1902-1974), si tratta del periodo in cui, metaforicamente, “fiorisce la Grecia”. Inbreve, significa che nasce e prende definitivamente il sopravvento sulla natura delle cose il metodo scientifico e quindi “ha inizio la scienza, nel senso che noi diamo (n.d.r.: da allora in poi) a questa parola” (Prologo a Le origini del pensiero scientifico).
Parmenide è nel crocevia esatto di questa svolta interpretativa, che introduce il metodo a cui Heidegger dice di volersi sottrarre, come abbiamo visto in apertura. Il filosofo di Elea, appena reduce dall’esperienza del mythos e appena prossimo all’esperienza del logos, scrive: “ … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che ‘è’ e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità); l’altra che ‘non è’ e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo … Infatti lo stesso è pensare ed essere”. La svolta è già compiuta. Infatti, a parte le difficoltà di traduzione del testo in lingua originale, appare evidente come la svolta di metodo si sia concretata nella parte conclusiva del ragionamento, laddove è detto che lo stesso è pensare ed essere.
E tuttavia, millenni di storia ci hanno insegnato che non è così. Non è possibile che una cosa che sia possa viceversa non essere, o è o non è; ma, al contrario, quante sono viceversa le possibilità che una cosa che sia lo sia per dav-vero?
Nella voce “Filosofia” dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, scrive ancora Smith che “gli autori – anticipando una definizione che Bertrand Russell avrebbe formulato secoli dopo – indicano la propria preferenza per la definizione di filosofia di Christian Wolff, che sintetizzano come ‘la scienza dei possibili in quanto possibili’ (‘Philosophia est scientia possibilium, quatenus esse possunt’)”. E quindi, conclude: “E’ questa, tuttavia, la ragione per la quale la filosofia è e rimarrà sempre una scienza incompleta, dato che ‘chi potrà mai rendere ragione di tutti i possibili? ’”(101).
Per non imporre un metodo di ricerca, analisi e composizione, necessiterebbe quindi che tutti i possibili (dell’esperienza storica) accadano “liberamente”, cioè secondo la volontà di ognuno, non solo individuo, ma ogni “ente” animale capace di un “bisogno” e/o di esprimere una “volontà”. La qual cosa, non incidentalmente, ci riconduce al pensiero “sacrificale e rituale” delle origini vediche del discorso.
In un saggio del 1992, che ha riscosso molto successo di pubblico, dal titolo The End of History and the last man, l’economista Francis Fukuyama sostenne che agli albori del nuovo millennio storico, che stava per sopraggiungere, il processo di evoluzione sociale, economica e politica dell’umanità avrebbe raggiunto il suo apice definitivo e la narrazione e il pensiero della conoscenza, e quindi della storia, avrebbe potuto dirsi definitivamente concluso. E ciò, grazie al messianico evento della “globalizzazione” sulle ali del pensiero unico “liberale”.
L’economista, non era e non è stato un caso, ignorava o peggio ancora sottaceva le esperienze precedenti della storia condotte da personaggi molto autorevoli quali, solo per citarne alcuni tra i più noti, Akhenaton, Ashoka, Costantino I e il grande Alessandro. In fondo, è lecito concludere che, nel regno dei possibili, è e sarà sempre che qualcuno si sottragga all’autorità del re. Salvo che tutti, per volontà di ciascuno, ne condividano tutti i principi.
Principio, infatti, è sinonimo d’inizio o anche origine e “inizio” in greco si dice archè. Legato al suffisso –ana, che sta per senza, il termine composto di derivazione “an-archia” non rappresenta essenzialmente il rifiuto di sottostare all’autorità quale che sia, quanto piuttosto indica il diritto indissolubile – che non può essere sciolto, e quindi inattaccabile perfino da un dio come Ka, l’“incerto”, “signore”, tra i primi (Elohim), “di tutte le cose” – di “restare sulla via” nel modo delineato dall’Heidegger.
Angelo Giubileo
Bibliografia
- de Santillana – Le origini del pensiero scientifico – Sansoni 1961
- de Santillana, H. von Dechend – Il mulino di Amleto – Adelphi 1983
- Heidegger – Parmenide – Adelphi 1999
- Calasso – L’ardore – Adelphi 2010
- E. H. Smith – Il filosofo – Einaudi 2016

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