
Preparare un nuovo ciclo: un’area laico-liberale-socialista verso una Nuova Repubblica.
Le forze politiche hanno oggi il compito, che è pienamente politico, di sostenere, in quanto questione di interesse nazionale, l’avvio del lavoro di risanamento, di ricostruzione, e di trasformazione iniziale che è stato affidato a questo governo. Ma, posto che il futuro cammino del Paese non potrà essere affidato alle soluzioni emergenziali, e posto quindi che la rappresentanza politica dei cittadini dovrà comunque riprendere in pieno il ruolo chela Costituzionele assegna, spetta alla politica il compito primario di preparare, da subito, l’avvio di un nuovo ciclo, di una nuova fase storica.
E’ essenziale che le prossime elezioni, quale che sia la legge elettorale, vedano misurarsi proposte diverse, alternative e, almeno per quanto riguarda l’area politica del centrosinistra, indirizzate a trovare riferimento in una nuova fase storica: nel “mai più” rispetto al ciclo che si è appena chiuso. Il che significa, tra l’altro, che nessun alibi può esser rilasciato a coloro che, salvo poi pentirsene in tempi più o meno lontani o vicini, hanno determinato o concorso a determinare l’attuale stato di cose con l’esser stati complici o partecipi della maggioranza berlusconiana, poco importa se per convincimento o per convenienza.
La chiusura del ciclo berlusconiano e l’apertura di un ciclo nuovo non possono passare per la riproposizione di una destra che, avendo fatto a meno del cavaliere, si renda disponibile ad un rapporto con i centristi che, pur presupponendo un dosaggio tra destra e centro diverso da quelli già sperimentati nel passato, lascerà sostanzialmente inalterati gli indirizzi già seguiti nell’era berlusconiana.
Tantomeno si può immaginare che l’adeguata assunzione di responsabilità per riportare il Paese sulla strada di una democrazia moderna possa arrivare da soluzioni di stampo tecnocratico, aventi per perno politico le forze di centro e settori più autonomi della vecchia maggioranza berlusconiana, probabilmente benedette da Confindustria e dalla chiesa cattolica.
E’ ben vero che va salutata con favore la formazione del governo Monti, che è governo tecnocratico per definizione. Ma in quanto governo di emergenza, e non come l’espressione di una prospettiva politica e culturale che veda cancellati i diversi punti di vista sul futuro del Paese; che dovranno essere riaffidati al giudizio dei cittadini ed al funzionamento della democrazia, e che dovranno necessariamente riprendere a misurarsi in termini di cultura politica.
La definitiva uscita del Paese dalla crisi, e la ripresa di uno sviluppo arrestatosi da troppo tempo richiedono anche rilevanti trasformazioni sociali, oltre che provvedimenti di natura economica e di finanza pubblica: le fasi di sviluppo civile e sociale si accompagnano sempre a quelle di sviluppo e trasformazione economica.
Questa è la ragione per la quale già da oggi si deve iniziare a guardare, senza assolutamente sminuirne il ruolo, oltre i limiti del governo di emergenza, ad una Nuova Repubblica. Che abbia per indirizzo primario il ripristino della pienezza democratica, la modernizzazione, l’apertura della nostra società: tutti fattori sinergici con la ripresa dello sviluppo civile, economico, sociale del Paese e con il suo risanamento finanziario.
E, non ultimo, la ripresa del nostro posto in Europa in termini di credibilità, dignità e decoro, dimenticati da anni, e tali da far valere le fondate argomentazioni che il nostro Paese ha il diritto di fare riguardo ad una costruzione europea troppo frenata dagli interessi nazionali, ad una BCE non indirizzata dalla politica, ed alle potenzialità ed ai lati positivi dell’Italia, anche sul piano economico-finanziario.
Occorre allora che, a partire dalle forze di centrosinistra, emerga un’assunzione di responsabilità di governo, fondata su una concezione della politica e su una concezione della società improntate all’idea di un Paese nuovo e ben diverso da quello che abbiamo dovuto osservare degradarsi in questi ultimi anni. E’ sul come concepire una Nuova Repubblica, e sull’impegno ad attuarla, che si dovrà andare a chiedere il consenso elettorale.
Un centrosinistra che aspiri a governare, fondando tale aspirazione su una vittoria elettorale non conseguita sul discredito di cui è circondata la destra, ma sulla propria capacità di proposta e sul saper convincere l’elettorato della propria capacità di interpretare in maniera efficace l’interesse generale del Paese, richiede come fatto naturale e necessario all’avvio di un nuovo ciclo che vi si affermi la presenza di un’area politica saldamente ancorata ai metodi, contenuti e comportamenti coerenti e rigorosi, tipici di un riformismo radicale di stampo laico, liberale, socialista, liberalsocialista.
Ed è condizione necessaria alla sua capacità di influire sui processi politici il fatto che quest’area consegua, anche dal punto di vista elettorale, la propria autonomia politica.
Sin dal suo avvio, a ridosso delle elezioni politiche del 2008, Alleanza Lib-Lab ha esplicitamente individuato questa strada come la propria, avendola considerata come condizione necessaria a far fronte alle arretratezze ed alle emergenze italiane, e che questa potesse avviarsi dall’avvicinamento, collaborazione,’alleanza ed aggregazione delle sin troppo disperse forze ed esperienze liberaldemocratiche, di democrazia laica, liberalsocialiste, dell’ambientalismo non ideologico, vedendo un primo e naturale interlocutore nel partito dei socialisti italiani: il PSI.
In termini di autonomia, rispetto ed apertura reciproci, come sinora è stato, ed in vista della comune possibilità di rappresentanza politica. Crediamo che i tempi per il pieno concretarsi di questo ragionamento comincino ad essere maturi.
Queste le ragioni della presenza di Alleanza Lib-Lab nel dibattito che si svolge all’interno ed attorno al PSI, e la ragione di un rapporto politico che, nella reciproca autonomia, si avvia a manifestarsi in termini operativi.
Una concezione della politica.
Dopo gli anni del berlusconismo, l’introdurre un modo nuovo, aperto, partecipato, contendibile, di concepire e vivere una politica fondata sulla capacità di assumersi responsabilità, è la premessa di ogni possibile trasformazione del Paese. E’ un compito che spetta direttamente ed in primo luogo alle forze politiche, che sono chiamate a praticarlo non per via di affermazioni di principio, ma come prassi operativa verificabile ad iniziare dalla propria vita interna.
La politica come formazione di classe dirigente.
Dopo quasi venti anni di populismo demagogico e di comodo, che ha ampiamente contaminato anche le forze di opposizione, questa è la prima delle discontinuità oggi indispensabili: la politica deve saper formare una classe dirigente attorno alla capacità di esprimere e governare indirizzi dichiarati, sui quali si può ottenere il consenso o il dissenso, ma riguardo ai quali non possono esser fatte concessioni alla demagogia o all’opportunismo. Va proposto agli italiani, con onestà e lealtà, un patto che indichi la propria visione del Paese, un programma e, insieme alle prospettive, anche le difficoltà e gli inevitabili sacrifici ed il modo di fronteggiare le prime e di ripartire i secondi.
La democrazia liberale non ammette la degenerazione tecnocratica e quella populista.
Occorre aver chiaro come nella società postindustriale, gli effettivi rischi per la democrazia non arrivano da coloro che la avversano apertamente, ma da coloro che la svuotano indirizzandosi all’esercizio tecnocratico del potere o, per contro, alla gestione populista del consenso. Quale che sia la gravità della crisi economica e sociale del Paese, e quali che siano le difficoltà per risolverla, non vi sarà alcuna soluzione ove si limiti la pienezza dell’esercizio della democrazia, indirizzandosi alle scorciatoie tecnocratiche o al pantano populista.
Occorre ripristinare, nelle Istituzioni e nella vita politica, i principii basilari ed i presupposti di una piena democrazia liberale: centralità del Parlamento; separazione e bilanciamento dei poteri; rappresentatività politica e territoriale delle Assemblee Elettive; autonomia dei corpi intermedi rispetto al potere statuale; partiti politici aperti, partecipati, e soggetti a regole interne di stampo democratico; piena libertà e pluralismo nell’informazione; certezza ed apertura del diritto all’elettorato passivo; laicità e non-ingerenza dello Stato e della legge nella sfera delle scelte culturali, religiose, di stile di vita dei cittadini.
I partiti politici come premessa della democrazia.
Non può sussistere democrazia rappresentativa senza la presenza ed il funzionamento di partiti politici che siano tali (cioè “partes” politiche costituite dalla libera associazione di individui razionali attorno a idee, programmi, concezioni culturali, economiche, sociali, piuttosto che dall’aggregazione di fedeli osannanti un capo o succubi di un apparato), e caratterizzati dalla partecipazione dal basso e da procedure interne di carattere democratico. Il funzionamento della democrazia inizia a monte delle Istituzioni Statuali, e non potrà effettivamente avviarsi fin quando i principii e la prassi della democrazia non avranno ottenuto piena cittadinanza nel modo di configurarsi delle forme-partito e nella vita interna dei partiti politici. Nel momento in cui ogni democrazia moderna assegna ai partiti significative funzioni aventi rilevanza istituzionale, iI modo col quale un importante partito politico si struttura, assume le proprie decisioni, forma i propri quadri, propone candidati a ricoprire incarichi pubblici, riguarda tutto il sistema democratico.
Il costo della democrazia.
La democrazia ha un costo, ampiamente ripagato dal servizio che essa rende, e che è ben inferiore ai costi, anche economici, della non-democrazia e dei suoi fallimenti. Non si deve equivocare tra il costo di funzionamento di una democrazia ed i costi della sua degenerazione. Di conseguenza:
• Siamo per l’abrogazione delle provincie, ripartendone le funzioni tra Regioni e Comuni, per l’introduzione effettiva delle Città Metropolitane e per l’accorpare in forma consortile molte delle competenze oggi divise tra Comuni minori.
• Siamo per l’adeguare le indennità delle cariche elettive a tutti i livelli a criteri uniformi su tutto il territorio nazionale, commisurati alle effettive funzioni, non superiori alle medie europee, e per praticare un trattamento fiscale e previdenziale dei relativi redditi identico a quello riservato ai comuni cittadini.
• Non siamo favorevoli alla riduzione del numero dei componenti delle assemblee elettive, che avrebbe l’unico risultato di indebolire la rappresentanza politica dei cittadini.
• Siamo favorevoli ad un finanziamento pubblico dei partiti, ridotto rispetto ai livelli attuali ed esattamente proporzionale ai voti effettivamente raccolti, a condizione che gli statuti e la vita interna dei partiti siano improntati a criteri di democrazia e trasparenza.
• E’ necessario rendere l’accesso all’elettorato passivo aperto e meno discrezionalmente farraginoso.
• Si deve far pulizia della pletora di incarichi, consulenze, esperti, consiglieri, che ruota attorno a Ministri, Ministeri e Regioni, e si deve ridurre il numero delle Società pubbliche di diritto privato e dei loro amministratori, nonchè l’entità dei relativi emolumenti.
Una concezione della società.
Nessuna trasformazione civile, sociale ed economica può essere realizzata senza improntare le scelte politiche ad una visione della società che non sia neutralmente passiva rispetto ai fenomeni di trasformazione e di crisi che hanno improntato le maggiori società ed economie dell’Occidente negli ultimi decenni. Una visione non statica dei fenomeni sociali, che tenda ad estendere le libertà e le eguaglianze è la premessa del progresso e del sostenersi a vicenda dell’evoluzione civile, sociale, ed economica.
Una società aperta e dinamica.
Non può parlarsi di “società aperta” ove venga meno la pienezza, l’effettività, e l’eguaglianza, per tutti, delle opportunità, dei diritti, dei doveri; nella sfera individuale, civile, e sociale. E non può parlarsi di “società aperta” ove l’inevitabile creazione di èlites degeneri nella creazione di caste di ruolo o di censo, e si venga a ledere il principio della parità delle opportunità. La dinamica della società postindustriale si caratterizza per conflitti che traversano il capitale ed il lavoro, manifestando nuove articolazioni e conflittualità: produzione e finanza, giovani e anziani, occupati, disoccupati e precari, lavoro autonomo e lavoro dipendente, consumatori e produttori, piccola impresa e grande impresa, capitale, lavoro e conoscenza.
L’apertura ed il dinamismo della società e dell’economia richiedono che una politica attenta ai bisogni intervenga a dare rappresentanza e tutela, anche nelle nuove conflittualità, alle parti più deboli e meno (o affatto) rappresentate.
Il capitalismo globalizzato, Stato, libertà.
L’economia di mercato, ed i fenomeni culturali e sociali ad essa connessi, sono stati i motori dello sviluppo industriale ed economico degli ultimi tre secoli; ma i conflitti e gli squilibri che vi si determinano richiedono che la politica sappia determinare le regole e le condizioni positive per le quali questa non conduca al privilegio, al monopolio, alla trasformazione delle élites in caste, all’autoritarismo tecnocratico.
I concetti di libertà e di eguaglianza sono interdipendenti, nei diritti e nelle chances e garanzie sociali. Non ha senso la discussione messianica sull’anticapitalismo; mentre ne ha molto di più quella sulla necessaria trasformazione di un capitalismo che negli ultimi decenni ha trasferito quote importanti di reddito dal lavoro e dalla produzione alla finanza ed all’intermediazione, creando le premesse della crisi di questi anni.
Oggi, le dimensioni nazionali non sono più adeguate alla comprensione dei fenomeni e, alla fiducia nella possibilità di uno sviluppo quantitativamente indefinito, fondato sull’impiego più che proporzionale di risorse limitate, deve sostituirsi la consapevolezza della necessità di uno sviluppo basato su presupposti qualitativi.
Ogni azione sociale tende a confliggere con la libertà individuale. Ma l’estensione dei diritti dalla sfera individuale a quella sociale, ed il rendere praticabili e praticate libertà ed equità non può avvenire solo attraverso l’autoregolazione del mercato e della società. Quindi, se da un lato lo Stato non può essere l’unico o il predominante attore economico e sociale, ed il gigantismo burocratismo non può esserne l’espressione, dall’altro lato lo Stato non può ridursi al concetto di “Stato minimo” tendenzialmente limitato al monopolio dell’uso della forza e del diritto, tipico del radicalismo liberista.
Lo Stato va inteso come mezzo e non come fine, ed il suo intervento deve allora estendersi sino a, e non oltre, un livello adeguato ad assicurare con criteri di efficienza e trasparenza e sotto il controllo di una democrazia partecipata e diffusa, quelle azioni, non soltanto normative, che sono necessarie a stabilire regole, controlli, indirizzi, interventi, necessari al mantenimento ed alla generalizzazione nella sfera economica e sociale dei criteri di libertà e di equità, dei diritti individuali, civili, sociali. E ad assicurare l’utilizzo dei beni pubblici, il governo dell’ambiente, l’uso del territorio, gli indirizzi economici generali, l’equità nel prelievo e nella redistribuzione di risorse e servizi, la coesione sociale.
Scuola e cultura.
Una scuola pubblica, che sin dai primi livelli, privilegiando la qualità, fornisca a tutti pari ed adeguati livelli di conoscenza e di cultura, e sia selettiva sull’unico parametro del merito, è strumento indispensabile allo sviluppo economico e culturale ed è al tempo stesso l’unico efficace ed equo motore di mobilità ed apertura sociale. Quindi:
• La spesa pubblica per l’istruzione deve essere destinata alla scuola pubblica.
• Occorre sostenere l’Università e la ricerca, con una didattica non fondata sul precario volontariato di giovani ricercatori.
• Occorre che il principio del diritto allo studio trovi adeguata concretezza per chi meriti: in un’Università che il degrado economico di fasce sempre più larghe della società rende più selettiva sulla base del censo e non del merito si impongono adeguate politiche di assistenza allo studio.
Lavoro e welfare.
Il lavoro, autonomo o dipendente, intellettuale, artistico, o manuale che sia, è la prima fonte della dignità individuale, ed è lo strumento che, in una società aperta, oltre che assicurare il soddisfacimento dei bisogni primari, apre la legittima possibilità di dar seguito alle proprie aspettative di vita ed al proprio miglioramento sociale ed economico: non è una merce monetizzabile. Ma, per assicurarne il fine e la funzione sociale, è necessario che ne siano promossi e salvaguardati i contenuti ed i fini produttivi, in termini di beni, servizi, conoscenze, cultura.
Se una società ed un’economia non saranno mai effettivamente aperte e dinamiche in presenza di forti tassi di disoccupazione e di inoccupazione, lo stesso vale anche in presenza di bassa produttività del sistema: i primi e la seconda, oltre che le condizioni di vita, deprimono ed ostacolano aspettative e chances di mobilità sociale. Il raggiungimento della massima occupazione e di una adeguata produttività d’insieme deve allora essere al centro degli obbiettivi da perseguire in una società ed un’economia aperte.
Lo svilimento economico e morale del fattore lavoro è stato una delle cause che hanno concorso a trasformare, aggravandola, la crisi finanziaria ed economica degli ultimi anni da congiunturale a sistemica e culturale.
In Italia, le non-politiche seguite in questi anni hanno aggravato questo fenomeno, i cui effetti possono esser riassunti nel fatto che abbiamo assistito, pur in presenza di livelli di costo del lavoro confrontabili con quelli di altre economie, ad una gravissima riduzione del reddito reale delle famiglie a basso ed ora anche a medio reddito, ad una bassissima mobilità sociale, ed all’aprirsi della forbice della ricchezza in termini senza pari nel mondo industriale.
A ciò si aggiunge il fatto che il welfare italiano, oltre che poco efficiente e parametrato ad una realtà datata, è squilibrato sul piano territoriale e, proporzionalmente, protegge poco chi ne avrebbe più bisogno, e che il sistema degli ammortizzatori sociali è iniquo nel tutelare più il lavoro a tempo indeterminato che (quasi nulla) i contratti atipici e chi, ai margini del mondo del lavoro, vede minori prospettive e minore protezione sociale accumularsi al minor reddito. Infine, gli oneri sociali risultano poco efficienti nel rimuovere le cause che li hanno attivati.
• Per estendere i connotati quantitativi e qualitativi del lavoro, servono politiche economiche ed industriali tali da sostenere la domanda di lavoro e di crearne di nuovo, politiche fiscali meno inique, politiche di tutela dal peso di settori operanti in regime monopolistico o quasi.
• Occorre che si razionalizzi un welfare inteso in termini sistemici, nei quali si affianchino senza inutili sovrapposizioni i compiti dello Stato, delle Regioni, dei Comuni, e del volontariato.
• Politiche di “flexsecurity”, da molti viste come rivolte unicamente ad indebolire le garanzie esistenti per il lavoro a tempo indeterminato, ci paiono invece risposte necessarie ad agevolare la creazione di nuovo lavoro e ad allargare l’area delle tutele sociali a chi oggi ne è del tutto o quasi privo.
• Ove si voglia mantenere in equilibrio, e solvibile, il sistema pensionistico, non deve suscitare scandalo un innalzamento dell’età media della pensione reso obbligato dal mutamento demografico, dalla maggiore aspettativa di vita, dall’innalzarsi dell’età media di ingresso nel mondo del lavoro.
I paria: giovani, donne, lavoro precario, microimpresa.
La disoccupazione, inoccupazione, e sottoccupazione giovanile e femminile sono un freno allo sviluppo, alla modernizzazione, alla mobilità sociale: costituiscono uno spreco di capacità e risorse, e contribuiscono alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.
L’estendersi del fenomeno del precariato crea condizioni che, privando di prospettive milioni di giovani e donne (ed ormai anche non più giovani), intaccano alla radice la coesione sociale e generazionale, e tendono a sottrarre un’intera generazione alla normalità di vita. Il precariato (che non è solo quello del lavoro a tempo determinato o dei call-center), ma è anche quello di micro-partite IVA che celano rapporti di lavoro subordinato, non può esser combattuto in via declamatoria. Quindi:
• Occorrono politiche atte a favorire l’accesso dei giovani al lavoro stabile, sotto forma di sgravii contributivi e fiscali, e politiche dirette ad incrementare l’occupazione femminile, che necessita del sostegno di adeguati servizi alla famiglia.
• Occorre che l’impresa non associ al vantaggio della flessibilità del lavoro precario anche il vantaggio del minor costo retributivo e contributivo: altrimenti si cade nel precariato a tempo indeterminato.
• Occorrono forme di tutela giuridica, non solo limitate a stabilire accettabili termini di pagamento, per le micro e piccole imprese nei confronti delle imprese maggiori e delle pubbliche amministrazioni per cui esse operano: uno “Statuto della piccola impresa” appare fattore di giustizia e di sviluppo.
Una concezione unitaria dello Stato.
A 150 anni dall’avvio dello Stato unitario, frutto di una classe dirigente di ampie vedute, un partito che sino a ieri ha governato, ha lavorato e lavora apertamente per la rottura dell’unità nazionale.
In un momento nel quale si lamenta la debolezza politica di una costruzione europea che ha incontrato limiti precisi nella conduzione finanziaria e nella definizione di un ruolo dell’Europa sulla scena internazionale a causa del prevalere degli interessi dei singoli Stati, in Italia si è cercato di seguire la strada del localismo: nei confronti dell’Europa, ed al nostro interno.
Sono così stati travisati i principii federalisti nati come strumenti per unire, e sviliti in strumenti per dividere e per dar sfogo ad un localismo tribale e centrato sull’egoismo degli interessi.
Nord e Sud non possono permettersi l’incertezza dei costi e degli effetti di un federalismo fiscale che non ha nulla di federale, ma voluto come strumento per allargare già troppo forti distanze.
E non possono permettersi il perdurare del sottosviluppo e del ristagno dell’economia e della società meridionali. Occorre esser chiari: troppe concessioni, anche da parte del centrosinistra, sono state fatte al localismo disgregatore della Lega, ed occorre porvi termine.
Il Paese non riuscirà ad uscire dalle proprie crisi senza una visione unitaria dello Stato e della società.
• Deve esser chiaro che la valorizzazione delle potenzialità e delle specificità delle diverse aree può aversi solo nel quadro di una politica nazionale comune, che usi in modo appropriato le autonomie già esistenti, non poche e non piccole, e che imponga, ovunque, il rispetto di comuni regole di corretta amministrazione, di comuni standards di livelli infrastrutturali, di servizi, di prestazioni.
• Deve aver termine l’abbandono del Mezzogiorno che ha caratterizzato l’ultimo decennio, e che l’ultimo governo ha ulteriormente aggravato.
• Occorre mettere da parte il confuso progetto di federalismo fiscale voluto dalla Lega, per introdurre elementi federali inseriti in una riforma complessiva del sistema fiscale.
L’Italia e la crisi finanziaria.
Uscire dalla crisi finanziaria ed economica del nostro Paese non è questione che possa essere affrontata unicamente in termini di ingegneria fiscale e della spesa; perché il risanamento possa essere duraturo e tradursi in sviluppo sociale ed economico, occorre rimuovere le ragioni della paralisi del sistema-Italia: occorre cioè trasformare profondamente il Paese, modernizzandolo e mettendone in luce le non modeste risorse e le capacità. Ma è vero anche il ragionamento opposto: senza il risanamento dei nostri conti, senza un sistema fiscale più equo, meglio distribuito, e meno aperto ad evasione ed elusione, senza una spesa pubblica più selettiva e qualificata, che non sia fonte di sprechi e di privilegi, senza adeguate politiche industriali, non è possibile rimettere in movimento le energie del Paese. In altre parole, il riordino dei nostri conti, la modernizzazione della nostra società, e la ripresa dello sviluppo civile, economico, e sociale, sono al tempo stesso cause ed effetti interdipendenti di uno stesso processo.
Un nuovo ciclo.
L’attuale condizione italiana, pur in presenza di un solido sistema produttivo, è resa grave da tre fattori concomitanti: 1)- l’enorme dimensione in valore assoluto e relativo del nostro debito pubblico e del suo costo; 2)- il fatto che il Paese, da molti anni, è fermo e non cresce, e che nulla è stato fatto per uscire da questa situazione; 3)- la scarsa capacità di incidere, e quindi la bassa credibilità della politica italiana che, per un Paese che si regge sul credito che gli investitori esteri concedono, è cosa ancor più grave.
Occorre che si chiuda definitivamente l’età del populismo, affrontando i tre fattori negativi sopraindicati, il terzo dei quali è direttamente connesso alla capacità di metter mano ai primi due. Nessuna forza politica può oggi credibilmente candidarsi alla guida del Paese senza indicare una via per affrontarli.
Il rientro del debito pubblico è questione di interesse generale del Paese. Non si può indulgere su soluzioni rinviate a data da destinarsi; o, ancor peggio, vagheggiare soluzioni di tipo argentino. Ed al tempo stesso, è indispensabile porre in atto politiche di sviluppo, che mal si conciliano con riduzione della spesa ed aumento del prelievo. Ciò richiede di operare allo stesso tempo su più fronti: quello della mobilitazione delle risorse, capacità, e potenzialità del Paese; quello del rigore e della riqualificazione della spesa; quello di un prelievo fiscale che risponda ai due criteri dell’equità e dell’essere il meno deflattivo possibile. Sulle modalità di intervento su questi diversi fronti, sul modo di combinarli, sul modo di ripartirne i pesi, di allocarne gli effetti, si misura la qualità di una politica innovatrice ed alternativa ai guasti prodotti dalla destra di casa nostra.
Mettere in luce le potenzialità del Paese.
Le capacità, le potenzialità, le condizioni di vita del Paese sono depresse da una selva di rigidità, corporativismi, indebiti privilegi, la cui rimozione è indispensabile allo sviluppo ed al miglioramento della vita civile e sociale. Monopoli ed oligopoli nati in gran parte da privatizzazioni senza liberalizzazioni, pesano sull’economia nazionale, sui costi delle imprese, sulla spesa delle famiglie, in termini di maggiori costi e di scarsa qualità dei servizi o dei beni resi. Autostrade, energia elettrica, gas, carburanti, banche, assicurazioni, trasporti, telecomunicazioni, sono settori-chiave per l’economia di un Paese industriale, in Italia ampiamente sottratti alla concorrenza. Gli effetti sono immediati ed evidenti, sotto la forma di un immenso balzello che pesa sulle famiglie e su quella parte di imprese che compete per vivere: basti confrontare i costi medi ed i livelli di prestazione italiani con quelli medi europei.
• Ove non sia possibile un regime di concorrenza, sono necessari interventi normativi e di controllo tali da allineare prezzi e prestazioni ai livelli europei in settori-chiave quali trasporti, energia, servizi bancari ed assicurativi, telecomunicazioni.
• Vanno eliminate, aprendole ai giovani ed al mercato aree di privilegio corporativo che vanno dalle professioni ad alcuni settori della distribuzione e dei servizi.
• Va ridotto allo stretto essenziale il peso improprio che la burocrazia, con l’aiuto di norme ermetiche ed utili più alla propria sopravvivenza che all’interesse comune, impone in costi e tempi ad imprese e famiglie.
• Occorre procedere a dismissioni del patrimonio pubblico che non riguardino beni rappresentanti la storia culturale e civile del Paese o porzioni insostituibili di territorio, sotto il controllo tecnico di autorità indipendenti, e politico del Parlamento, nella massima pubblicità, apertura e concorrenza. Ed il loro ricavato deve essere espressamente finalizzato alla riduzione del debito pubblico.
• Occorre mobilitare il risparmio privato e gli investimenti esteri, rendendo appetibile l’investire in Italia con politiche fiscali di promozione del lavoro e della produzione, nonché con una giustizia civile moderna.
• Occorrono tempi e costi paragonabili a quelli europei nella realizzazione delle opere pubbliche.
Una politica fiscale.
E’ necessaria una nuova politica fiscale; non si può continuare a prelevare dove ciò sia facile ed automatico invece che giusto e necessario. Ed occorre spostare il prelievo ove l’effetto deflattivo sia il minore: l’aver aumentato l’IVA, e rinunziato al contributo di solidarietà sui redditi più elevati e’ risultato iniquo, oltre che controproducente. Occorre ridurre il carico sui consumi, sulle diverse forme di lavoro, sulla produzione, per spostarlo sulla rendita, sulla finanza, e sui grandi patrimoni immobiliari e mobiliari.
• E’ necessaria un’imposizione patrimoniale che sostituisca una parte dell’imposizione diretta e di quella sugli utili delle imprese: gravando sull’accumulazione di redditi pregressi e non sulla formazione di nuovi redditi, una ponderata imposizione patrimoniale unirebbe all’obbiettivo della minor deflattività possibile quello dell’equità.
• Va cancellata ogni forma di favore ed esenzione fiscale alla chiesa cattolica ed ai soggetti ad essa riconducibili.
• Va chiarito che la prassi dei condoni è definitivamente cessata, e che i proventi della lotta all’evasione ed all’elusione devono esser destinati a ridurre il peso su chi già paga troppo.
Una politica della spesa.
Il rigore di bilancio non è “di destra”. Anche sul fronte della spesa, il governo Berlusconi ha cercato di contenere il deficit di bilancio non tagliando dove fosse utile, necessario, e doveroso, ma dove ciò risultava automatico e facile: tagli “lineari”, trasferimenti agli Enti Locali lasciando loro l’onere di fare le scelte, crollo degli investimenti pubblici, tagli alla scuola, alla cultura, alla ricerca ed università, alla spesa sociale, senza che in queste misure vi fosse un carattere di scelta e di indirizzo. Questo non è stato rigore di bilancio, ma semplice peggioramento della qualità della spesa, nel venir meno della capacità di selezionare tra la spesa improduttiva, quella relativa alle funzioni primarie dello Stato, quella capace di produrre sviluppo o miglioramento delle dotazioni essenziali allo sviluppo, e quella destinata al welfare.
Una nuova fase politica non può chiedere sacrifici agli italiani prescindendo da una seria, credibile e selettiva politica di rigore di bilancio. L’esigere dalle pubbliche amministrazioni produttività, efficienza, trasparenza, dimensioni adeguate al servizio reso è dovere primario di chiunque amministri denaro pubblico.
• Occorre ridurre la spesa militare, non diminuita in questi anni, e non per il solo effetto delle missioni all’estero; vanno ridotti e differiti i programmi per nuovi armamenti aerei, navali e terrestri.
• Vanno totalmente cancellati i contributi ed i privilegi alla chiesa cattolica. Vanno rivisti i criteri di attribuzione dell’’8 per mille, e soppressi i contributi alla scuola privata.
• Le consulenze ed i compensi per i cosiddetti esperti dei diversi ministeri ed enti pubblici ad ogni livello vanno ridotte allo stretto indispensabile (che è molto meno di quanto non vi sia oggi).
• Non ha senso il tenere in piedi le Provincie, il mantenere 6 corpi deputati alle funzioni di polizia e sicurezza (oltre alla Polizia Locale), il tenere in piedi tribunali marginali, il tutto con i relativi costi generali, di burocrazia interna e, molto spesso, anche di rappresentanza.
• Non ha senso l’aver sostituito ai famigerati Enti Inutili (ancora non tutti morti), altrettanto inutili società di diritto privato, spesso destinate solo a svolgere servizi per Pubbliche Amministrazione già pletoriche..
• Dimensioni relative e costi della Pubblica Amministrazione vanno rivisti su criteri di efficienza paragonabili a quelli delle grandi aziende private.
• Ed al tempo stesso, occorre metter mano alle infrastrutture, di cui il Paese è carente, che non stanno solo in “grandi opere”, ma anche nell’oculata individuazione di punti di criticità; e deve esser perseguita la celerità delle realizzazioni: meglio avviarne 10, completandole, che il doppio senza completarle.
Una politica industriale.
Negli ultimi anni, è risultato evidente il disinteresse del governo a metter mano ad una seria politica industriale, premessa di ogni politica per il lavoro. Si sono seguite scelte episodiche e legate al localismo o alle occasioni di business di qualcuno, o ancora dettate da criteri di pura immagine; altrimenti, si è seguita la via del disinteresse.
Ne è stato esempio la vicenda di Alitalia, il tentato varo di un programma nucleare in assenza di un Piano Energetico, la latitanza sulla questione dell’industria automobilistica, una politica delle infrastrutture incentrata su grandi opere dall’evidente carattere di immagine, l’aver depresso la ricerca scientifica e tecnologica, l’aver abbandonato al loro destino il Sud e settori importanti come il turismo e l’agricoltura. Nei fatti, si è scelta la strada di un “enrichissez-vous” non orientato, e spesso operato a danno dei più deboli e delle stesse regole di mercato; il che neanche alla lontana può esser considerato un indirizzo liberale. Anche in questo, occorre invertire la rotta.
Un Governo efficace si qualifica per l’attenzione e la promozione delle potenzialità dell’impresa e del lavoro italiani: vanno promossi settori dotati di potenzialità di crescita, come quelli connessi a nuove tecnologie ed all’ambiente; sfruttate le potenzialità logistiche che il nostro Paese offre come porta dell’Europa sul Mediterraneo; sviluppato un turismo ed un’agricoltura alimentati dai caratteri fisici e culturali del territorio; sviluppate le capacità della ricerca scientifica e tecnologica; aiutate le imprese, in particolar modo piccole e medie, mettendo a disposizione servizi ed incentivi alla loro capacità di innovazione; ripresa la logica dei distretti industriali; fornite infrastrutture adeguate.
L’insieme di queste considerazioni mostra necessità ed utilità di un’impostazione modernizzatrice e riformatrice.
Dobbiamo riappropriarci dei termini “modernità” e “riformismo”, troppo spesso lasciati in mano a concezioni tecnocratiche, organicistiche, e sostanzialmente conservatrici, divenendo nei fatti sinonimi di acquiescenza alle tendenze in atto e di rinunzia alla volontà o alla capacità di influirvi.
Liberalismo e socialismo sono stati gli interpreti di trasformazioni che, nonostante limiti ed ingiustizie, hanno portato a condizioni di benessere, democrazia, apertura, mai realizzate in precedenza nella storia dell’umanità; ed il concetto di modernità è loro connaturato, nel senso di capacità di riferirsi criticamente alla trasformazione: oggi, ragionamenti che si fondino su premesse liberali e socialiste non possono che svilupparsi in rapporto ad una società in profonda trasformazione culturale, tecnologica, economica, sociale.
Non per subirla, ma per affermarvi le proprie istanze di libertà e di giustizia attraverso un sistema di pensiero e metodi di operare aperti, non deterministici, critici e soggetti alla verifica di un empirismo razionale.
In un Paese che spicca rispetto agli altri Paesi industriali per estese e radicate aree di corporativismo e privilegio, per la scarsa mobilità sociale, per i livelli di ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza, per le carenze della Pubblica Amministrazione, una politica fatta di radicali e profonde riforme è condizione necessaria a risanare il Paese; e l’iniziare a spalare le macerie lasciate dal quasi-ventennio berlusconiano può essere occasione storica per la costruzione di un Paese migliore di quello attuale.
Tra le molte battaglie da intraprendere, ne individuiamo tre prioritarie, in quanto dotate di un importante significato concettuale e simbolico, e tali da determinare rilevanti trasformazioni sociali ed economiche:
1- Quella per una scuola pubblica di qualità.
2- Quella contro le rendite di monopoli ed oligopoli.
3- Quella per lo “Statuto della Piccola Impresa”.
Alleanza Lib-Lab, (liblab.laboratorio@tiscali.it), Novembre 2011

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