
Escamplero è una località alle pendici della cordigliera cantabrica in territorio asturiano.
Niente di eccezionale a parte il panorama che ti circonda e ti da la sensazione di essere immersi in un catino dal quale puoi affacciarti e goderti i Picos d’Europa che si arrampicano in alto sino a raggiungere i 2600 metri ed il resto della catena montuosa che per quattrocento ottanta chilometri segna il confine nord occidentale della Spagna.
Oltre che le Asturie, essa caratterizza la Cantabria, i Paesi Baschi, Castiglia & Leòn. Insomma non siamo di fronte alle Alpi od ai Pirenei e tuttavia la cordigliera ha un suo fascino innegabile oltre a vantare una nobiltà geologica di innegabile longevità. Le erosioni ne evidenziano la natura calcarea e ne testimoniano l’antichità. Inoltre essa ha segnato un naturale baluardo contro le invasioni. Su di essa si fermò l’avanzata dei mori e da qui partì la reconquista che avrebbe dato consistenza alla nazione spagnola unendo Regni e tenendo insieme popoli, lingue e culture diverse che nella lotta contro i Berberi e gli Arabi, divenuti nell’immaginario collettivo “i mori”, avevano trovato la giusta spinta e nella protezione di Santiago il fulcro aggregante.
Siamo giunti ad Escamplero che é da poco passato mezzogiorno e, sprofondato in una poltrona di vimini, osservo l’orizzonte ai margini del piazzale che circonda la costruzione che ci ospiterà per la notte. Albergo, ristorante, punto di ritrovo per viandanti, pellegrini e gente dei dintorni.
Da qui domani completeremo il percorso che ci condurrà a Grado da cui, il giorno successivo partiremo per attraversare la cordigliera per oltre trecento chilometri.
Il cielo è scuro e nuvole estese incombono sui monti fino a sfiorarli.
É una visione assai romantica, satura di attesa e non priva di pensieri inquietanti se non fossimo in settembre e sulla via di Santiago.
Mi viene in mente il pensiero dello Sturm und Drang tedesco e mi ritrovo ai margini della Montagna incantata di Thomas Mann ad ascoltare non visto i dialoghi tra il giovane Hans Castorp e il maturo Lodovico Settembrini, il primo alla scoperta del mondo che avanza e delle sue terribili verità, il secondo disincantato cantore di quelle verità negate proprio dal mondo che sembra pronto ad ingoiarli entrambi senza che essi possano opporre resistenza alcuna.
Il posto è assai suggestivo e aspetto che le montagne magari si illuminino di luce crepuscolare mentre mi ripropongo di farmi trovare in quella postazione a sera prima che tramonti il sole sperando nel miracolo della sua apparizione.
Un’intima inquietudine mi assale al pensiero che ci attendono molte ore vuote sino alla fine del giorno.
Esattamente la stessa inquietudine che si impadroniva dei protagonisti ospiti del sanatorio della Montagna incantata consapevoli, più o meni, della loro prigionia esistenziale.
Siamo partiti da Oviedo questa mattina alle otto.
A queste latitudini il sole sorge assai tardi.
Alle sette e mezza é ancora buio.
Complicato trovare locali aperti per fare colazione.
Ci avviamo verso la magnifica cattedrale dedicata a nostro Signore, il Salvatore. É un autentico magnete, cuore pulsante di questa città.
Lo troviamo infine il nostro locale, giuste le indicazioni di un passante gentile.
Siamo tutti carichi, ciascuno del proprio zaino, e attiriamo simpatia come tutti i viandanti e pellegrini che raggiungono Oviedo al solo scopo di puntare a Santiago. E mi dico che è un grave errore per quanti vi giungono e non si fermano.
Oviedo é bella.
Straordinariamente piena di fascino oltre che a misura d’uomo.
Duecentocinquantamila sono i suoi abitanti.
Il centro storico è ricco di monumenti e palazzi aristocratici giunti direttamente dal Medio Evo. Non vi è solo la splendida cattedrale che da sola vale un mondo ricco di testimonianze architettoniche, storiche artistiche e religiose.
Il palazzo dí città, la sede del governo asturiano, l’Università, le piazze e le vie, tutte contrassegnate da targhe eleganti in ghisa dorata, disegnano un reticolato di pregio assoluto in grado di incantarti.
Ovunque ti imbatti in sculture di artisti contemporanei che illustrano la città con statue di personaggi storici, protagonisti letterari, campioni sportivi, che la trasformano in un museo a cielo cielo aperto.
Gli spazi sono lindi ed accoglienti.
L’arredo urbano ti coccola dappertutto come il verde che esalta le vie e le piazze e nei parchi raggiunge una sorta di misurata apoteosi.
La gente appare consapevole del pregio della propria città. La sera ogni spazio é vissuto intensamente e la cucina è accattivante. Oviedo non conosce cesure tra centro e periferie.
Dopo aver fatto colazione l’abbiamo attraversata per intero per entrare nel cammino di Santiago.
Le periferie erano scandite da piazze leggiadre, giardini, vie e palazzi di grande armonia.
Non ho intravisto alcun casermone e tampoco caravanserragli e falansteri anonimi quanto frustranti.
La proposta artistica caratterizza per intero il tessuto urbano ed installazioni monumentali segnano addirittura le rotatorie ai margini della città. É ovunque evidente la presenza delle istituzioni pubbliche che assicurano servizi e cura del territorio addirittura meticolosi.
Ci siamo lascati alle spalle una città piena di vita e luminosa nonostante il tempo incerto e nuvoloso.
Una città che mi costringe al confronto con la realtà italiana che ne esce decisamente perdente su tutti i piani. Da quello istituzionale a quello dei servizi pubblici a quello artistico e culturale e non puoi fare a meno di chiederti cosa è successo all’Italia in questi ultimi trent’anni. Gli stessi che han visto la Spagna scalare i vertici del Continente e l’Italia precipitare in fondo ad esso. E mi viene in mente un dato, di recente pubblicato dall’Ocse sul numero dei laureati. In Spagna vi sono il 50% di laureati nella popolazione giovane contro appena il 30% dell’Italia. Si potrebbe dire che la differenza si concentra per intero in questi numeri.
Ci sarà una ragione alla base di una simile contrapposizione. E mi pare di intravederne più di qualcuna lungo il cammino che ci porta via da Oviedo per condurci in direzione di Santiago.
Intanto la cura del territorio evidenzia un senso di appartenenza che in Italia si va spegnendo irrimediabilmente.
La presenza di una agricoltura familiare assai diffusa e preziosa é altrettanto percepibile nella gestione delle campagne, nella frequenza di allevamenti spontanei e nella diffusa presenza di casolari, insediamenti contadini, villaggi. Esattamente l’opposto di quanto avviene in Italia dove spopolamento, desertificazione e abbandono delle terre di mezzo sembrano inarrestabili.
Il territorio intorno a noi è particolarmente accogliente.
Di tanto in tanto altri viandanti e pellegrini ci raggiungono. Sono ragazzi tedeschi, ragazze inglesi, spagnole, uomini e donne italiane che vanno nella nostra direzione.
Hanno tutti un’andatura sollecita.
Si fermano a scambiare delle battute con noi, poi riprendono.
La tappa è lunga: almeno trenta chilometri per raggiungere Grado.
Da qui si inizierà la traversata della cordigliera cantabrica con dislivelli non facili che raggiungeranno e supereranno anche i mille metri da qui a qualche giorno.
Noi procediamo con più tranquillità. La nostra tappa si concluderà anticipatamente a Escamplero a metà strada tra Oviedo e Grado. É una scelta dettata dalla volontà di assecondare un approccio più morbido alla fatica della cordigliera. Già oggi abbiamo avuto un assaggio. L’ultimo tratto che ci conduce a Escamplero è piuttosto faticoso. Nulla a che fare con gli strappi dei prossimi giorni e tuttavia mette a dura prova polpacci e quadricipiti oltre che i polmoni. Dobbiamo salire, negli ultimi due chilometri, dai cento cinquanta metri della valle che si stende oltre Oviedo ai trecento delle propaggini dei monti cantabrici su cui si trova Escamplero.
La salita é costante e priva di strappi e tuttavia si inerpica decisa con una pendenza stimabile in un buon 15%.
Diego e Claudio sono in evidente rallentamento. Lo sforzo richiede misura ed attenzione. Diego è un gigante di due metri, imponente, viso aperto da attore dramnatico e vocione profondo. Ha un ginocchio bionico con protesi d’avanguardia a restituire dinamismo alle sue articolazioni. Ma la fatica è evidente. Ha bisogno di tempo per carburare. Da qui la decisione di spezzare in due la prima tappa altrimenti troppo dura. Claudio non é da meno. Solo un po’ più pingue. Per il resto ansima allo stesso modo di Diego.
Salvatore rallenta e tara il suo passo di conseguenza.
Tommaso e Maurilio restano nel gruppo. Gaspare aumenta l’andatura mano a mano che la pendenza del terreno aumenta. Ha pur sempre la tempra del maratoneta. Io prendo a salire dietro di lui. Devo scrollarmi il passo di pianura in vista delle tappe di montagna. Per un mese mi sono allenato sui tratturi di casa, tratturi pianeggianti e senza l’ombra di una salita. Ho tuttavia nelle gambe una recente tre giorni sul monte Asprano nei pressi di Monte Cassino ed una sgambata sul Matese in Molise tra Macchiagodena e Sant’Elena Sannita ma non so se saranno sufficienti, pertanto attacco anch’io la salita di buona lena assecondando il passo di Gaspare.
Abbiamo costeggiato un torrente piuttosto gonfio.
La vegetazione era rigogliosa.
Boschi di eucaliptus e di querce coprivano i nostri passi. Anche qualche faggeta si mischiava ai boschi di querce, più in alto. La ricchezza di acqua, il clima fresco e piovoso conferiva uno smalto vivo e rigoglioso alla verzura degli alberi e della vegetazione. Il tratturo procedeva ripido e coperto di foglie ormai marce che aumentavano la difficoltà e bisognava stare attenti ad ogni passo.
Alle dodicu e trenta Gaspare era giunto in cima. Io dietro di lui.
Ci siamo fermati in attesa che l’intero gruppo si ricompattasse. “Peccato non aver trascorso la mattinata ad Oviedo” mi son detto pensando al vuoto di un intero meriggio e sera da trascorrere ad Escamplero.
Finalmente sono giunti i nostro compagni. Per primo Diego. Lucido in viso. Il sudore faceva brillare il suo volto mentre la pelle brillava come cosparsa di olio. Il respiro affannoso e la voce rotta si é finalmente accasciato sul piccolo spiazzo che aveva concluso la salita. Claudio era muto. Ansimava e taceva. Anche Tommaso appariva felice che fosse terminata quella prima fatica. Salvatore chiudeva il gruppo come una chioccia preoccupata di non perdere nessuno dei suoi pulcini. Con lui Maurilio sembrava volersi assicurare che tutto fosse andato bene.
…
E una volta giunti ad Escamplero mi sono ritrovato ad ammirare l’orizzonte ed evocare la Montagna incantata osservando la cordigliera cantabrica che ci circondava da ogni parte. L’ansia da vuoto era scomparsa e il fascino di quella visione mi appagava.
Nel piazzale che circondava la fabbrica accogliente giungevano viandanti e pellegrini a rifocillarsi e ripartire. Noi avevamo finito per oggi. Quindici chilometri dei trenta previsti, ma andava bene così. E assaporavo quella sosta e quella vista che mi era stata regalata e che avrei ignorato se non ci fossimo fermati.
A sera ci attendeva la cena, piacevole ed a sorpresa affidata alla fantasia di Rosa che ad Escamplero aveva dato vita a quella struttura accogliente. I suoi piatti erano intriganti, forse con troppa carne di maiale per me che sono vegetariano ma in compenso di grande gradimento per gli altri. Rossa esponeva più di qualche diploma che sancivano la sua fantasia e perizia in cucina.
Il sidro versato con una tecnica sopraffina per ossigenarlo ci teneva allegri. E la serata ha preso a scivolare piacevolmente sotto lo sguardo attento e compiaciuto di Rosa.
In tutto questo frattempo continuavo a domandarmi se Diego avrebbe superato gli esami della cordigliera.
L’assicurazione mi giunse dai suoi racconti relativi agli altri cammini già compiuti. Aveva fatto il cammino francese per Santiago ed aveva affrontato il Cebrero sui Pirenei…
Beh, mi tranquillizzai. Se Diego aveva fatto il Cebrero e Claudio, Tommaso e gli altri con lui, non vi erano dubbi che avrebbe attraversato anche la cordigliera prossima ventura.
In fondo l’unico a non aver fatto il Cebrero, lì, ero io…
Salvatore mi guardava compiaciuto. Gaspare se la rideva. Claudio si lasciava andare e Tommaso con Maurilio accennavo di si con la testa.
Io avevo smesso di evocare la Montagna Incantata. In fondo ci eravamo tutti dentro. E arrivò Rosa a sincerarsi che tutto andasse bene. Esattamente come il dottore della clinica sulla montagna incantata.
Antonio Corvino
(3-continua)

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