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Verità e manipolazione

di Valentino Baldacci | 28 Ottobre 2019

Un capitolo dell’ultimo libro di Paolo Mieli (Le verità nascoste. Trenta casi di manipolazione della storia, Rizzoli, Milano, 2019) è dedicato a un tema di cui si è già parlato in più occasioni su queste pagine, la condizione degli ebrei nel mondo islamico, e lo fa riferendosi al lavoro di Georges Bensoussan (Gli ebrei nel mondo arabo. L’argomento proibito, Giuntina, Firenze, 2018), anch’esso ben noto ai nostri lettori. Tuttavia appare utile riproporlo proprio perché le considerazioni di Mieli sono inserite in un quadro più generale dedicato a come la storia possa essere manipolata e come verità che dovrebbero essere evidenti vengano invece nascoste.
La verità nascosta di cui parla Mieli sulla base della lettura di Bensoussan è l’esistenza dell’antisemitismo nel mondo islamico, un antisemitismo profondo e radicato, non riferibile a eventi recenti come la nascita dello Stato d’Israele o la guerra dei Sei giorni, riconducibile piuttosto a una lettura teologica del Corano e a scelte di natura sociale e politica, ma che, comunque, costituisce un aspetto permanente delle società islamiche. Viene così rovesciato il paradigma – che è poi un luogo comune – che vuole che l’antisemitismo sia un prodotto esclusivamente europeo, frutto di pregiudizi prima religiosi, poi scientisti, infine decisamente politici, ma comunque interni alle dinamiche delle società europee.
Bene ha fatto Mieli a riportare citazioni testuali di Bensoussan a proposito delle cause che hanno determinato l’esodo pressoché totale delle comunità ebraiche dai Paesi arabi dove avevano vissuto per secoli: “Più del sionismo e della nascita dello Stato d’Israele sono stati l’emancipazione degli ebrei attraverso l’istruzione scolastica e l’incontro con l’Occidente dei Lumi a provocarne la scomparsa in quei Paesi, quindi il loro riscatto, un evento inconcepibile per l’immaginario di un mondo in cui la sottomissione dell’ebreo aveva finito per costituire una pietra angolare”. E ancora: “Questa tesi (quella della nascita dello Stato d’Israele come causa dell’esodo degli ebrei dai Paesi arabi) è smentita da moltissimi testimoni occidentali riguardo agli anni 1890-1940, siano essi amministratori coloniali, militari, medici, giornalisti o viaggiatori”. Tutti raccontano della “virulenza di un sentimento antiebraico, ad ogni evidenza variabile a seconda delle regioni e dei periodi, senza connessione alcuna con la questione palestinese”. Ma le testimonianze risalgono ben lontano nel tempo, come quella, compiaciuta e partecipe, del francescano Francesco Suriano, degli inizi del XVI secolo: “Questi cani, gli ebrei, sono calpestati, picchiati e tormentati come meritano. Vivono in questo Paese (la Palestina ottomana) in una condizione di sottomissione che le parole non possono descrivere. È una cosa istruttiva vedere che a Gerusalemme Dio li punisce più che in ogni altra parte del mondo”. Con un salto di qualche secolo, la testimonianza dell’abate francese Léon Godard, del 1857, conferma quanto riportato da Suriano: “Gli ebrei in Marocco sono considerati tra gli animali immondi… La tolleranza dei principi musulmani consiste nel lasciare vivere gli ebrei come si lascia vivere un gregge di animali utili… Se un musulmano li colpisce, agli ebrei è proibito, pena la morte, difendersi eccetto che con la fuga o con la destrezza”.
Mieli conclude la sua nota parlando dei pogrom che si verificarono nel mondo arabo, dopo la guerra dei Sei giorni, nei confronti delle residue comunità ebraiche che ancora erano in vita, non senza aver riportato quanto scritto nel 1950 da Sayyd Qutb, successore di Hassan el-Banna a capo dei Fratelli musulmani, l’organizzazione da cui sono derivate le posizioni più radicali presenti nel mondo arabo: ”Gli ebrei hanno ricominciato a far male… Allah inviò loro Hitler per dominarli; poi la nascita di Israele ha fatto provare agli arabi, i proprietari della terra, il sapore della tristezza e della sofferenza”.

Il riferimento a Hitler permette di accennare ad un altro libro da poco tradotto in italiano, di Matthias Küntzel, Il Jihad e l’odio contro gli ebrei. L’islamismo, il nazismo e le radici dell’11 settembre, Belforte, Livorno, 2019. Si tratta di un libro uscito in tedesco nel 2002 e tradotto in inglese nel 2007 e in effetti è dall’edizione britannica che è tratta la traduzione italiana. Sottolineo queste date per rilevare che la bibliografia è composta esclusivamente di opere in tedesco e in inglese ed è aggiornata, appunto, al 2007; ma anche perché è un lavoro che risente fortemente, e non solo nel titolo, dell’emozione creata dall’attacco alle Torri gemelle di New York.
Pur essendo opera di un accademico, si tratta di un lavoro che ha un preciso indirizzo politico, quello della destra radicale, e si basa sull’idea che l’ispirazione dell’Islam politico si trova nel nazismo. Il lavoro è ricco di documentazione storica a sostegno di questa tesi, ma è proprio questo radicalismo che lascia insoddisfatti: se infatti tutto l’Islam del nostro tempo è riconducibile senza sfumature al nazismo, e quindi non può che essere respinto e combattuto in blocco, allora non si spiegano fenomeni come quello del popolo curdo, che, pur essendo di religione islamica, oggi è universalmente esaltato come difensore della causa della libertà e presenta aspetti come quello del ruolo delle donne che mal si conciliano con una certa immagine tutta in bianco e nero dell’Islam. Né si spiega – su un altro piano – il rapporto che lo Stato d’Israele ha con una serie di Paesi arabo-islamici, a partire dall’Egitto e la Giordania, con i quali è stato a suo tempo concluso un trattato di pace, e in particolare, oggi, con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman, ma anche il Marocco e, al di là dell’esito delle recenti elezioni, la Tunisia.
Voler ignorare l’antisemitismo diffuso nei Paesi islamici è certamente un errore; ma anche disegnare un quadro riduzionistico nel quale l’Islam del nostro tempo viene ricondotto senza sfumature all’ispirazione nazista può costituire una tesi suggestiva e che può anche attirare consensi, ma che non aiuta a comprendere una realtà ben altrimenti complessa.

Valentino Baldacci   (Pagine ebraiche-Moked)

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, bianco e nero, considerazioni, elezioni, firenze, lavoro, livorno, medici, milano, mondo, natura, radicali, religione, riscatto, sostegno

Info Valentino Baldacci

Valentino Baldacci ha insegnato nella Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. È autore di numerose pubblicazioni, fra le quali: Liberalismo e liberismo, liberalismo e borghesia nel pensiero di Piero Gobetti (1963); Estremismo e catastrofismo in Franco Rodano (1964); Il calcio come ideologia (1970, con Gerhard Vinnai); Pinocchio e la sua immagine (1981, con Andrea Rauch); L’”Encyclopédie” nella Toscana del ‘700: successi e fallimenti di progetti editoriali (1985); II 18 aprile 1948: la campagna di Toscana (1988); Filippo Stecchi. Un editore fiorentino del Settecento fra riformismo e rivoluzione (1989); II lampione e la lanterna: una chiacchiera sulla satira politica nella Toscana del Risorgimento (1993); La satira politica nella Toscana del Risorgimento – Periodici 1848/1860 (1993); Pietro Leopoldo, un grande riformatore (2000); Il sistema dei beni culturali in Italia – Valorizzazione, progettazione e comunicazione culturale (2004); Gli itinerari culturali – Progettazione e comunicazione (2006); Guadagnarsi il pane. Luoghi e tempi del lavoro in Toscana tra ‘800 e ‘900 (2008, con Zeffiro Ciuffoletti); La Toscana nell’età del Risorgimento (2010 – con Cosimo Ceccuti); Ernesto Nathan, Paolo Orano e l’antisemitismo in Italia (2012); Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza (2013); Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (2014).

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