
Vent’anni di prezzi pazzi. Soprattutto alle tavole di pizzerie e ristoranti. Non solo per le comprensibili portate d’eccellenza come ostriche e crudità che ormai vanno a 45 euro a porzione, ovvero 85 mila delle vecchie lire, ma anche per la nostrana pizza Margherita. Quella volta in cui, anzi quelle volte nelle quali giovani cronisti di turno di notte s’andava al ristorante e mangiavi in centro a Mantova con nove mila lire, 9 mila lire. Anni Ottanta, primi e metà. Va bene il cuoco era un amico con ristorante di grido alle Pescherie, ma anche agli altri dava da mangiare pranzo cena completi con venti mila lire. Adesso con 10 euro non ti siedi nemmeno al tavolo, o quasi. In certi locali cosiddetti da gourmet, e nel gourmet c’è il leprotto, si vedono listini con pizze a 15 euro, quasi trenta mila lire. Vent’anni di prezzi pazzi, ovviamente resi ancora più pazzi dal passaggio poco controllato e poco mitigato dalla Lira Italiana all’Euro Europeo. Anche città d’arte e turismo come Firenze e Mantova non sono esenti. Anzi sono alquanto inserite in questa follia pecuniaria del consumo a euri flottanti.
Con un euro non compri più niente, forse accendi una candela in chiesa. O con un euro prendi due boeri, ah i vecchi tradizionali boeri cioccolato e liquore con l’amarena, ricordi da giovanetto di campagna. Con un euro compri forse un pacchetto di gomma più o meno americana. Per bere qualcosa devi andare sopra l’euro.
Anche per una bottiglietta d’acqua, in molti posti. I vent’anni del tormento.
L’emergenza prezzi che, come Pensalibero in pezzi da vent’anni , avevamo previsto già all’inizio della stagione euro si sta rivelando più comica e più drammatica di quanto pensavamo. Più comica perché quasi tutti, commercianti, distributori, governo, associazioni, agenzie di statistica, cercano responsabilità in altri settori senza avvedersi che un po’ di colpa è ovunque. Anche loro, quindi. Più drammatica perché, tra euro e tariffe, tra statistiche e conflitti di mercato, non si intravede una minima strategia di contrasto, o almeno di contenimento. Non è difficile che in Italia il comico e il drammatico vadano a braccetto.
La prima comica, su questa commedia assurda dei prezzi pazzi, viene appunto dalle statistiche. All’epoca l’inflazione era al 2,8 per cento diceva l’Istat, sul paniere della spesa di allora ovviamente. Poi è aumentata poi è diminuita poi si è quasi azzerata poi è rimbalzata fino alle due cifre dell’anno scorso. Ma i consumatori non vedono corrispondenze alle cifre sul mercato e nel carrello della spesa. Non c’è rilevazione che sembra corrispondere un briciolo alla realtà. Un conto è calcolare un tasso di inflazione, un conto è verificare che già allora in pochi mesi per tante spese il nostro potere d’acquisto si era dimezzato.
Ora dopo vent’anni si è “quartizzato”, è diventato un quarto. Cioè con le vecchie mille lire ora compri, in conversione un valore di 250 lire, 15 centesimi di euro. I ministri annunciavano osservatori, le associazioni si agitavano i cartellini diventavano sempre più rossi. Basti l’esempio della pizza: una volta mangiavi una Margherita con 3500 lire, ovvero meno degli attuali due euro, adesso ce ne vogliono almeno otto. Sla va ben!
Si perché, a ben vedere, il vero scandalo in tutto questo fenomeno di ricorsa al rialzo più spudorato e di prezzi pazzi è al ristorante. Sembra quasi che abbiano rifatto tutti insieme i listini prezzi in automatico, sostituendo le unità di euro alla vecchia unità di migliaia di lire. Con il risultato aritmetico del raddoppio, allora e della quadruplicazione vent’anni dopo. Facciamoci un giro. Già il colpo è al “coperto”: le vecchie 2 mila lire erano diventati subito o quasi subito 2 euro se non tre o addirittura 4 euro se si va dalla tovaglietta di carta a quella di stoffa con tovagliolo abbinato.
Un piatto di pasta non elaborato tipo tagliatelle al sugo che due anni fa potevi ordinare con 5 – 6 mila lire già nel 2003 non costava meno di 5 euro, adesso 8 euro a volte 12. Una birra media che ricordiamo a 5 mila lire era schizzata mediamente a 4 euro, dunque quasi otto mila lire. Adesso la media va dai 5 agli otto euro, 16 mila lire. Un secondo di carne, scaloppina, bistecca di maiale, braciola, che una volta costava 8 – 9 mila lire nel 2003 veniva subito a costare 7, 8, a volte 10 euro, per fare le cose tonde, quindi quasi venti mila lire. Adesso un secondo medio va dai 12 ai 24 euro, 45 mila lire.
L’insalata verde che in una buona trattoria mangiavi con 3 o 4 mila lire già allora nel 2003 veniva 3 o 4 euro, adesso un’insalata la paghi sei euro e le insalatone 12 euro, 22 mila lire. Se planiamo sul pesce possiamo sfondare il muro dei 50 euro, quasi cento mila lire. Una grigliata non costa meno di 18 20 euro, fritture da 12 in su.
Un pezzetto di formaggio da fine pasto che ordinavi con 3 mila lire ora costa 3 euro e mezzo. E il vino sfuso? Una pacchia: una brocca di frizzantino da litro 8 – 10 euro, da mezzo litro 5 – 6 euro, una quartino, se hai ancora sete, costa 4 – 5 euro, un quartino di vino sfuso 10 mila lire. Se non sono prezzi pazzi, cosa sono? Forse qualcosa a buon mercato puoi ancora trovare nella campagna o in giro per borghi più o meno storici: pranzi di lavoro a 10 e 12 euro si sono diffusi a macchia d’olio perché altrimenti certi locali rischierebbero persino la ridotta fatturazione o la chiusura. Ci sono trattorie nell’alto e nel basso mantovano dove puoi mangiare sano e bene con una quindicina di euro, che sono sempre quasi 30 mila delle vecchie lire, direbbe il mio vecchio nonno abituato solo alla lira. Poi se passi alla “carta” ah beh lì puoi trovare paste e secondi, bistecche e involtini con prezzi girandola, con la giostra degli zero.
Stessi numeri e stesse tendenze nelle località di villeggiatura dove quello che con la lira costava 10 mila, con l’euro è costato subito 10 euro e quindi il doppio e adesso costa 20 e passa e quindi quattro volte tanto almeno. Si parla tanto di inflazione generale ma c’è anche l’inflazione da tavola.
Dal Tirreno al Garda, dall’Adriatico alla montagna : salvo qualche rara eccezione, sembra tutto a fotocopia. Conosco da 12 anni un ristorante sul mare al lido di Camaiore che propone come antipasto il “Padellino del pescatore”: 20 cozze, 20 vongole, un po’ di muscoli, tre pezzi di pane abbrustolito. Stava tra le 10 e le 15 mila lire, in una settimana erano diventati 12 euro, adesso 24 euro. ora sono 12 euro. Veleggiamo soavemente verso un concreto rischio di “rigetto”. L’importante è dircelo.
Ci sono state stagioni in cui i consumatori, in tutta questa commedia, hanno fatto teatro con lo sciopero della spesa. Poveri noi. A che serve rinunciare per un giorno ad un caffè o all’insalata, alle pesche o ad una scatola di biscotti se la mazzata viene poi al ristorante o in pizzeria, all’assicurazione o nel negozio di abbigliamento o di articoli sportivi? Teatro, solo teatro. A Firenze ci si rifugia(va) da Sabatino san Frediano per avere un’oasi di tranquillità nel tapporto piatto, prezzo beneficio. Che tempi, che atmosfere.
Fabrizio Binacchi

Lascia un commento