
E’ di ieri la notizia che Venezia è la città italiana dove di impreca di più. In media 19 parolacce o imprecazioni pro capite al giorno. Questo mi stimola ad un breve excursus sul colorito e volgarissimo vocabolario veneziano. Avverto che questo post contiene anche crude volgarità, ed è solo per stomaci forti. I perbenisti e i timorati farebbero bene a saltare.
In questo ambito, la regina è, come molti sanno, la Mona che è quella cosa lì. Come si sa, Mona è stata ampiamente e allegramente distribuita a Venezia nel corso della sua storia. Oggetto di culto di tanti veneziani e non (torneremo sul tema della Venezia erotica). Il concetto di Mona ha però un valore prevalentemente figurato. “Ti xè un mona” ha un significato piuttosto amichevole per dire stupidotto (traduzione milanese: pirla). Notare che in questo caso la mona da sostantivo femminile diventa di genere maschile (un mona) e che non esiste il corrispondente femminile. Per dire scema non si dice infatti ti xè una mona. La gentile anima veneziana esorta di andare in mona (“ma va in mona”) piuttosto che mandarti a vaffa… come nel resto del paese. La gentile esortazione però diventa offesa quando si aggiunge anche il dove andare … “va in mona a to mare (tua madre)”. L’invito incestuoso denuncia una infatti certa rabbia.
Per dare una maggior fisicità a quella cosa lì, la mona diventa “ea coca” (o cocca). Infatti quando qualcuno si prende una sbandata e perde la testa per una donna si dice “el se gà incocà” (letterale: si è incoccato).
Una imprecazione/offesa letteralmente molto volgare e forte ma dal concetto intrinseco molto più lieve, tant’è che viene (o veniva) usata nel colloquio quotidiano senza tanti problemi, è “te sboro” che sostanzialmente significa “non sono d’accordo con te”, “me ne frego di quello che dici”. Nella sua forma impersonale (più usata nella quotidianità perché non offensiva) diventa “ghe sboro” cioè “non mi importa nulla”.
Sempre nell’area delle emissioni, c’è poi la volgarissima offesa “magnasborae” che indica una donna dedita a continue pratiche non santificate. ma si può riferire anche ad un uomo, quando appropriato. Nella sua versione più affettuosa il gay viene (o veniva) chiamato “reciòn”, nella sua versione più abietta: “bueo”. C’è anche il magnamerda, che è colui pronto a qualsiasi bassezza per raggiungere un suo anche minimo vantaggio.
Uscendo dalle cose sessuali e fisiche in genere, esiste, come nel romano, il riferimento offensivo agli avi. Qui il ben più noto “a li mortacci tua” di Roma diventa “ta morti” che assume toni più diretti e cattivi quando gli si aggiunge “cani”. Rimanendo con il cane anzi con il “Can” non posso tacere che esso è l’attributo più diffuso di una popolare bestemmia.
Francesco Pellizzari

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