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Utopia socialista versus neoliberismo

di Carlo Patrignani | 25 Giugno 2012

Scontro aperto per l’egemonia culturale con l’ideologia neoliberista che ispira il neocapitalismo finanziario e che domina da vent’anni la scena europea

La vittoria del socialista François Hollande alle Presidenziali (6 maggio) e la conquista della maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale (17 giugno) del Psf, hanno rilanciato in grande stile le chance del “socialismo europeo” nello scontro aperto per l’egemonia culturale con l’ideologia neoliberista che ispira il neocapitalismo finanziario e che domina da vent’anni la scena europea. Hanno per così dire riacceso una seria prospettiva che si sarebbe voluta sopita: l’utopia socialista di un modello di società diverso da quello in cui viviamo, impostoci dal neocapitalismo finanziario e dalla sua ideologia di riferimento, il neoliberismo, che tutto regolano in termini di denaro, guadagno facile, affari, speculazioni, business. La deriva neoliberista, iniziata a cavallo degli anni ottanta sull’onda del “meno Stato più mercato”, voluta ed imposta al mondo da Ronald Reagan e Margaret Thatcher e proseguita nei primi anni duemila sull’asse Billy Clinton-Tony Blair – Gerard Schröeder, all’insegna del “socialismo è morto” intonato dai vari intellettuali inglesi come Anthony Giddens, può ora essere efficacemente contrastata e, probabilmente, anche battuta. Non stupisce pertanto che sia venuto ancora dall’Inghilterra il monito “terroristico” del prestigioso Economist: “L’uomo più pericoloso d’Europa”, ossia François Hollande. E’ inconcepibile che il presidente Hollande chieda in questo momento di allentare la morsa dell’austerity. Ma così facendo potrebbe spingere i tedeschi nella direzione opposta. In ogni caso una cosa è certa: un presidente francese così ostile al cambiamento comprometterebbe il cammino dell’Europa verso le riforme necessarie per salvare l’euro. Ed è per questo che Hollande è un uomo pericoloso. E, a seguire, quello del premier inglese David Cameron pronto a “stendere un tappeto rosso” ai quei francesi ricchi (più di un milione di euro per i quali Hollande ha previsto un’aliquota al 75%) che andranno in Gran Bretagna per evitare le tasse in Francia. Una frase che a molti è suonata come un appello all’evasione fiscale.

Che il vento, in Europa, però stia profondamente cambiando è talmente avvertito che si è aperta nel Partito Socialista Europeo a partire dalla Convention di novembre 2011, una accurata e vasta ricerca culturale sui valori fondamentali della “Socialdemocrazia del XXI° secolo”: una nuova economia; una nuova definizione di “progresso” e “crescita”; una attenzione alla persona umana – per rispondere alla grave crisi finanziaria ed economica causata dal neoliberismo sfrenato che sta mettendo in discussione non soltanto la fragilissima Unione Europea e l’euro ma la democrazia. Scriveva Le Monde del 12 novembre scorso a proposito del contemporaneo arrivo di Mario Draghi alla presidente della Bce, di Mario Monti alla Presidenza del Consiglio in Italia e Luca Papademos a Premier della Grecia: tutti e tre appartengono a vari livelli al “gouvernement Sachs”, la potente banca d’affari americana! Tanto da poter dire che siamo sotto “una dittatura finanziaria”, della finanza ormai liberissima di muoversi sui mercati globali senza più “i vincoli” di Bretton Woods e “i lacci” del Glass-Steagal Act sulla separazione tra banche commerciali e d’investimento.

A tal proposito rifarsi un po’ alla storia non guasta affatto per cui non si può non ricordare il lascito di Riccardo Lombardi, anno 1981: “ Ma chi ha detto che il socialismo è ormai scomparso dalle prospettive, che si tratta di un’idea invecchiata che nessuno sa più definire in modo credibile se non come vaga aspirazione all’uguaglianza e alla giustizia? Oggi siamo all’apertura di una situazione in cui o si trova una soluzione socialista oppure siamo alle barbarie, questa è la realtà delle cose”. Con larghissimo anticipo sui tempi aveva previsto la debacle delle sinistre europee attratte dalla sirena thatcheriana del “non c’?é la società, c’é l’individuo” e la crisi d’identità della socialdemocrazia: “L’offensiva della destra esiste perché a sinistra sta mancando la base economica per proseguire questa politica, e questo spiega la crisi verso sinistra che in questo momento pervade tutti i partiti socialdemocratici in Europa, cioè se questa politica di assistenza, questa politica di Welfare State alimentata dalla politica keynesiana, va avanti essa non riesce più ad alimentarsi. É chiaro che una società non può vivere di sola assistenza, è chiaro che ci sono problemi che si aggravano”. Occorreva, per Lombardi, una svolta radicale: “il programma comune” delle sinistre per “rovesciare” dall’interno il sistema capitalistico divenuto “troppo costoso per l’umanità” e giungere ad “una società più ricca perché diversamente ricca” attraverso il ciclo virtuoso delle “riforme di struttura” o “strutturali” che tanto sono menzionate stravolgendone il senso e l’obiettivo dal presidente della Bce Draghi e soprattutto dal Premier,  Monti. C’è moltissimo da dubitare che Lombardi sarebbe stato d’accordo con Draghi e Monti sull’iniezione continua di liquidità per salvare il sistema bancario “stressato” da ingenti debiti per aver investito nei “titoli tossici” made in Usa, i noti subprime dello tsumani immobiliare del 2007-2008, o con il programma di liberalizzazioni e privatizzazione dei beni comuni e dei gioielli (come la Snam Rete Gas dell’Eni) di famiglia.

Un’operazione lessicale dunque falsa ed estremamente pericolosa: utilizzare la proposta più originale, lungimirante e laica della sinistra italiana in una visione, quella neocapitalistica e neoliberista, totalmente opposte.
Ed in questo scontro per l’egemonia culturale in Europa quale sarà il ruolo del Partito Democratico, il solo partito “non personale” nella sinistra italiana, che da anni interagisce positivamente nel gruppo Alleanza S&D (Socialisti e Democratici) al Parlamento Europeo con le forze progressiste aderenti al Pse (Partito Socialista Europeo), è ancora da chiarire e definire. Se si stesse sull’onda dei quarantenni “laburisti”, Stefano Fassina, Matteo Orfini, Andrea Orlando, Guglielmo Epifani etc, il quadro sarebbe alquanto chiaro: forse per l’importanza della posta in gioco non basta il Manifesto di Parigi per la Rinascita dell’Europa, sottoscritto dal Pd, Psf e Spd. Perché, come avvertiva Lombardi nel 1973, “Se l?Europa si fa sulla base del modello americano il mondo, nel suo complesso, non potrà sopportare questo; e non politicamente, ma per ragioni biologiche di vita. O si segue, con tutte le cautele, le prudenze e la gradualità del caso, un modello diverso, opposto oppure andremo incontro a crisi economiche e politiche per cui la costituzione di una unità europea potrà diventare addirittura un fatto nocivo”. Prima della forma istituzionale (federale), per Lombardi andava definita l’unità politica, economica e sociale. In sostanza, sosteneva nel 1978: “Bisogna persuadersi che l’Europa si può fare soltanto se è socialista o almeno tendenzialmente socialista”.

Pubblicato in : Primo piano

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