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Uso e abuso della storia

di Francesco Somaini | 1 Novembre 2015

Che Amin Al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme dal 1921 al 1974, fosse una canaglia è a mio parere fuori discussione. Che molta parte del cosiddetto nazionalismo arabo fiorito dopo il crollo dell’Impero Ottomano avesse maturato violenti sentimenti antigiudaici (ovviamente anche in relazione all’arrivo crescente di coloni sionisti in Palestina) é altrettanto evidente. L’anti-sionismo viscerale divenne ben presto anti-ebraismo tout court e questo portò tutto questo mondo (con il muftì in testa) a simpatizzare fortissimamente con il nazismo ed a stringere con esso legami e rapporti. È probabile (ed è anzi provato) che il muftì fosse assolutamente a favore della “soluzione finaleˮ e dello sterminio di tutti gli ebrei. Nel 1943 egli contribuì all’arruolamento della divisione SS Anskar: la divisione delle SS musulmane. Si può altresì ritenere, con buon fondamento, che quando nel novembre del 1941 il muftì venne ricevuto a Berlino da Hitler egli dovette più che verosimilmente approvare e magari anche sollecitare la messa in atto delle decisioni più drastiche riguardo agli ebrei (è chiaro del resto che il muftì non doveva vedere con favore l’eventualità di milioni di profughi ebrei che, cacciati dall’Europa “nazistificataˮ, finissero magari per approdare in Palestina, e quindi si augurava che gli ebrei venissero semplicemente sterminati). Tutto questo è chiaro ed è anche noto. Ed è altresì noto che echi di queste posizioni ancora si ritrovano nel .mondo palestinese di oggi (la cui ostilità verso Israele si nutre spesso anche di argomenti che discendono direttamente dalla peggiore propaganda anti-semita europea). Basti dire, ad esempio, che la carta costitutiva di Hamas ancora menziona come documenti autentici un testo quale i famigerati Protocolli dei Savi di Sion (il noto falso antisemita messo in giro dalla polizia segreta zarista ai primi del ‘900 e che i nazisti rilanciarono come la presunta prova del famoso complotto giudaico per il dominio del mondo). Con tutto questo però è chiaro dove Netanyahu volesse andare a parare col suo recente discorso su un Hitler propenso alla mera deportazione degli ebrei e viceversa convinto proprio dal Gran Muftì a mettere mano alla “soluzione finale”. Il senso di quel messaggio del premier israeliano è infatti fin troppo chiaro, ed è che i Palestinesi (raffigurati di fatto come gli eredi diretti del Gran Muftì) sono peggio dei nazisti. Questo non è soltanto un giudizio storico piuttosto grossolano e incautamente revisionista (si finisce quasi per dire che Hitler non era poi nemmeno cosi cattivo), ma è chiaramente una mossa politica grave, volutamente contraria ad ogni possibile discorso di pace tra Israeliani e Palestinesi. Netanyahu se ne esce con queste sparate a un tanto al kilo non certo per fare chiarezza sul passato, ma con il solo obiettivo di gettare benzina sul fuoco della situazione attuale. Non cogliere questo dato o minimizzare le sue parole e derubricarle ad un mero errore storiografico, come se stessimo parlando di un’inesattezza pronunciata a un convegno di filologia, mi pare molto sbagliato. Chi ha veramente a cuore Israele dovrebbe, io credo, prendere con più nettezza le distanze dalla sconsideratezza del suo attuale governo.

Pubblicato in : Primo pianoTag: discorso, governo, mondo, nazisti, polizia, soluzione

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