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Usa-Iran: il rischio di uno stallo permanente

Lo stato del cessate il fuoco, in vigore da due settimane e la cui scadenza era prevista per oggi, rimane incerto. Ieri Donald Trump ha annunciato una prorogaper consentire ai leader iraniani di raggiungere una “proposta unitaria” nei colloqui. La mossa dell’ultimo minuto è arrivata quando la tregua era ormai agli sgoccioli e ha segnato l’ennesimo brusco cambio di rotta per il presidente, che in precedenza aveva ribadito la sua opposizione a una proroga. Nelle ore successive, tuttavia, l’Iran ha sequestrato due navi nello Stretto di Hormuz e le ha scortate fino alle coste iraniane. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore, ha scritto su X: “Un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco marittimo e dal sequestro dell’economia mondiale… riaprire lo Stretto di Hormuz è impossibile con una violazione così flagrante del cessate il fuoco”.

di Alessia De Luca | 24 Aprile 2026

Lo stato del cessate il fuoco, in vigore da due settimane e la cui scadenza era prevista per oggi, rimane incerto. Ieri Donald Trump ha annunciato una prorogaper consentire ai leader iraniani di raggiungere una “proposta unitaria” nei colloqui. La mossa dell’ultimo minuto è arrivata quando la tregua era ormai agli sgoccioli e ha segnato l’ennesimo brusco cambio di rotta per il presidente, che in precedenza aveva ribadito la sua opposizione a una proroga. Nelle ore successive, tuttavia, l’Iran ha sequestrato due navi nello Stretto di Hormuz e le ha scortate fino alle coste iraniane. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore, ha scritto su X: “Un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco marittimo e dal sequestro dell’economia mondiale… riaprire lo Stretto di Hormuz è impossibile con una violazione così flagrante del cessate il fuoco”. La Casa Bianca, tuttavia, ha minimizzato l’escalation. La portavoce Karoline Leavitt ha dichiarato che Trump non considera l’incidente una violazione del cessate il fuoco “perché non si trattava di navi statunitensi, né di navi israeliane ma di due navi internazionali”. Allo stesso modo Trump ha annunciato che non c’è “alcuna fretta” per porre fine alla guerra, ma nonostante il presidente americano sostenga di avere il controllo della situazione, tutti i segnali indicano che le due parti hanno raggiunto uno stallo da cui non sarà facile uscire.

Caos al Pentagono, strategia incerta?

È in questo contesto – mentre nella regione sono presenti 21 navi da guerra americane, più altre sette in arrivo, una dozzina delle quali sono coinvolte nel blocco navale dei porti iraniani – che arriva da Washington la notizia della rimozione dall’incarico di John Phelan, Segretario della Marina statunitense. “Il Segretario della Marina John C. Phelan lascia l’amministrazione con effetto immediato”, ha annunciato Sean Parnell, portavoce del Pentagono, in una breve dichiarazione su X. Anche se non aveva alcun ruolo di supervisione sulle forze schierate – dato che la sua principale responsabilità è quella di sovrintendere alla costruzione delle future forze navali e del Corpo dei Marines – il licenziamento di Phelan ha fatto scalpore. Si tratta infatti dell’ultimo, eclatante, segnale delle turbolenze che attraversano il Pentagono dall’inizio del secondo mandato di Trump, per di più in una fase cruciale della più importante operazione della marina americana da decenni. I cambiamenti ai vertici e le tensioni tra vertici militari e Pete Hegseth, Segretario alla Guerra, sono continuati anche mentre l’esercito statunitense intraprendeva campagne militari sempre più aggressive, dagli attacchi contro presunte imbarcazioni di narcotrafficanti al raid in Venezuela a gennaio. “All’inizio di aprile – ricorda il Financial Times – Hegseth aveva costretto alle dimissioni Randy George, capo di stato maggiore dell’esercito”, mentre le tensioni tra Hegseth e Dan Driscoll, il segretario dell’esercito, “sono emerse sempre più pubblicamente”.

Linee rosse inconciliabili?

Sebbene il controllo dello Stretto di Hormuz non sia il motivo per cui gli Stati Uniti hanno iniziato questa guerra – prima del conflitto il traffico marittimo lungo il passaggio era libero – la sua chiusura da parte di Teheran si è rapidamente imposta come il problema più spinoso della guerra, che il presidente americano non può permettersi di non risolvere. Trump ha ribadito oggi che Washington mantiene un “controllo totale” sullo Stretto, affermando che nessuna imbarcazione può transitare senza il consenso della Marina statunitense. “È sigillato ermeticamente, finché l’Iran non sarà in grado di fare un accordo”, ha scritto su Truth Social. Tuttavia, la sua speranza che un blocco navale in grado di strangolare l’economia iraniana possa convincere Teheran a riaprirlo, accettando le condizioni di resa proposte da Washington, sembra decisamente malriposta. “Un blocco può imporre costi all’economia e alla popolazione iraniana, ma non infliggerà il colpo decisivo immediato che l’amministrazione Trump auspica”, osserva il New York Times, secondo cui “l’Iran potrebbe probabilmente resistere per mesi al blocco statunitense senza incorrere in un collasso economico”. Per Trump, al contrario, tempistiche simili sono inaccettabili. “Non solo la guerra è profondamente impopolare negli Stati Uniti, ma i suoi effetti sull’economia americana e globale sono reali e probabilmente destinati ad aggravarsi – aggiunge il quotidiano – Ma più a lungo durerà la situazione di stallo, più gravi diventeranno le carenze di carburante e fertilizzanti in Asia orientale e in Europa, e maggiori saranno le conseguenze per gli esportatori di petrolio degli Stati del Golfo”. Senza contare che un blocco prolungato farà aumentare i prezzi, incrementando l’inflazione statunitense e minacciando di affondare il Partito Repubblicano alle elezioni di medio termine.

Il rischio di uno stallo permanente?

Non è solo sullo Stretto che le posizioni di Iran e Stati Uniti rimangono distanti e non sarà facile superare l’abisso di sospetto e sfiducia che divide i due interlocutori. Washington continua a sospettare l’esistenza di un programma nucleare clandestino e richiama il passato sostegno iraniano a gruppi ostili agli Stati Uniti e a Israele. Teheran, dal canto suo, può citare il ritiro unilaterale americano dall’accordo sul nucleare nel 2018 e i raid condotti da Stati Uniti e Israele mentre i negoziati erano ancora in corso. Al di là del fatto che i vertici della Repubblica Islamica sono convinti che la prosecuzione della tregua nasconda una volontà americana di tornare all’attacco, in questo contesto il rischio non è solo la rottura improvvisa del fragile equilibrio raggiunto – tanto Teheran quanto Washington, infatti, potrebbero essere tentate di uscire dall’impasse con una nuova escalation – ma quello di una condizione perennemente sospesa. Uno stallo duraturo, non di guerra ma nemmeno di pace, proietterebbe il Medio Oriente e l’economia globale in una realtà di instabilità prolungata, e di cui tutti pagherebbero un prezzo altissimo.

Il commento

Di Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor

“Né guerra, né pace, né negoziati: l’apparente stallo nel conflitto riflette la distanza fra belligeranti. Trump ha puntato su un’operazione breve e chirurgica per imporre al regime iraniano le sue condizioni (peraltro poco chiare e sempre mutevoli): ama i deals rapidi e ‘sporchi’, senza troppi dettagli, per poter dichiarare vittoria e passare ad altro. Teheran ha puntato su resistenza e resilienza, incassando sì una sconfitta militare (sul piano convenzionale) ma scoprendo – con il blocco dello Stretto e gli attacchi agli alleati USA nel Golfo – un’arma asimmetrica inattesa ed efficace, che – come il programma nucleare – cercherà di tenersi stretta. Trump ha fretta, Teheran pensa di avere tempo – e nessuno si fida di nessuno. Rischiano (e rischiamo) di perdere tutti”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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