
La ritrovata armonia tra Stati Uniti ed Europa andata in scena al G7 di Evian – forse anche grazie all’annuncio dell’intesa USA-Iran – è durata lo spazio di un mattino. Nel giro di poche ore, Donald Trump ha riservato parole sgradevoli alla premier italiana Giorgia Meloni, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth sferrava un attacco frontale agli alleati Nato, collegando tagli militari americani al mancato sostegno europeo sull’Iran. Due episodi distinti ma convergenti, che rivelano qualcosa di più di semplici tensioni congiunturali: una pressione sistematica che l’amministrazione Trump esercita sugli alleati europei, mescolando insulti personali, ricatto strategico e ideologia Maga. Sullo sfondo, intanto, il Medio Oriente torna a bruciare: nel sud del Libano si contano almeno 21 morti nei raid aerei contro quelli che le forze armate israeliane definiscono ottanta ‘covi’ di Hezbollah, nonostante da alcune ore si inseguano voci di un cessate-il-fuoco tra il gruppo armato e Tel Aviv. Gli scontri nel paese rappresentano una minaccia diretta per il Memorandum tra Stati Uniti e Iran, che prevede la cessazione delle ostilità su tutti i fronti Libano incluso, e che segnalano che la de-escalation trionfalmente celebrata dal presidente americano potrebbe rivelarsi più fragile e più breve del previsto.

Strappo con Roma?
La scintilla della querelle tra Washington e Roma è stata un’intervista rilasciata da Trump a un giornalista italiano, in cui il presidente ha affermato che Meloni lo avrebbe “implorato” di farsi fotografare insieme al G7, aggiungendo di essersi sentito “dispiaciuto per lei”. La risposta di Palazzo Chigi non si è fatta attendere. Meloni, un tempo considerata una delle interlocutrici privilegiate di Trump in Europa, ha respinto la versione americana con parole nette: “Sono allibita da una narrazione completamente inventata”. E ha aggiunto: “Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti in questo modo nei confronti dei suoi stessi alleati. Non è la prima volta che accade. È un peccato che non mostri la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, verso i cui leader sembra essere molto più conciliante”. Le ripercussioni diplomatiche sono state immediate: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato la visita negli Stati Uniti prevista per la settimana prossima, definendo le parole di Trump “gravi e offensive”. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha osservato che quei commenti non avrebbero portato “alcun beneficio: né agli Stati Uniti né all’Italia”. Per la prima volta da anni, l’intero arco parlamentare italiano, maggioranza e opposizione, si è trovato compatto nel condannare il presidente americano.
Una Nato 3.0?
Poche ore prima dello scambio con Meloni, Pete Hegseth aveva già alzato i toni alla ministeriale Difesa della Nato in corso a Bruxelles. Il Segretario ‘alla Guerra’ di Trump aveva accusato alcuni Paesi di “approfittarsi della situazione” definendo “vergognoso” il comportamento di quegli alleati che non hanno voluto concedere le basi per la guerra in Iran. È poi tornato a criticare chi non vuole spendere di più per la difesa e ammonito: “I nostri contributi annuali saranno subordinati al raggiungimento degli obiettivi di spesa da parte degli altri Paesi. Laddove gli altri alleati non spenderanno con urgenza, i nostri contributi diminuiranno”. È la cornice di quella che Hegseth ha chiama “Nato 3.0: una revisione della presenza militare americana in Europa che, secondo fonti del Washington Post, prevede la riduzione di aerei da combattimento, droni da ricognizione e navi da guerra dispiegabili in caso di crisi. La questione non è solo economica o strategica. Hegseth ha esplicitamente collegato il ritardo negli investimenti europei alla difesa a un presunto “decadimento morale” del continente, riprendendo il registro già usato da JD Vance alla Conferenza di Monaco del 2025: “Invece che su carri armati e sistemi di difesa aerea, l’attenzione si è concentrata sulla parità di genere e sul cambiamento climatico. Le frontiere si sono spalancate, i bilanci della difesa sono crollati, come anche la fiducia dell’Europa in sé stessa”.
Punire il disallineamento?
Anche se il segretario generale della Nato Mark Rutte ha cercato di minimizzare dicendo che “tra alleati dobbiamo dirci la verità a vicenda”, tra i funzionari e i rappresentanti europei, c’è un forte consenso sul fatto che le ultime decisioni degli Stati Uniti siano concepite, almeno in parte, per punirli del loro disallineamento sulla questione iraniana. L’amministrazione Trump spinge da mesi verso una riduzione della presenza americana in Europa, puntando a concentrare risorse sull’Indo-Pacifico e sull’emisfero occidentale. Ma a tre settimane dal vertice dell’Alleanza di Ankara, il tono adottato dal Segretario suona più come una minaccia che come un incentivo. “Le decisioni sul dispiegamento delle forze statunitensi dovrebbero essere guidate da valutazioni delle minacce e da requisiti operativi, non usate come forma di ricompensa, punizione o vendetta”, osserva Rachel Ellehuus, Direttrice Generale del RUSI ed ex rappresentante del segretario alla Difesa USA in Europa, definendo quella di Hegseth “una retorica estorsiva che mina la solidarietà dell’Alleanza e, in definitiva, gli stessi interessi di sicurezza statunitensi”. Gli alleati europei, a cominciare da chi ancora esita a dare piena attuazione agli impegni di spesa assunti un anno fa, sono allertati: il G7 di Evian non ha chiuso nulla. Ha solo rinviato la resa dei conti.rate attraverso la rinuncia alle sanzioni. Il danno, dunque, va al di là del presidente: “Trump ha commesso un terribile errore iniziando questa guerra. L’ha condotta in modo sconsiderato e in aperta violazione della legge” scrive il New York Times in un durissimo editoriale. “Gli Stati Uniti ne escono indeboliti, militarmente, diplomaticamente ed economicamente, e ne pagheranno il prezzo strategico per gli anni a venire”.
Il commento
Di Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor
“Il sollievo degli europei per l’andamento del vertice del G7 è durato davvero lo spazio di un mattino. Le dichiarazioni fatte ieri dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth non aggiungono gran che a quanto già espresso dal suo vice Elbridge Colby al ministeriale NATO di qualche settimana fa su NATO 3.0 e parziale ridispiegamento di forze e mezzi dal continente: ma il tono e l’atteggiamento sono stati molto più aggressivi e arroganti – in linea, del resto, con il personaggio. Certo, l’amministrazione Trump è in grande difficoltà sull’Iran – da cui gli europei avevano preso le distanze – e punta sicuramente ad ottenere concessioni (ad esempio sul bilancio comune dell’Alleanza) al prossimo vertice Nato di Ankara. Ma gli europei, a cominciare da chi esita a dare seguito agli impegni di spesa decisi un anno fa, sono avvertiti”.
Alessia De Luca

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